di ANDREA FROLLÀ
I vincoli burocratici, l’incertezza politica e la mancanza di programmazione di lungo periodo sono ormai disincentivi agli investimenti stranieri scolpiti nella pietra del nostro Paese. Tuttavia, la dimensione del mercato italiano e la presenza di un tessuto di piccole e medie imprese capaci di offrire alta specializzazione e qualità, salvaguardano l’immagine del Paese agli occhi degli investitori stranieri, garantendo all’Italia un’attrattività che ancora le consente di calamitare investimenti di grande entità e di ampio respiro.
Questo fenomeno si è manifestato in maniera evidente dopo l’esperienza della pandemia, nonostante la tendenza di tante organizzazioni alla rilocalizzazione delle catene di produzione verso i paesi d’origine delle grandi multinazionali (reshoring). Tuttavia, è altrettanto vero che non ci si può adagiare più di tanto sui successi ottenuti fino ad oggi, perché lo scenario economico sta mutando a una velocità impressionante. L’attrattività del nostro Paese nei confronti degli investimenti esteri lascia comunque ben sperare, soprattutto pro futuro. Secondo le stime del Global Attractiveness Index 2023, elaborato da The European House - Ambrosetti in collaborazione con Eunipharma, Iapg, Philip Morris Italia, ServiceNow e Toyota Material Handling Italia, il nostro Paese si posiziona al 17° posto, con ben cinque posizioni guadagnate nel ranking mondiale rispetto al 2021. Una performance in controtendenza rispetto al peggioramento che aveva caratterizzato il biennio precedente, favorita soprattutto dall’aumento dei flussi di investimenti diretti dall’estero, dall’accresciuta performance del sistema logistico e soprattutto la dinamica del Pil, in netto aumento dopo la recessione indotta dalla pandemia.
All’interno del Global Attractiveness Index stanno inoltre assumendo sempre più centralità gli aspetti di sostenibilità, misurati da un apposito indice. In questo indice la performance italiana, seppur positiva nel confronto internazionale, è deficitaria quando ci si confronta con i principali Paesi europei. Rispetto alla media di Francia, Germania e Spagna, l’Italia si posiziona 10 posizioni sotto nell’Indice di Sostenibilità complessivo (-2,8 punti di score), 6 posizioni sotto nel pilastro della Resilienza (-3,8 punti di score), 14 posizioni sotto nel pilastro della Vulnerabilità (-1,9 punti di score) e 11 posizioni sotto nel pilastro della Transizione Ecologica (-1,7 punti di score). Una miglior performance nella sostenibilità emerge come necessaria per innescare un circolo virtuoso a favore dell’attrattività del Paese: già nel breve periodo, infatti, emerge una marcata correlazione tra lo score negli obiettivi di sostenibilità indicati delle Nazioni Unite e l’indice di posizionamento dell’indice elaborato da The European House – Ambrosetti.
Fortunatamente, nel medio periodo gli investitori internazionali mostrano ottimismo nei confronti dell’Italia: la maggioranza delle imprese straniere ha infatti intenzione di continuare a investire in Italia e ritiene che l’Italia migliorerà la propria attrattività nei prossimi anni. Ne sa qualcosa Philip Morris, la multinazionale americana che nel 2016 ha avviato la più grande trasformazione della sua storia lanciando la visione di un “futuro senza fumo”, basata sui prodotti alternativi al tabacco tradizionale. E che nel nostro Paese non solo vanta il più grande stabilimento produttivo creato negli ultimi 22 anni, ma anche un ventaglio di investimenti che guardano con fiducia ai prossimi anni di sviluppo economico, sociale e industriale dell’Italia.
“L’innovazione non si può basare sui percorsi filosofici, serve un impegno finanziario consistente – spiega Marco Hannappel, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia e presidente Europa Sud-Occidentale di Philip Morris International – Noi abbiamo investito oltre 10 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo negli ultimi 15 anni e oltre 1 miliardo e 200 milioni di euro per la costruzione del Philip Morris Manufacturing & Technology Bologna, la fabbrica di Crespellano che oggi esporta in tutto il mondo i nostri prodotti senza combustione al centro della nostra trasformazione per un futuro senza fumo. Grazie all’inaugurazione del Centro per l’eccellenza industriale (600 milioni di euro di investimento e 8 mila posti di lavoro creati) abbiamo inoltre sviluppato la filiera della meccatronica italiana che esportiamo in giro per il mondo. Non esportiamo dunque solo prodotti, ma anche fabbriche”.
L’investimento di Philip Morris, che quest’anno festeggia il sessantesimo anniversario di presenza in Italia, può senz’altro sembrare una mosca bianca, soprattutto per entità e dimensione. Eppure, secondo Hannappel “se il nostro Paese riuscisse a migliorare il contesto competitivo, di Philip Morris che investono in Italia ce ne potrebbero essere tante altre, perché il genio italico è ancora una carta vincente e le eccellenze non mancano, anzi”. Effettivamente, quanti altri investimenti ingenti e qualità saremmo in grado di calamitare se incidessimo positivamente sugli storici vincoli strutturali e al tempo stesso valorizzassimo ulteriormente i punti di forza? Tra l’esperienza pandemica, la rivoluzione digitale e la transizione sostenibile, è forse in atto la tempesta perfetta per tentare di scoprirlo.