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In pensione a 64 anni grazie alla rendita dei fondi previdenziali

La ministra del Lavoro Marina Calderone 

 (ansa)
Allo studio un piano per sostenere l’assegno delle giovani generazioni, in particolare dei Millennials. E incentivi fiscali per la previdenza integrativa
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ROMA — Sommare pensione pubblica e rendita privata derivata dai fondi complementari per andare in pensione prima, a 64 anni. È la mossa a cui pensa il governo Meloni per aiutare i Millennials, nati alla fine del secolo scorso e destinati a pensionarsi dopo i 70 anni. Per ora è solo un’ipotesi. Ma se n’è parlato ieri all’ultimo tavolo sulla previdenza tra parti sociali e tecnici del ministero del Lavoro.

Il paletto dei 1.400 euro

L’idea nasce da una constatazione di fondo: ammorbidire i paletti posti dalla riforma Fornero al pensionamento di quanti hanno iniziato a lavorare dopo il 1996 e ricadono completamente nel sistema contributivo, prenderanno cioè in base ai contributi versati e non alla media degli ultimi stipendi. In base alle norme del…

ROMA — Sommare pensione pubblica e rendita privata derivata dai fondi complementari per andare in pensione prima, a 64 anni. È la mossa a cui pensa il governo Meloni per aiutare i Millennials, nati alla fine del secolo scorso e destinati a pensionarsi dopo i 70 anni. Per ora è solo un’ipotesi. Ma se n’è parlato ieri all’ultimo tavolo sulla previdenza tra parti sociali e tecnici del ministero del Lavoro.

Il paletto dei 1.400 euro

L’idea nasce da una constatazione di fondo: ammorbidire i paletti posti dalla riforma Fornero al pensionamento di quanti hanno iniziato a lavorare dopo il 1996 e ricadono completamente nel sistema contributivo, prenderanno cioè in base ai contributi versati e non alla media degli ultimi stipendi. In base alle norme del 2011, chi ha un lavoro stabile, continuo, ben remunerato e vuole uscire prima dei 70 anni potrà farlo a 64 anni con 20 di contributi a patto che la pensione maturata sia di 2,8 volte superiore all’assegno sociale. Ai valori di oggi, parliamo di 1.409 euro.

Le alternative

Se i buchi in carriera, i bassi salari, l’intermittenza dei contrattini non consentono di arrivare ad un assegno di almeno 1.400 euro, le alternative sono tre. Aspettare l’età di vecchiaia, oggi pari a 67 anni ma che cresce con la speranza di vita, per i Millennials sarà over 70 e con un vincolo: pensione superiore di 1,5 volte l’assegno sociale, 755 euro. Seconda ipotesi: andare in pensione anticipata classica, a prescindere dall’età, con 42 anni e 10 mesi di contributi versati (un anno in meno per le donne): requisito quasi impossibile per questa generazione e tra l’altro agganciato alla speranza di vita per ora bloccata solo fino al 2026.

Terza alternativa: aspettare i 71 anni (ma nel 2031-32 potrebbero essere 71 anni e 8 mesi) perché a quell’età basteranno solo 5 anni di contributi. La quarta via, detta “anticipata contributiva”, è senza dubbio la più conveniente per i Millennials: 64 anni e 20 di contributi. Ma il requisito dei 1.400 euro che si diceva – avere una pensione di 2,8 volte superiore all’assegno sociale – la rende fruibile solo ai lavoratori “ricchi”, quelli con uno stipendio buono. Visto il basso livello dei salari medi in questi decenni, da tempo i sindacati chiedono ai governi di togliere o abbassare quei paletti di 1,5 (per la vecchiaia) e 2,8 volte (anticipata).

Cumulare pensione e rendita dei fondi

Il governo Meloni vuole percorrere però un’altra strada: spingere sulla previdenza integrativa, magari aumentando la deducibilità dei versamenti ai fondi. E fare in modo che la rendita derivante dalla pensione complementare possa valere anche ai fini dei requisiti per l’anticipata, cioè per uscire a 64 anni. Eventualità oggi impossibile. Ecco dunque che se, arrivati a 64 anni, la pensione maturata è pari solo a 1.100 euro e quindi troppo bassa, ma si può contare anche su una rendita da 300 euro frutto dell’investimento nel secondo pilastro, quello dei fondi previdenziali, allora si può lasciare il lavoro. Le due “entrate” si potranno cumulare.

Il nodo di “Assoprevidenza”

Resta un dubbio: la capacità di giovani e meno giovani di oggi a bassa retribuzione di poter versare ogni mese una quota al fondo di previdenza complementare privato. Cgil, Cisl e Uil hanno poi sollevato anche un altro tema spinoso. Hanno chiesto al governo di ritirare l’emendamento di Italia Viva di fine luglio al decreto Pa2, appoggiato da FdI e dal ministero del Lavoro, che cambia nome e natura al Comitato per la promozione proprio della previdenza complementare. Si passa da “Previdenza Italia” ad “Assoprevidenza”, soggetto privato che eredita 29,5 milioni di fondi pubblici non spesi dal precedente Comitato, istituito nel 2011 dalla commissione Lavoro della Camera e mai entrato in funzione. Prezioso ora che si vuole spingere proprio sui fondi pensione.

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