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Scarpetta (Ocse) “Dove c’è ha portato benefici e occupazione. In Italia troppo lavoro povero”

Stefano Scarpetta, economista dell'Ocse

 
“Il salario minimo esiste in quasi tutti i paesi europei. La Germania negli anni lo ha portato fino a 12 euro all’ora”
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ROMA — «Il salario minimo non è uno strumento di lotta alla povertà, quello semmai era il reddito di cittadinanza: serve a dare a tutti i lavoratori un livello di dignità adeguato a un Paese industrializzato. La povertà lavorativa è il vero problema». Stefano Scarpetta, economista con PhD all’Ecole des Hautes Etudes en Science Sociales, all’Ocse dal 1991 e dal 2013 direttore per il Lavoro, legge con noi il parere del Cnel. «È positivo che un organismo tripartito — governo, imprese, parti sociali — sia stato investito della questione. È un primo passo verso la soluzione di un problema molto complesso».

Però il Cnel dice che non ha messo in conto i lavoratori della cura della persona come le badanti né quelli agricoli, i settori dov’è più urgente la perequazione. E allora, che validità ha un documento del genere?

«Certo, le cifre dell’Inps riprese dal Cnel sono particolarmente basse (lo 0,4% dei lavoratori escluso dalla contrattazione collettiva, ndr). Lo hanno detto chiaramente:…

ROMA — «Il salario minimo non è uno strumento di lotta alla povertà, quello semmai era il reddito di cittadinanza: serve a dare a tutti i lavoratori un livello di dignità adeguato a un Paese industrializzato. La povertà lavorativa è il vero problema». Stefano Scarpetta, economista con PhD all’Ecole des Hautes Etudes en Science Sociales, all’Ocse dal 1991 e dal 2013 direttore per il Lavoro, legge con noi il parere del Cnel. «È positivo che un organismo tripartito — governo, imprese, parti sociali — sia stato investito della questione. È un primo passo verso la soluzione di un problema molto complesso».

Però il Cnel dice che non ha messo in conto i lavoratori della cura della persona come le badanti né quelli agricoli, i settori dov’è più urgente la perequazione. E allora, che validità ha un documento del genere?

«Certo, le cifre dell’Inps riprese dal Cnel sono particolarmente basse (lo 0,4% dei lavoratori escluso dalla contrattazione collettiva, ndr). Lo hanno detto chiaramente: è difficile quantificare i compensi. Ma comunque è opportuno farlo per identificare un livello di salario minimo adeguato».

Qual è questo livello? I 9 euro della proposta che sarà discussa in Parlamento?

«Come cifra iniziale è piuttosto alta. Un livello di partenza di 7,5 euro sarebbe più coerente con la direttiva dell’Unione europea. Ma deve essere oggetto di negoziato, non ci si deve ingabbiare in una cifra fissa».

Gli altri Paesi dove c’è il salario minimo come si sono regolati?

«In Germania si è partiti anni fa da 7,25 euro, e poi si è sottoposta la misura ad una verifica annuale. I rischi di un’ondata di licenziamenti, centrati sui mini-job, si sono dimostrati infondati perché la disoccupazione non è peggiorata, così il salario minimo è stato via via alzato fino agli attuali 12 euro. Ora c’è una richiesta sindacale di portarlo a 14 dal 1° gennaio 2024 che però incontra diffuse resistenze».

E nell’altro Paese-guida dell’Ue, la Francia?

«Anche qui c’è il salario minimo, oggi 11,27 euro l’ora, che una commissione tecnica sottopone periodicamente a verifiche, non più solo annuali ma più ravvicinate in considerazione dell’eccezionale ondata inflattiva. Nessun contraccolpo negativo sull’occupazione. A differenza di quello tedesco, lo Stato interviene per dimezzare i contributi sociali dei lavoratori al minimo. Attenzione: sia in Francia che in Germania i livelli del salario minimo (non quelli del monte-salari complessivo) sono tutelati e garantiti per legge».

Insomma c’è motivo per preoccuparsi del salario minimo?

«Esiste in quasi tutta Europa e in 30 Paesi su 38 dell’Ocse. Se andate a vedere i grafici del nostro Employment Outlook leggerete che il salario reale dei lavoratori non è diminuito in media: lo è invece in alcuni Paesi in cui il salario minimo non c’è o non è stato adeguato almeno in parte all’inflazione».

La Cgil sostiene che l’emergenza sono i contratti collettivi, scaduti per il 50% dei lavoratori mentre l’inflazione erode il potere d’acquisto. Ha ragione?

«Certo, anche quella è un’emergenza, anzi è la più urgente visto che non serve una legge per risolverla, ma basta la volontà delle parti. I salari sia pubblici che privati si sono ridotti in modo preoccupante in questi anni: ripeto, il vero male dell’Italia da risolvere al più presto, è la povertà lavorativa».

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