Economia

Antitrust contro Google questione di democrazia

Antitrust contro Google questione di democrazia
(afp)
Comunque si concluda, il procedimento per abuso

di posizione dominante avviato nei giorni scorsi avrà

un peso fondamentale non solo per il futuro assetto del mondo digitale ma anche sull’intero sistema americano

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Il procedimento per abuso di posizione dominante avviato in questi giorni contro Google avrà, comunque si concluda, un peso fondamentale non solo nell’assetto futuro dell’intero mondo digitale, ma anche sulla stessa democrazia in America. Quando nel 1835 Alexis de Toqueville pubblicò il suo “De la démocratie en Amérique” riconobbe nei caratteri fondativi del Paese Nuovo il rifiuto di ogni tentativo di monopolizzare l’economia, perché questa avrebbe portato all’affermarsi di poteri che avrebbero limitato le libertà individuali e minato la democrazia stessa.  Questo stesso principio divenne la base dello Sherman Antitrust Act, che nel 1890 in piena rivoluzione industriale pose le linee di una normativa che vede in ogni tentativo di monopolizzazione, così come nell’abuso di posizione dominante, un “criminal infringement”, proprio perché percepito come un attentato alla democrazia, con atti da istruirsi da parte della Antitrust Commission e da parte del Dipartimento della Giustizia del governo federale ma da giudicarsi nei tribunali ordinari fino alla Corte Suprema.

Nel 1910 si aprì così il Caso “Il popolo degli Stati Uniti contro Standard Oil of New Jersey”, davanti alla Corte Suprema che chiamo l’impresa guidata da John D.Rockfeller a rispondere dell’accusa di abuso di posizione dominante e tentativo di monopolizzazione del settore petrolifero per aver riunito in uno stesso trust tutte le raffinerie del Paese. La sentenza riconobbe colpevole l’impresa e impose di scorporare la Stardard Oil of New Jersey in 43 nuove entità. Nacquero così fra le altre Esso (poi Exxon), Mobil, Chevron, Amoco, la Standard Oil of Ohio che poi venne ceduta con Amoco a BP.  Così l’azione antitrust ridisegnò il settore petrolifero negli Stati Uniti, ma spingendo queste imprese a crescere all’estero determinò il ridisegno del comparto nel mondo generando con Shell, Gulf e la stessa BP il club delle Sette Sorelle – come le chiamò l’eretico Enrico Mattei – che monopolizzò l’intera economia mondiale fino alla crisi petrolifera.

Egualmente il Caso “Stati Uniti vs. AT&T” avviato nel 1974 per abuso di posizione dominante portò nel 1982 a scorporare dalla vecchia American Telephone and Telegraph sette Bell operating companies, a cui si aggiungeva un’ampia varietà di imprese minori, ma soprattutto apriva alla concorrenza e all’innovazione l’intero settore delle comunicazioni.  Si giunge così al caso Microsoft, che alla fine degli anni 90 portò all’apertura di un procedimento investigativo contro l’impresa leader mondiale nel settore del software. Sulla base degli esiti di questa inchiesta, il Dipartimento della Giustizia portò in giudizio Microsoft, sostenendo che l’impresa stava instaurando un monopolio nel settore dato che vendendo il suo software rendeva accessibili una serie di applicazioni, che però richiedevano anche l’acquisto di Microsoft Window.

Inoltre l’impresa, forte della propria posizione dominante, cedeva ai consumatori a titolo gratuito il proprio browser software Internet Explorer, bloccando l’ingresso a nuovi concorrenti. L’impresa oppose che tali pratiche erano frutto della maggiore capacità di innovazione e pertanto che l’azione antitrust indeboliva l’impresa statunitense nel mondo favorendo imprese operanti in contesti meno regolati.  Il giudice ritenne Microsoft colpevole di avere infranto lo Sherman Antitrust Act e decretò la separazione dell’impresa in due entità, la prima per vendere il sistema operativo Window, la seconda tutti gli altri prodotti software di Microsoft.  In realtà il vero impatto di quel procedimento fu che il leader del mercato fu limitato nella sua espansione interna verso i due mercati emergenti della produzione di terminali e di accessi a Internet, che aprì la via alla crescita di Apple e di Google.

Dopo 25 anni sono le stesse Google e Apple accusate di attentare alla democrazia abusando della loro posizione dominante. Dopo un procedimento avviato addirittura durante la presidenza Trump, il 12 settembre di quest’anno è stato avviato il processo contro Alphabet, proprietaria di Google. Non per la sua posizione dominante – il suo motore copre circa il 90 per cento di tutte le ricerche su scala mondiale – ma per l’abuso compiuto pagando circa 45 miliardi all’anno ai maggiori costruttori di terminali, fra cui Apple, Samsung e Motorola, per garantire che il suo motore di ricerca risultasse predefinito e in esclusiva.  La difesa sostiene che tali risultati sono l’esito di una maggiore capacità competitiva, dichiarando che negli Stati Uniti non è illegale sottoscrivere contratti in esclusiva; l’accusa sostiene invece che se un’impresa, avvalendosi della propria posizione dominante, chiude di fatto l’entrata di nuovi concorrenti, questo è un tentativo di monopolizzazione che è pertanto un “criminal infringement” che lede la democrazia in America.

L’esito si vedrà in un procedimento che mette in discussione le Big 5 – Apple, Alphabeth, Amazon, Meta, Microsoft – che nel loro insieme rappresentano un potere dominante negli Stati Uniti, ma che, come commentano in molti, sono oggi le vere corazzate della posizione dominante degli Stati Uniti nel Mondo.  Visto dall’Europa ancora una volta assistiamo da spettatori all’evidenza che il futuro dell’industria mondiale viene discussa da un tribunale statunitense come se fosse solo una questione interna alla “démocratie en Amérique”.

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