Economia

La sassata cinese contro Apple allarga la crepa con gli States

People walk past an Apple store in Shanghai, China September 13, 2023. REUTERS/Aly Song
People walk past an Apple store in Shanghai, China September 13, 2023. REUTERS/Aly Song (reuters)
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Appena qualche mese fa Tim Cook veniva accolto come una rockstar nella capitale cinese. E ora? Da un decennio circa ormai la Cina scoraggia l’uso di dispositivi elettronici di fabbricazione straniera da parte di alcuni funzionari governativi. Meglio usare quelli prodotti in patria. Ora però alcuni dipendenti di agenzie governative e aziende statali hanno dichiarato di aver ricevuto direttive di non utilizzare gli iPhone di Apple per lavoro. Ennesimo capitolo della battaglia tecnologica tra Cina e Stati Uniti. Le mosse hanno fatto crollare la settimana scorsa il valore delle azioni della società americana di 200 miliardi di dollari in due giorni. La mela di Cupertino conta sulla Cina per circa un quinto del suo fatturato. E Apple, insieme ai suoi fornitori come la taiwanese Foxconn nella “iPhone City” di Zhengzhou, impiega milioni di operai cinesi nel Paese del Dragone. Chi ci perde e chi ci guadagna?

Indiscrezioni e silenzi

Dopo vari giorni di silenzio, Pechino ha parlato. «Non abbiamo emanato leggi e regolamenti per vietare l’acquisto di telefoni Apple o di marche straniere», dice la portavoce del ministero degli Esteri. Che però sottolinea: «Abbiamo notato le molte notizie su incidenti di sicurezza riguardanti i telefoni Apple».  Indiscrezioni, quelle sul bando agli iPhone, iniziate a circolare sulla stampa americana dopo la presentazione da parte di Huawei - ex principale rivale di Apple nel mercato cinese degli smartphone fino a quando nel 2019 non sono arrivati i controlli statunitensi - del nuovo Mate 60 Pro: telefono che utilizza chip di produzione cinese che alcuni legislatori statunitensi ritengono siano stati prodotti in violazione delle restrizioni commerciali degli Stati Uniti.  «Pechino ha voluto rendere pan per focaccia agli americani», sostengono gli analisti di Eurasia. «Nel novembre 2022, l’amministrazione Biden ha emanato nuovi divieti su Huawei. In più, diversi Stati americani hanno vietato ai dipendenti pubblici di scaricare applicazioni cinesi come WeChat e TikTok sui dispositivi di lavoro. Alla luce di questi precedenti, la decisione del governo cinese è stata probabilmente presa per ritorsione e potenzialmente motivata da preoccupazioni di sicurezza nazionale».

Una misura di sicurezza

Tuttavia i nuovi diktat cinesi sembrano essere una rinnovata misura di sicurezza e non uno sforzo più ampio per scoraggiare le vendite di dispositivi Apple in Cina, sostiene qualche analista. Dopo la notizia riportata in anteprima dal Wall Street Journal, Pechino intenderebbe però estendere questa restrizione in modo molto più ampio a una serie di imprese statali e altre organizzazioni controllate dal governo. Data la relazione di Apple con Pechino e la sua importanza per l’economia cinese, «storicamente è stata considerata relativamente al sicuro in Cina dalle restrizioni governative», scrive Brandon Nispel, analista di KeyBanc Capital Markets. «Il governo sta cambiando la sua posizione?».

«Quanto dovrebbe essere preoccupata Apple? È un’indicazione del fatto che la fiducia che molti avevano nella capacità dell’azienda di gestire le tensioni tra Stati Uniti e Cina evitando contraccolpi materiali potrebbe essere sempre più mal riposta? Oppure questa storia è esagerata?», si chiede Bill Bishop, autore della newsletter Sinocism. «Potrebbe andare peggio, almeno non hanno detto a tutti gli oltre 90 milioni di membri del Partito e ai loro familiari che non possono usare i prodotti Apple», scherza.

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Nonostante il rapporto tra Washington e Pechino non sia dei migliori ultimamente, Apple rimane fortemente dipendente dal Paese asiatico, sia come partner di produzione che come mercato per i suoi prodotti. L’amministratore delegato Tim Cook ha celebrato questo rapporto durante un viaggio in Cina all’inizio dell’anno, definendolo «simbiotico».  Poche aziende sono al sicuro se Apple non è immune dalle ritorsioni cinesi, scrive la stampa americana. «Il lancio di un sasso contro Apple crea anche forti ripercussioni in tutto lo stagno tecnologico. L’azienda è uno dei maggiori acquirenti al mondo di chip per i suoi dispositivi, per cui l’indice PHLX Semiconductor è scivolato del 2%» la settimana scorsa, nota il Wall Street Journal. «Mentre società come Qorvo e Skyworks che forniscono chip a radiofrequenza chiave utilizzati nell’iPhone, sono scivolate di oltre il 7% ciascuna. Inoltre, società come HP e Dell - produttori di personal computer statunitensi che hanno anche importanti impianti di produzione in Cina - hanno visto le loro azioni scendere di oltre il 2%».

Una relazione complicata

Dunque? Nonostante i nuovi tentativi di Cupertino di guardare più ad altri mercati - come India e Vietnam - il numero di partner Apple in Cina è rimasto invariato dal 2012, nota un’analisi di Bloomberg. Le radici di Apple in Cina, gettate dallo stesso amministratore delegato Tim Cook dopo il suo ingresso nell’azienda nel 1998, richiederebbero anni per iniziare a essere smantellate. Un rapporto a volte considerato troppo compiacente verso il Partito.  «Il rapporto di Apple con Pechino è complicato. La Cina è uno dei maggiori mercati dell’azienda, nonché il suo principale produttore, e Apple ha fatto molto per placare il Partito comunista cinese, anche consegnando i dati dei clienti cinesi», nota James Palmer di Foreign Policy. Era stato il New York Times in una lunga inchiesta di qualche anno fa a rivelare come il colosso di Cupertino si fosse piegato alle richieste di Pechino pur di mantenere intatti i suoi affari nel Paese. Secondo il quotidiano statunitense, dopo aver resistito per qualche anno, nel 2017 Apple ha infatti accettato di ospitare i dati dei suoi utenti cinesi - messaggi, mail, foto, contatti - su server del Dragone, aggirando di fatto le leggi americane. Se fino a quella data le informazioni private dei possessori di prodotti Apple in Cina venivano infatti conservate fuori dal confine cinese, dal 2017, in ottemperanza a una legge locale, sono stati appunto travasati in computer gestiti da una compagnia di Stato, la Guizhou-Cloud Big Data (Gcbd), di proprietà del governo provinciale del Guizhou.

«Ma lo status di Apple come azienda di punta degli Stati Uniti significa che non ci si potrà mai fidare completamente di lei in Cina», continua Palmer. «I funzionari cinesi tendono a essere scettici sul fatto che il governo statunitense non userà la portata globale di Apple a proprio vantaggio, soprattutto perché Pechino è abituata a comandare le proprie aziende tecnologiche. Sebbene i leader cinesi continuino a dichiararsi aperti agli investimenti stranieri, le azioni del governo segnalano sempre più che si tratta di un rischio».

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