Maxi privatizzazioni e crescita: le coperture della manovra sono virtuali
di Andrea Greco , Filippo SantelliIl ministro dell'Economia Giorgetti
(ansa)Una previsione di crescita assai ottimistica, superiore a quella di tutti gli analisti. Un’ambiziosissima campagna di dismissione di partecipazioni pubbliche da 20 miliardi. Progetti di spending review e di riduzione dell’evasione fiscale tutti da sostanziare. Sono tante e profonde le incognite sulla tenuta dei conti pubblici italiani nei prossimi anni, per come li dettaglia la Nadef appena approvata dal governo Meloni. Una situazione «più delicata di quanto prefigurato a primavera», scrive il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nella premessa del documento, che rende necessarie «scelte difficili». Prime fra tutte quella di finanziare le misure dei prossimi due anni con una dose extra di deficit – 15,7 miliardi per la legge di Bilancio, 23,5 in tutto – e di rinviare il processo di rientro del debito pubblico impostato dal governo Draghi, confidando che all’Europa e ai mercati basti per ora stabilizzarlo. Ma si stabilizzerà? Se anche una sola delle assunzioni del quadro dovesse …
Una previsione di crescita assai ottimistica, superiore a quella di tutti gli analisti. Un’ambiziosissima campagna di dismissione di partecipazioni pubbliche da 20 miliardi. Progetti di spending review e di riduzione dell’evasione fiscale tutti da sostanziare. Sono tante e profonde le incognite sulla tenuta dei conti pubblici italiani nei prossimi anni, per come li dettaglia la Nadef appena approvata dal governo Meloni. Una situazione «più delicata di quanto prefigurato a primavera», scrive il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nella premessa del documento, che rende necessarie «scelte difficili». Prime fra tutte quella di finanziare le misure dei prossimi due anni con una dose extra di deficit – 15,7 miliardi per la legge di Bilancio, 23,5 in tutto – e di rinviare il processo di rientro del debito pubblico impostato dal governo Draghi, confidando che all’Europa e ai mercati basti per ora stabilizzarlo. Ma si stabilizzerà? Se anche una sola delle assunzioni del quadro dovesse rivelarsi scorretta il fragilissimo equilibrio salterebbe, mettendo l’Italia nel mirino dei mercati. E smentendo il mantra di Meloni e Giorgetti sulla manovra «responsabile e prudente».
La prima incognita è la crescita, perché l’1,2% che il governo fissa per il 2024 è ben superiore alle stime degli analisti, che in media si fermano a otto decimi e nelle ipotesi più pessimistiche a quattro. L’Ufficio parlamentare di bilancio, che per ora si è limitato a valutare i numeri tendenziali, senza gli effetti della prossima manovra, parla di quadro «accettabile» ma esposto a «numerosi rischi». L’economia italiana si è fermata: consumi, industria, investimenti ed export girano a vuoto. La scommessa del governo è che riparta nell’ultimo trimestre, per poi riprendere giri il prossimo anno. Ma al momento non si vedono segnali, anche considerato che la stretta della Bce deve ancora far sentire il suo pieno effetto. A parte i rischi della congiuntura internazionale, molto dipende dalla piena attuazione degli investimenti del Pnrr, che finora hanno sempre tradito le previsioni. Mezzo punto di Pil in meno significherebbe debito in crescita, anziché stabile.
A fronte di maggiori uscite certe, e in deficit, la seconda grande incognita sono le entrate. Perché per stabilizzare e poi tornare a ridurre dal 2026 il debito Giorgetti ha annunciato privatizzazioni per un punto di Pil, cioè almeno 20 miliardi di euro. La cifra rimanda a fasi drammatiche della storia italiana e dietro le quinte i banchieri d’affari ritengono si possa raccogliere solo con una sforbiciata vigorosa di tutte le partecipazioni del Tesoro quotate. Se, per ipotesi, lo Stato accettasse di scendere ovunque al 20% del capitale, potrebbe vendere un 12,35% di Eni per 6,36 miliardi (ai valori attuali), un 3,6% di Enel per 2,14, il 10,2% di Leonardo a 810 milioni, un 44,2% di Poste a 5,75 miliardi, un 10,3% di Snam a 1,54, un 9,8% di Terna a 1,38 miliardi, e tutto il 64% di Mps, su cui c’è l’impegno con la Ue a riprivatizzare, per 1,9. Totale 19,9 miliardi.
Solo che ampie fette dei pacchetti sono detenuti tramite Cassa depositi e prestiti, che non rientra nella contabilità pubblica: i relativi introiti andrebbero in qualche modo compensati per poterli conteggiare. Infine, c’è il problemino controllo: con il 20% le società quotate non sono “blindate”, un altro azionista potrebbe salire al 25% senza dover lanciare un’offerta totalitaria e rivendicare la primazia sulla governance. A quel punto il Tesoro potrebbe difenderle solo con il Golden power rafforzato, un’arma politica che si è già rivelata debole davanti a offerte vantaggiose per i soci di minoranza in Borsa.
Piano ambizioso, dunque, e nebuloso. Come del resto l’obiettivo di taglio del deficit nel 2026, da ottenere con la spending review, sempre evocata e mai realizzata, e con la riduzione dell’evasione fiscale, su cui questa maggioranza ha un pedigree più che ambiguo. Non a caso questo cambio di rotta è rimandato all’ultimo anno della programmazione. Ma i nodi rischiano di arrivare al pett