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La sfida dell’Opec+, petrolio a 100 dollari mentre la domanda cresce

(reuters)
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Il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita, il principe Abdulaziz Bin Salman Al Saud, aveva avvisato il mercato nella primavera scorsa che non sarebbe stata una passeggiata. E che assieme alla Russia di Vladimir Putin, il più fedele alleato sulle decisioni che riguardano le quotazioni del petrolio, avrebbero fatto di tutto per riportare in alto i prezzi. Non nascondendo che sarebbe stato un passaggio «doloroso» e facendo capire che l’obiettivo era quello di raggiungere i 100 dollari al barile. Il primo assalto è appena fallito, anche se di poco. Si è fermato appena prima del traguardo: il prezzo del barile ha raggiunto un picco a 95 dollari al barile a Londra, mentre il Wti americano ha raggiunto il massimo a quota 93. Era il 27 settembre, poi ha perso il 12% in una settimana.

Ci riproveranno. Il potente principe saudita, fratellastro del più noto Mohammad Bin Salman (Mbs, com’è chiamato in sigla dalla stampa internazionale) ha appena rinnovato il patto con il Cremlino, che di fat…

Il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita, il principe Abdulaziz Bin Salman Al Saud, aveva avvisato il mercato nella primavera scorsa che non sarebbe stata una passeggiata. E che assieme alla Russia di Vladimir Putin, il più fedele alleato sulle decisioni che riguardano le quotazioni del petrolio, avrebbero fatto di tutto per riportare in alto i prezzi. Non nascondendo che sarebbe stato un passaggio «doloroso» e facendo capire che l’obiettivo era quello di raggiungere i 100 dollari al barile. Il primo assalto è appena fallito, anche se di poco. Si è fermato appena prima del traguardo: il prezzo del barile ha raggiunto un picco a 95 dollari al barile a Londra, mentre il Wti americano ha raggiunto il massimo a quota 93. Era il 27 settembre, poi ha perso il 12% in una settimana.

Ci riproveranno. Il potente principe saudita, fratellastro del più noto Mohammad Bin Salman (Mbs, com’è chiamato in sigla dalla stampa internazionale) ha appena rinnovato il patto con il Cremlino, che di fatto negli ultimi dieci anni ha mandato in soffitta il vecchio cartello dei maggiori produttori trasformandolo nell’Opec+, dove il “più” sta proprio a indicare la Russia. L’accordo tra il secondo e il terzo produttore mondiale di petrolio del mondo ha reso inutile tutto il resto: gli investitori hanno capito che, assieme, le due oligarchie possono decidere come spostare gli equilibri del prezzo. Indipendentemente da cosa faranno tutti gli altri maggiori produttori. A cominciare proprio dal numero uno: gli Usa, del resto, si sono ritirati nel loro mondo di autosufficienza da quando la rivoluzione dello shale li ha resi indipendenti dalle importazione di greggio (oltre che di gas).

Nonostante il calo degli ultimi giorni, secondo gli analisti dovuto alle prese di profitto dopo i dati negativi delle economie asiatiche, ci riproveranno. L’Opec+ si è riunita giusto la settimana scorsa e nella nota finale il Comitato ministeriale ha «riaffermato i suoi impegni», dichiarandosi «pronto ad adottare misure aggiuntive» in base alle condizioni del mercato. Per rimarcare il punto, il vice primo ministro russo Alexander Novak, responsabile delle questioni energetiche, ha detto la sua sul canale governativo Telegram. «Il mese prossimo verrà effettuata un’analisi di mercato per decidere se aumentare il taglio o aumentare la produzione di petrolio». Ma tutti hanno inteso cosa accadrà se il prezzo dovesse scendere.

Il traino delle economie emergenti

In buona sostanza, hanno avvertito governi e investitori che viene confermata fino alla fine dell’anno la strategia dei tagli alla produzione per sostenere i prezzi: dal luglio scorso, l’Arabia Saudita produce un milione di barili in meno e altri 300mila la Russia. In pratica, non si è mai tornati ai livelli di produzione pre-Covid. Tutto questo nonostante l’Aie, l’Agenzia internazionale per l’energia veda la domanda in crescita almeno fino al 2030, trainata soprattutto dalle economie emergenti.

