Così l’Italia rischia di perdere il treno per l’industria del futuro
di Filippo SantelliGuidano le superpotenze, Stati Uniti e Cina; inseguono gli altri, Europa compresa: in tutto il mondo sono tornate le politiche industriali. Una corsa miliardaria di piani e sussidi con cui i governi spingono e tirano le grandi multinazionali a produrre sul loro territorio, in modo da assicurarsi il controllo – o almeno una fetta – delle filiere strategiche per le grandi transizioni, energetica e digitale. Ma una corsa in cui l’Italia, seconda potenza manifatturiera d’Europa, è ferma al palo.
Lo mostra la mappa dei nuovi stabilimenti produttivi in due settori chiave come i chip e le batterie: bandierine che si concentrano in Germania e Francia, spuntano in Spagna, Polonia, Ungheria e Svezia, e lasciano semideserto lo Stivale. A penalizzare il nostro Paese è la scelta dell’Europa di non…
Guidano le superpotenze, Stati Uniti e Cina; inseguono gli altri, Europa compresa: in tutto il mondo sono tornate le politiche industriali. Una corsa miliardaria di piani e sussidi con cui i governi spingono e tirano le grandi multinazionali a produrre sul loro territorio, in modo da assicurarsi il controllo – o almeno una fetta – delle filiere strategiche per le grandi transizioni, energetica e digitale. Ma una corsa in cui l’Italia, seconda potenza manifatturiera d’Europa, è ferma al palo.
Lo mostra la mappa dei nuovi stabilimenti produttivi in due settori chiave come i chip e le batterie: bandierine che si concentrano in Germania e Francia, spuntano in Spagna, Polonia, Ungheria e Svezia, e lasciano semideserto lo Stivale. A penalizzare il nostro Paese è la scelta dell’Europa di non stanziare risorse comuni, bensì limitarsi ad allargare le maglie degli aiuti di Stato, premiando chi ha spazio nei bilanci per stanziare gli incentivi più generosi. Non noi. Ma pesa altrettanto l’assenza di una politica industriale, un’idea delle eccellenze da valorizzare e dei nodi in cui potersi inserire. Difetto antico, che il governo Meloni non sta facendo nulla per sanare. E che rischia di condannare l’Italia a un ruolo da spettatrice: «Mettiamo etichette di strategicità ma senza una visione reale di cosa lo sia e di cosa possiamo fare», dice Lucia Tajoli, professoressa di Politica economica alla School of Management del Politecnico di Milano.
Silicon Saxony
L’effetto distorsivo degli aiuti di Stato sul mercato europeo, denunciato anche dal presidente degli industriali Carlo Bonomi, è mostrato bene dal bilancio del Temporary framework, l’esenzione temporanea introdotta dall’Europa nel 2022 per rispondere alla crisi energetica. Su un totale di 742 miliardi di euro di sussidi autorizzati dalla Commissione, il 48,4% è stato richiesto dalla Germania, il 22,5% dalla Francia e appena il 7,8% dall’Italia. Ma il divario competitivo più strutturale, tra chi può spendere e chi non può, rischia di aprirsi ora, visto che a fine anno si chiuderà la finestra per gli aiuti più legati all’emergenza - come le compensazioni alle imprese per i costi dell’energia - e resterà invece spalancata quella per gli investimenti strategici. Sui chip la Germania ha messo sul tavolo ben 20 miliardi di sussidi, riuscendo ad attirare due colossi: dieci andranno a Intel per un mega stabilimento da 30 miliardi a Magdeburgo per microprocessori avanzati; altri 5 a una cordata capitanata dalla taiwanese Tsmc che a Dresda costruirà una delle sue grandi fonderie, la prima in Europa. La Silicon Valley europea, insomma, sarà nell’Est della Germania, al servizio della sua industria dell’auto e non solo. E mentre la vicina Polonia è riuscita a inserirsi nella partita, assicurandosi uno stabilimento “satellite” di Intel per l’assemblaggio dei chip, di quello italiano si sono perse le tracce.
Senza batterie
Attirare le multinazionali sarebbe anche uno dei pilastri del Chips Act tricolore, annunciato dal ministro del Made in Italy Urso ma non varato, in attesa di definire dettagli e risorse. Alla fine del 2022 l’Italia ha incassato un investimento produttivo, quello della multinazionale italofrancese StM a Catania, 730 milioni con contribuito statale da 292. Peccato che in Francia la stessa StM stia costruendo una fabbrica da 7,4 miliardi, di cui 2,9 di sussidi. Nel suo piano France 2030, lanciato due anni fa, il presidente Emmanuel Macron vuole raddoppiare la produzione nazionale di semiconduttori. Gli aiuti di Stato accentuano la tendenza delle produzioni hi-tech a concentrarsi in “grappoli”, lì dove esistono competenze e domanda da servire. Non in Italia, quindi, e lo si vede anche nelle batterie. Le proiezioni di Benchmark Mineral al 2030 sugli impianti annunciati dicono che la Germania salirà da 8 a 325 Gigawattora di capacità produttiva, leader Ue: tutte le multinazionali asiatiche stanno mettendo piede nel Paese, scelto anche da Tesla per la sua Gigafactory europea. Mentre in Francia, a suon di sussidi ed energia a basso costo, Macron è riuscito a radicare una Battery Valley a Dunkirk, che proietterà la produzione nazionale da 0 a 162 Gigawattora.
Quanto all’Italia, lo scenario 2030 parla di una sola Gigafactory, quella della joint-venture ACC (Stellantis, Mercedes, Total) a Termoli, da 40 Gigawattora. Fanalino di coda europeo, dietro anche a nazioni meno ricche ma che hanno puntato forte sull’elettrico. L’Ungheria, che ha attirato i colossi cinesi con incentivi miliardari. O la Spagna, che si è fatta autorizzare un pacchetto di aiuti di Stato da 1,5 miliardi.
Parmigiano o chip
«Quello delle batterie è un oligopolio in cui è difficilissimo inserirsi, specie per un Paese come il nostro molto legato al motore a combustione», dice Alberto Prina Cerai, analista del settore. «Quello che può fare realisticamente l’Italia è incentivare l’emergere di piccole o medie aziende che occupino parti ad alto valore della catena industriale, per esempio il riciclo che è una nostra eccellenza e sarà decisivo nell’elettrico». Sono in molti a pensare che per l’Italia la politica industriale più giusta - o l’unica possibile - sia questa: anziché inseguire Gigafactory, costruire attorno alle eccellenze che esistono, nella ricerca e nell’industria, nodi di specializzazione ben inseriti nelle filiere europee. Il problema è che ci vogliono strategia e risorse, mentre gli altisonanti progetti del governo - dalla riapertura delle miniere al piano sui chip - hanno prodotto poco di concreto. Se leader come Macron e Olaf Scholz si intestano le politiche tecnologiche, per l’esecutivo Meloni sembrano una priorità fra tante, come stanziare un miliardo per le produzioni tradizionali del Made in Italy. E se la Spagna tratta con Elon Musk per una Gigfactory Tesla, l’Italia gli offre al massimo un Colosseo in cui combattere. «Consideriamo strategici settori da Paesi emergenti come l’alimentare», dice Tajoli del Politecnico. «La prima cosa è decidere se lasciare ad altri le partite di Serie A o giocarle davvero. Con coerenza tra proclami e risorse».