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Salario minimo, la guerra dei numeri

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I lavoratori poveri sono 3 milioni, come dice l’Istat o solo lo 0,2%, come si legge nell’ultimo Rapporto Inps? Il parere di due economisti: Andrea Garnero e Bruno Anastasia
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ROMA – I lavoratori poveri con salari bassi sono 3 milioni come dice l’Istat o 20.300, lo 0,2% appena, come dice l’Inps nel suo ultimo Rapporto annuale? Dipende da dove si mette l’asticella della retribuzione oraria. L’Istat l’ha messa a 9 euro lordi e ha incluso tutti i lavoratori. L’Inps l’ha posizionata sulla soglia europea dei 7,5 euro lordi, escludendo dall’analisi lavoratori agricoli, domestici, stagionali a part-time.

Gli scopi degli studi sono di illustrare aspetti diversi di una stessa, grave, emergenza in Italia che poi impatta sulle scelte di vita, sulla natalità, sull’età anziana. Il presidente della Repubblica Mattarella, venerdì all’Assemblea di Confindustria, ha ricordato che «troppi giovani cercano lavoro all’estero, per la povertà delle offerte retributive disponibili». La politica però è spaccata. La destra è contro un salario minimo per legge, ma per un salario «giusto e ricco». L’opposizione – Pd, M5S, Azione e Avs – vuole i 9 euro lordi. Se ne riparlerà in ottobre…

ROMA – I lavoratori poveri con salari bassi sono 3 milioni come dice l’Istat o 20.300, lo 0,2% appena, come dice l’Inps nel suo ultimo Rapporto annuale? Dipende da dove si mette l’asticella della retribuzione oraria. L’Istat l’ha messa a 9 euro lordi e ha incluso tutti i lavoratori. L’Inps l’ha posizionata sulla soglia europea dei 7,5 euro lordi, escludendo dall’analisi lavoratori agricoli, domestici, stagionali a part-time.

Gli scopi degli studi sono di illustrare aspetti diversi di una stessa, grave, emergenza in Italia che poi impatta sulle scelte di vita, sulla natalità, sull’età anziana. Il presidente della Repubblica Mattarella, venerdì all’Assemblea di Confindustria, ha ricordato che «troppi giovani cercano lavoro all’estero, per la povertà delle offerte retributive disponibili». La politica però è spaccata. La destra è contro un salario minimo per legge, ma per un salario «giusto e ricco». L’opposizione – Pd, M5S, Azione e Avs – vuole i 9 euro lordi. Se ne riparlerà in ottobre: entro il 10 arriverà anche la proposta Cnel.

Andrea Garnero: "Tre milioni i poveri tra part-time, paghe da fame e lavoretti”

Andrea Garnero, coordinatore del Rapporto sulla povertà lavorativa voluto dall’ex ministro Orlando, dice che quando si parla di lavoro povero siamo di fronte ad un fenomeno «multisfaccettato» e che in realtà «non c’è una contraddizione tra i dati».

Nel Rapporto i lavoratori poveri sono il 13,2%, quelli a bassa retribuzione il 31%. Dato che si avvicina più ai 3 milioni dell’Istat che ai 20 mila dell’Inps. Come spiega il salto nei numeri?

«Nessun complotto né fake news. I dati sono coerenti perché derivano dalle stesse fonti, semplicemente i criteri e i concetti utilizzati sono diversi. Nel nostro lavoro guardavamo all’intera retribuzione annuale di tutti i lavoratori che copre l’Inps. Nel Rapporto, invece, l’Istituto si concentra solo su chi lavora l’intero anno a tempo pieno. In un mercato del lavoro come quello italiano dove il part-time e i contratti temporanei sono elevati questo spiega tutta la differenza».

Come confrontare il vostro lavoro con quello dell’Inps? Quali sono le chiavi di lettura?

«Noi abbiamo descritto la povertà lavorativa come una catena composta da diversi anelli. Primo, le paghe basse che possono essere aggredite dal salario minimo o la contrattazione collettiva. Poi, la bassa intensità di lavoro dovuta alle poche ore lavorate al giorno e poche settimane o mesi all’anno. Questa si può compensare con un in-work benefit, integrazione ai bassi redditi che esiste in diversi Paesi europei e migliorando la transizione tra strumenti di welfare, politiche attive e lavoro. E poi le politiche industriali e di sviluppo da rilanciare: un’economia debole genera lavoro povero. Nel Rapporto dicevamo che gli anelli della catena vanno aggrediti tutti. L’Inps guarda al primo anello: la questione salariale, non alla povertà lavorativa in generale».

Un salario minimo legale serve?

