La calma instabile del gas. Troppi rischi ancora in agguato
di Andrea GrecoIl nuovo anno termico è iniziato: dal 1° ottobre gli operatori comprano gas all’ingrosso per la nuova stagione. Che anno sarà quello che segue la guerra russa e la rottura dei ponti energetici con Mosca? Anche se il tetro 2022-2023 è stato superato, grazie a misure di efficienza energetica e diversificazione spinta delle forniture (più una botta di caldo record), tante incognite gravano su aziende e consumatori.
Gli indizi dicono che sarà un anno “diverso”, più tranquillo eppure precario. C’è un mercato stravolto dagli eventi recenti, dove i prezzi sembrano planare ma su livelli strutturalmente più alti rispetto alle medie storiche: siamo attorno al doppio. La speculazione è svanita, ma non per questo scambi e quotazioni sono stabili. Le navi, cariche di gas liquefatto, sono ormai padrone di contratti e volumi: benché per ora ciò accresca la divergenza dei prezzi tra Usa, Europa e Asia. Se un domani il Gnl cementerà u…
Il nuovo anno termico è iniziato: dal 1° ottobre gli operatori comprano gas all’ingrosso per la nuova stagione. Che anno sarà quello che segue la guerra russa e la rottura dei ponti energetici con Mosca? Anche se il tetro 2022-2023 è stato superato, grazie a misure di efficienza energetica e diversificazione spinta delle forniture (più una botta di caldo record), tante incognite gravano su aziende e consumatori.
Gli indizi dicono che sarà un anno “diverso”, più tranquillo eppure precario. C’è un mercato stravolto dagli eventi recenti, dove i prezzi sembrano planare ma su livelli strutturalmente più alti rispetto alle medie storiche: siamo attorno al doppio. La speculazione è svanita, ma non per questo scambi e quotazioni sono stabili. Le navi, cariche di gas liquefatto, sono ormai padrone di contratti e volumi: benché per ora ciò accresca la divergenza dei prezzi tra Usa, Europa e Asia. Se un domani il Gnl cementerà un mercato globale, com’è il Nymex per il greggio, oggi si limita a esserne un embrione, che ondeggia in base ai prezzi tra l’Atlantico e il Pacifico soggetto a ogni possibile turbolenza: dallo sciopero australiano alle manutenzioni norvegesi ai tornado caraibici. «L’unica certezza è l’instabilità», come ha almanaccato Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia.
Flussi copiosi, caldo estivo
Di gas, intanto, ce n’è. Gli stoccaggi sono già stati riempiti attorno al 90% della capacità, in Italia e in tutta Europa, fin da metà agosto e in anticipo sugli obiettivi comunitari, che chiedevano di colmarli entro il 1° novembre. Le forniture russe nel 2023 saranno meno del 10% delle importazioni europee totali, stimava un mese fa la Commissione europea; e l’Italia dovrebbe attestarsi poco sopra il 5% del fabbisogno, grazie a consumi in ulteriore calo e al maggior contributo di Algeria, Azerbaijan, Norvegia e dei rigassificatori. Dal 2022 il Gnl conta per oltre un terzo del gas importato in Europa, e ha superato il tubo: pur se il Gnl di origine russa è aumentato del 40% nel continente, per dire come spesso quel che uscì dalla porta (tubo) rientra dalla finestra (nave).
A latere, e come l’anno prima, il riscaldamento climatico dà una mano a limitare i consumi. Settembre è stato caldissimo, ottobre finora anche, e tutte le previsioni meteo indicano un inverno particolarmente mite in Europa, così da minimizzare il gas usato per riscaldamento.