Gli effetti dei tagli alla produzione dei Paesi dell'Opec+, nonostante l'aumento della domanda

 

La questione del prezzo del greggio ha ovviamente un impatto economico. Ma più che l’economia reale, ormai abituata a gestire oscillazioni di prezzi così importanti, la questione è diventata oltremodo politica.

I governi sono alle prese con il ritorno dell’inflazione, che condiziona i conti pubblici (soprattutto in Europa) perché frena la crescita. Un calo del greggio potrebbe perlomeno aiutare i cittadini nel contenimento del costo della vita. Ma l’Opec+ finora non si è fatto commuovere dalle richieste delle cancellerie per rivedere la politica dei tagli. Un problema che coinvolge in prima persona il presidente americano Joe Biden, che sta per avviare la campagna elettorale per il secondo mandato e visto che il prezzo della benzina è un tema oltremodo sensibile per il cittadino medio.

La risposta di Ryad

Di recente, Bloomberg ha interpellato Helima Croft, il capo delle strategie delle materie prime di Rbc Capital Markets sul tema: «La Casa Bianca sta facendo gli straordinari per un mega accordo diplomatico con Ryad, ma la domanda fondamentale riguarda il ruolo dell’energia nei colloqui bilaterali. La vera mossa per Washington sarebbe una riduzione del taglio unilaterale da parte dell’Arabia Saudita».

Facile a dirsi. Nonostante il presidente Usa venga indicato come uno degli uomini più potenti della Terra, da due anni chiede ai sauditi di riaprire i rubinetti del greggio. Lo ha chiesto anche l’anno scorso nella sua visita ufficiale a Ryad, la prima dopo l’omicidio del dissidente saudita Jamal Khashoggi, il cui mandante per l’intelligence americana sarebbe proprio il principe Bin Salman. Risultato: nell’ottobre successivo nuovo taglio alla produzione.

La questione, per sua fortuna, non sta a cuore solo a Biden. La settimana scorsa anche il presidente indiano Narendra Modi ha fatto appello ai produttori perché rivedano le loro posizioni. Ma più che l’impegno delle cancellerie, al momento il maggiore deterrente viene dai timori per una recessione mondiale. Sono stati i dati macroeconomici a fermare la corsa delle quotazioni nell’ultima settimana: il rallentamento della Cina e le previsioni negative per il Sud dell’Asia da parte della Banca Mondiale.

«La frenata cinese ha colto in contropiede la strategia dell’Opec+, ma non solo da questo devono guardarsi», commenta Massimo Nicolazzi, docente di Economia delle fonti energetiche a Torino, da poco presidente della società che gestisce la raffineria di Priolo, la più grande d’Italia. «Le grandi banche cominciano a far fatica a finanziare i grandi progetti legati agli idrocarburi a causa delle politiche Esg. E questo diventerà un problema sempre più sentito nei prossimi anni. Per il resto, con i costi di estrazione più bassi del mondo, i sauditi possono continuare a tagliare la produzione se le quotazioni rimangono a ridosso dei 90-100 dollari».

JP Morgan vede quota 150

Ma se questo è il quadro a breve, la questione del prezzo del petrolio ci accompagnerà a lungo. Gli analisti di Jp Morgan si avventurano a prevedere cosa accadrà da qui a qualche anno: si attendono addirittura quotazioni a 150 dollari entro il 2026. Fra i fattori determinanti proprio lo shock di capacità, un superciclo energetico che farà aumentare la domanda nonché le politiche per la decarbonizzazione.

Del resto, anche gli operatori americani giocano contro Biden: Exxon vorrebbe acquistare la “rivale” Pioneer, specializzata nello shale, per 60 miliardi. Preferisce spendere per le riserve esistenti, piuttosto che cercarne di nuove. E favorire l’offerta per abbassare i prezzi.

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