«Un salario minimo per legge o definito nella contrattazione nazionale è uno strumento necessario ma non sufficiente per combattere la povertà lavorativa».

Rimane il fatto che Istat quantifica in 3 milioni i lavoratori poveri.

«Arriva a quel numero perché considera la soglia oraria dei 9 euro lordi di salario al centro del dibattito in Italia. Noi, come pure Inps, ci riferiamo allo standard europeo del 60% della retribuzione mediana che corrisponde a circa 7-7,5 euro lordi all’ora. È evidente che nella fascia tra 7 e 9 euro si addensano molti lavoratori. Per questo il totale sale».

Povertà individuale, familiare, oraria, annuale. Cosa guardare?

«Tutti gli indicatori sono utili, dipende da cosa si vuole studiare e misurare. Dovremmo guardare anche a quanto persistente è il fenomeno. Le stime del 2022 suggerivano che un lavoratore povero rimane tale negli anni e non è solo una condizione contingente. Questo rende il problema doppiamente preoccupante. Quello che non serve è mettere contro gli esperti per fini politici. I dati e il lavoro dell’Inps sono preziosi, non vanno squalificati».

Bruno Anastasia: “Nessun trucco i dipendenti privati sotto i 7,5 euro sono solo lo 0,2%”

Bruno Anastasia, economista, ha collaborato al Rapporto Inps pubblicato qualche giorno fa. Non pensava che si accendesse un dibattito sul salario minimo dopo che il Rapporto quantifica in appena lo 0,2% i lavoratori a bassissimo salario. «Quelle pagine devono essere lette e capite bene, prima di utilizzare quella percentuale in modo del tutto distorto».

L’Inps tira la volata al governo Meloni che non vuole il salario minimo per legge? È davvero così?

«Pensare che qualcuno abbia chiesto ai ricercatori di truccare i dati esposti nel Rapporto e che loro si siano prestati è una grande, e anche offensiva, balordaggine. Le elaborazioni sono state realizzate in primavera-estate, in una fase di passaggio tra la precedente presidenza e l’attuale gestione commissariale dell’Inps».

Ma come si è arrivati allo 0,2% che fa discutere?

«È stata adottata una soglia spesso adoperata negli studi su questo tema: il 60% della retribuzione giornaliera mediana, pari - per le retribuzioni di ottobre 2022 - a 48,3 euro che corrisponde a circa 7,5 euro orari. E si è quantificato il numero di dipendenti del settore privato, esclusi agricoli e domestici, che stavano sotto quel livello retributivo. Sono risultati 871.800, il 6,3% del totale. Di questi 355 mila a tempo pieno e 517 mila a part-time».

Con quale obiettivo?

«Capire la ragione della loro condizione di lavoratori con bassa retribuzione. Il Rapporto in particolare si concentra sui dipendenti a full-time perché per i part-time servono analisi specifiche, più complesse, vista l’enorme varietà degli orari e di conseguenza l’identificazione dell’origine del basso salario, se strettamente salariale oppure dipendente dalle poche ore lavorate».

Perché è stato scelto il mese di ottobre 2022?

«Perché è un mese in cui le retribuzioni sono più stabili, c’è minore stagionalità».

Quali sono le conclusioni? Come interpretarle?

«Dei 355.000 dipendenti a full time con una retribuzione inferiore a 48 euro al giorno, l’origine della bassa retribuzione è riconducibile alla tipologia contrattuale per 78.000 apprendisti e 113.000 dipendenti intermittenti. Per i restanti 164.000, in 112.000 il basso salario è legato ad assenze temporanee ad esempio per Cig. In altri 31.000 casi si osserva una situazione temporanea. Restano infine altri 20.000 casi non riconducibili a nessuna di queste motivazioni: lo 0,2%».

Questi risultati sono interpretabili come una pietra tombale sul salario minimo? Lei è contrario?

«Assolutamente no. Si tratta piuttosto di dati utili a capire le caratteristiche del lavoro povero e a pensare a politiche adeguate».

L’Istat parla di 3 milioni di lavoratori poveri, però.

«Ma anche Inps ha proposto sia nel Rapporto 2020 sia nella recente audizione alla Camera del Commissario valori superiori ai 3 milioni. Ma si trattava di elaborazioni con l’obiettivo di quantificare i lavoratori sotto i 9 euro lordi all’ora, una soglia esogena legittimamente indicata nel dibattito politico. Anche in quest’ultimo Rapporto non c’è nessun dato in contraddizione con quei valori. Ma l’obiettivo era diverso: approfondire le ragioni e le caratteristiche delle retribuzioni più basse».

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