Crolla la speculazione
Queste premesse spiegano perché il mercato, dopo l’isteria 2022 che portò prezzi e volatilità a picchi insostenibili, sia oggi anestetizzato. Il gas spot, consegna a novembre, costa in Europa sul listino Ttf circa 37 euro a megawattora, con punte di 44 euro per le consegne invernali – quando ne serve di più – e per il derivato “Cal 24”, che consegna per tutta la nuova stagione. Anche i differenziali tra i vari contratti, indicatore che segnala l’aggressività del trading, sono crollati. Un anno fa per scambiarsi i flussi sulle varie scadenze gli operatori accettavano di pagare fino a 5 euro per Mwh: segno di tensione finanziaria, per l’enorme liquidità assorbita dalle garanzie sui contratti lievitati e per il timore che il blocco delle forniture russe provocasse un razionamento. Oggi gli spread sono tornati ai livelli pre-Covid, segno di fiducia nei prezzi e nel fatto che le utility venditrici di gas a imprese e famiglie italiane non correranno rischi finanziari. Racconta un trader che giorni fa uno scambio di volumi a breve contro volumi in consegna nel primo trimestre 2024 è avvenuto 0,15 euro di spread, «un livello che non ripaga neanche la finanza necessaria». I trader si possono consolare con i bonus del 2022.
Le quotazioni in calo però possono rivelarsi una falsa spia, il vero prezzo di vendita lo si vedrà al momento della consegna dei flussi. I contratti sono ancora tutti indicizzati ai derivati Ttf, per niente stabili: e qualcuno teme che prossimi eventi negativi facciano schizzare i prezzi, anche di una decina di euro a MWh. Potrebbe verificarsi per una “punta” di domanda che segue i giorni di freddo intenso (di solito in febbraio). O per qualche guaio sulle rotte del Gnl, dovuto a tempeste, scioperi – come quelli visti in Australia – eventi bellici (il blitz azero in Nagorno Karabakh è un monito, oltre alla guerra in Ucraina che continua). Ovvero qualche manutenzione, vera o presunta, di impianti: come quelle avviate in Norvegia in estate, secondo un costume frequente a Oslo non appena il gas di deprezza troppo.
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Gli effetti dell’oligopolio
Ci sono, infine, gli effetti geopolitici dei fatti del 2022, con gittata a lungo termine ma che già s’intravedono. Una deriva dei “continenti energetici” è in atto da quando Europa e Russia si sono voltate le spalle. Come emerge dal report 2023 di Igu, associazione dei grossisti che rappresenta il 90% del mercato mondiale, i contratti basati sull’interazione tra domanda e offerta – quasi tutti riferiti al Gnl – valgono ormai metà dei consumi globali. E dopo 15 anni di rincorsa si sono affermati in Nord America, Europa, India, Australia, marginalizzando i contratti bilaterali basati sul petrolio (com’erano quelli via tubo) o su prezzi regolati. A questa entropia del mercato, tuttavia, non corrisponde un allineamento di prezzi: anzi. «Dopo una lunga fase di convergenza, durata dal 2005 al 2015, la tendenza si è fermata negli ultimi anni di calo delle quotazioni, mentre nel 2021 e 2022 si è vista una forte divergenza, che è raddoppiata rispetto a otto anni fa», scrive l’Igu. Il disallineamento prosegue nel 2023, con l’Asia tornata a pagare più dell’Europa, che nel 2022 strapagava il gas per non rischiare la penuria. Sul listino asiatico Jkm il contratto spot novembre scambia a 14,39 dollari per milione di Btu (British termal unit, l’unità di misura globale), contro i 12,13 dollari del Ttf europeo e i 2,93 dollari pagati all’Henry Hub statunitense. Dati paradossali viste le premesse, e il corollario per cui ogni mercato dovrebbe favorire l’efficienza. Ma forse quello delle fonti fossili non sarà mai un vero mercato: casomai un oligopolio in cui gli Stati produttori si contendono flussi, riserve e vie di trasporto.
Intanto l’italiano paga, meno del 2022 ma più di prima, con un gigantesco trasferimento di miliardi verso l’estero – la produzione nostrana è sempre ferma al minimo storico di 3 miliardi di metri cubi malgrado gli sbandieramenti dei governi Draghi e Meloni sul riavvio dei pozzi – e un elemento di debolezza in più per l’industria italiana, specie energivora.