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College Usa solo per ricchi lo studio diventa sempre più classista

Tra gli iscritti si allarga la forbice tra chi appartiene alle famiglie più ricche e i giovani della classe media
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Nessuna università negli Stati Uniti può garantire con certezza una vita di successo. Ma un vita di successo garantisce l’ingresso alle migliori università. I college d’elite americani da sempre sono pieni di figli delle famiglie più ricche. Nella già ristretta cerchia dell’Ivy League, le più esclusive, uno studente su sei ha genitori che fanno parte di quell’uno per cento di americani che guadagna più di 600 mila dollari l’anno. Uno studio pubblicato in estate da Opportunity Insights, gruppo di economisti di Harvard, e confermato dagli ultimi dati, indica che questi studenti non hanno solo bei voti al liceo e curriculum di alto livello, ma alla fine a decidere sull’ammissione di uno a scapito di un altro con le stesse credenziali è il curriculum dei genitori. Se milionari aiuta. E molto.

Nessuna università negli Stati Uniti può garantire con certezza una vita di successo. Ma un vita di successo garantisce l’ingresso alle migliori università. I college d’elite americani da sempre sono pieni di figli delle famiglie più ricche. Nella già ristretta cerchia dell’Ivy League, le più esclusive, uno studente su sei ha genitori che fanno parte di quell’uno per cento di americani che guadagna più di 600 mila dollari l’anno. Uno studio pubblicato in estate da Opportunity Insights, gruppo di economisti di Harvard, e confermato dagli ultimi dati, indica che questi studenti non hanno solo bei voti al liceo e curriculum di alto livello, ma alla fine a decidere sull’ammissione di uno a scapito di un altro con le stesse credenziali è il curriculum dei genitori. Se milionari aiuta. E molto.

Il vantaggio di nascere ricchi

I figli dei benestanti americani hanno il 34 per cento di probabilità in più di essere accettati, e quelli dei ricchissimi più del doppio. Da Stanford alla Duke, dal Mit all’Univesità di Chicago, l’analisi di mezzo milione di domande ha portato alla conclusione che il modello universitario americano sta diventando sempre più classista e meno democratico. Dagli anni ’50 agli anni ’70 lo studio è stato promosso come strumento democratico, ma dagli anni ’80, con l’impennata dei prezzi di college e università, il classismo ha cominciato a prendere forma e adesso sembra aver registrato un’accelerazione. Il modello “aperto” è diventato una vecchia certezza non più incrollabile. I candidati provenienti da scuole private hanno ricevuto una valutazione maggiore, così come i figli di ex alunni del college in cui veniva presentata la richiesta di ammissione. «Quello che io traggo dallo studio sulla Ivy League - ha commentato al New York Times l’economista di Harvard, Susan Dynarski - è che queste università non hanno studenti a basso reddito perché non vogliono studenti a basso reddito». College privati come Northwestern, New York University e Notre Dame hanno mostrato una sproporzione tra figli di famiglie ricche e di fascia bassa. Meno dell’uno per cento degli studenti di college è iscritto alla Top 12 dell’elite universitaria americana, ma quella percentuale sale nella classifica di Fortune 500: quell’uno per cento di iscritti rappresenta il 12 per cento di studenti che appartengono a famiglie citate nella classifica dei super manager di Forbes.

Le borse di studio

Un altro dato può aiutare a comprendere il quadro: la percentuale di iscritti ai college esclusivi da parte di studenti che hanno ricevuto il Pell Grant, la borsa di studio federale destinata a ragazzi a basso reddito, scende in modo verticale. Nonostante, in teoria, i soldi (tutti donati, non è un prestito) vadano a quella metà di americani che sta sotto la media, a livello di occupazione dei college quel 50 per cento di percentuale non viene confermato. E più la scuola diventa rinomata, più il tasso di iscrizione dei “Pell Students” si abbassa. Si passa dal 69 per cento del Salem College, North Carolina, al 47 per cento della Florida International University, al 22 di Harvard, il 21 della Columbia e del Mit, il 20 di Stanford, 18 di Princeton e 12 di Duke. Molte di queste scuole prevedono aiuti per fasce deboli, ma la sproporzione tra benestanti e poveri appare evidente. E questo avviene in una fase storica in cui la Corte Suprema ha bocciato le agevolazioni in base alla razza, una formula che aiutava studenti di fasce basse a scalare posizioni nelle ammissioni. Non è più solo una questione razziale, ma di soldi. E spesso le due cose coincidono. A incidere è anche un circolo vizioso secondo cui molti studenti di famiglie dai redditi bassi rinunciano al sostegno federale perché temono di indebitarsi con il resto dei costi, notoriamente molto alti, e che possono arrivare anche a 300 mila dollari per un corso di quattro anni.

Mentre molti college tendono a essere più selettivi, ce ne sono alcuni che addirittura hanno alzato i costi per gli studenti che provengono da famiglie più povere. Diciassette tra college e università hanno alzato le tariffe in misura maggiore alle famiglie che hanno un reddito sotto i 30 mila dollari, rispetto a quelle che guadagnano minimo 110 mila. I costi aggiuntivi variano per i redditi bassi dai 152 dollari del Texas College di Tyler, in Texas, ai più di 5 mila dollari di Brenau University a Gainesville, Georgia. In quest’ultimo college gli studenti a basso reddito hanno pagato 24.640 dollari nell’anno accademico 2020-21, al netto di sconti, borse di studio e scholarship, che equivale appunto a 5 mila dollari in più di quanto avessero pagato prima. Mentre per quelli benestanti l’aumento è stato di circa duemila dollari. Così l’America si trova davanti al paradosso generazionale: milioni di giovani scelgono lo studio per allargare i propri confini mentali, ma finiscono per separarsi da persone che non fanno parte della propria classe sociale.

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