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Le ferite della stretta monetaria gli effetti sul Pil dureranno anni

Due studi mostrano che un rapido ciclo di rialzi dei tassi ha ricadute permanenti sull’innovazione e sulle competenze dei lavoratori, rallentando la crescita a lungo anche quando è finito
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Che i rialzi dei tassi  provochino una contrazione economica che può arrivare alla recessione, è ufficialmente avallato perfino dai presidenti di Fed e Bce, Jerome Powell e Christine Lagarde. Ma quanto a lungo perdurino gli effetti negativi sull’economia non lo aveva calcolato finora nessuno. «Anzi, i banchieri centrali sono convinti che passata la tempesta tutto torni subito come prima», commenta sul Financial Times un’economista dal cognome promettente, Soumana Keynes. «Invece ora una serie di studi dimostra e documenta che le conseguenze in termini di Pil perduto, di investimenti rinviati o annullati, in sostanza di crescita “azzoppata” si fanno sentire anche a molti anni di distanza dallo shock monetario».

Uno di questi studi è stato presentato paradossalmente al summit delle banche centrali di Jackson Hole, nella tana del leone, a fine agosto. Il report “Monetary policy and innovation” degli econom…

Che i rialzi dei tassi  provochino una contrazione economica che può arrivare alla recessione, è ufficialmente avallato perfino dai presidenti di Fed e Bce, Jerome Powell e Christine Lagarde. Ma quanto a lungo perdurino gli effetti negativi sull’economia non lo aveva calcolato finora nessuno. «Anzi, i banchieri centrali sono convinti che passata la tempesta tutto torni subito come prima», commenta sul Financial Times un’economista dal cognome promettente, Soumana Keynes. «Invece ora una serie di studi dimostra e documenta che le conseguenze in termini di Pil perduto, di investimenti rinviati o annullati, in sostanza di crescita “azzoppata” si fanno sentire anche a molti anni di distanza dallo shock monetario».

Uno di questi studi è stato presentato paradossalmente al summit delle banche centrali di Jackson Hole, nella tana del leone, a fine agosto. Il report “Monetary policy and innovation” degli economisti Yueran Ma della Chicago University e Kaspar Zimmermann del Leibniz Institute di Francoforte, si concentra soprattutto sullo stop derivante dalla stretta alla tecnologia in ogni settore: «Un rialzo inaspettato di soli 100 punti base (la Fed è arrivata a 550 in un anno e mezzo, ndr) provoca una caduta della spesa in ricerca e sviluppo fra l’1 e il 3% e un crollo del venture capital del 25% nei successivi 1-3 anni. Quanto ai brevetti, la caduta è del 9% entro i successivi 2-4 anni». Non è finita: «Vista la sensibilità del Pil complessivo rispetto all’innovazione, perdite di tali dimensioni comportano una perdita dell’1% nella crescita allo scadere dei cinque anni dopo il rialzo».

L’effetto valanga

La politica monetaria, aggiunge il rapporto, influenza pesantemente l’innovazione complessiva perché cambia la struttura della domanda aggregata e delle condizioni di mercato, quindi la redditività dell’innovazione stessa. Un tipico “snowball effect”, l’effetto valanga: «Meno progresso e meno investimenti a lungo termine derivano dalla contrazione del capitale complessivo», commenta Francesco Saraceno, un economista di Sciences Po che pure studia gli effetti collaterali dei rialzi e ha appena pubblicato un libro intitolato “Oltre le banche centrali” (Luiss Press). «Quando si valutano costi e benefici delle politiche pubbliche, compresa quella monetaria, si dimentica che l’economia è un processo che deve guardare anche al domani: quello che succede oggi non influenza solo il presente ma il futuro. E questo è ovviamente tanto più valido quanto più draconiana è stata la manovra delle banche centrali, come in questo caso».

L’unico settore dell’hi-tech che a partire dalla prima metà del 2023 ha dimostrato robustezza è l’intelligenza artificiale: investimenti come i 10 miliardi pagati da Microsoft per OpenAI (la “madre” dell’intelligenza generativa) o quello da 4 miliardi di Amazon per Anthropic si fanno sentire. «La diffusione dell’intelligenza artificiale nell’industria può provocare una scossa alla produttività della stessa entità di quando Internet conquistò il mondo», commenta Patrice Gautry, capo economista di Union Bancaire Privée. Ma tutto questo non basta di certo, certificano gli economisti nei loro report, a compensare le difficoltà complessive causate dal caro-denaro. 

Ancora più sorprendente visto il “mittente”, è infatti un altro studio presentato non a Jackson Hole ma negli stessi giorni da tre economisti (Òscar Jordà, Sanjay Singh e Alan Taylor) della sede della Federal Reserve di San Francisco. In questo caso gli autori avvertono che considerano che il periodo di “decantazione” in cui l’economia è penalizzata, decorre non solo dalla fine dei rialzi, che peraltro dovrebbe essere più o meno prossima, ma dal momento in cui gli interessi cominciano a scendere, e ciò avverrà – affermano sia Powell che Lagarde – non prima del 2025. E dopo di allora si avranno effetti negativi per 12 anni ancora. «Sui conti delle aziende pesa in modo decisivo – commenta Brunello Rosa della London School of Economics – il fatto che il momento giusto per un investimento può essere fugace, insomma o si fa in quel momento o si perde l’opportunità. Se l’azienda decide di “lanciarsi” comunque, lo farà agli attuali carissimi tassi con conseguenze sui suoi conti degli anni futuri e sulle potenzialità occupazionali».

Cosa provocano le strette monetarie

Tornando al report della Fed, si allarga lo sguardo al di fuori degli Stati Uniti: gli autori hanno creato e utilizzato un database riguardante «un ampio numero di importanti economie nazionali nell’arco dell’ultimo secolo», incrociandoli fra di loro (“cross-country”) e traendo le conclusioni. Che sono incontrovertibili: «Il potenziale produttivo di un’economia è diverso da quello che sarebbe stato se non ci fossero stati interventi monetari, e quest’effetto persiste per un periodo di almeno dieci anni dopo la stretta», insistono gli autori. «Gli effetti di lungo termine delle strette monetarie, è provato storicamente, vedono accompagnarsi a una minore disponibilità di capitali una caduta della produttività». Su quest’ultimo aspetto si sofferma analiticamente il report: «La produttività totale dei fattori (Tfp) – scrivono gli economisti della Fed - è composto essenzialmente da due elementi: la disponibilità di capitale da investire, che scarseggia appunto a causa della stretta, e il lavoro umano, che anch’esso diminuisce perché una recessione o un forte rallentamento comportano fatalmente riduzioni di organico». Ad aggravare il quadro, interviene il “labor scarring”, la “cicatrice del lavoro”: «Quando un lavoratore viene licenziato, il suo capitale di esperienza e passione si deprezza, e sempre più si deprezzerà quanto più a lungo resterà disoccupato. Per questo, un rallentamento nell’attività economica dovuto alla stretta monetaria comporta una generalizzata perdita di competenze in tutti i settori».

Tutto questo non riguarda solo le proiezioni economiche degli accademici, ma ha precisi riscontri scendendo sulla terra: «Se i tassi d’interesse si muovono così vistosamente al rialzo – dice per esempio Rob Haworth, direttore delle strategie alla U.S. Bank Wealth Management – gli investitori diventano via via più riluttanti verso le azioni perché le prospettive di futuri profitti sono inferiori a quelle dei bond visti i rendimenti correnti». Questo naturalmente ha conseguenze a catena sulle capacità d’investimento delle stesse aziende e concorre a provocare il rallentamento di lungo termine.

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