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Donne, abbiamo vinto il Nobel con Claudia Goldin: ma tra lavoro e famiglia il gender gap è sempre qui

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Lo abbiamo letto nel rapporto Istat di qualche giorno fa sui livelli di istruzione e sui ritorni occupazionali nel 2022: le donne – nessuna sorpresa – sono più istruite degli uomini, ma il nostro tasso di occupazione resta più basso di quello degli uomini. La percentuale di donne laureate nella fascia tra i 25 e i 34 anni è del 35,5% contro il 23,1% degli uomini, e hanno almeno un diploma il 65,7% delle 25-64enni contro il 60,3% degli uomini. Ma quando si parla di tasso di occupazione il rapporto si inverte, con un 57,3% per le donne contro il 78% degli uomini.

Pesa, in questa media, soprattutto il tasso di istruzione: i differenziali occupazionali – dice l’Istat – si riducono al crescere del livello di istruzione (32,5 punti per i titoli bassi, 21 per i medi e 7,7 punti per gli alti). Perché se la differenza occupazionale tra uomini diplomati e laureati è solo del 5,1%, per le donne questa differenza sale al 18,4% (ed è del 25,8% tra diplomate e donne con licenza media…

Lo abbiamo letto nel rapporto Istat di qualche giorno fa sui livelli di istruzione e sui ritorni occupazionali nel 2022: le donne – nessuna sorpresa – sono più istruite degli uomini, ma il nostro tasso di occupazione resta più basso di quello degli uomini. La percentuale di donne laureate nella fascia tra i 25 e i 34 anni è del 35,5% contro il 23,1% degli uomini, e hanno almeno un diploma il 65,7% delle 25-64enni contro il 60,3% degli uomini. Ma quando si parla di tasso di occupazione il rapporto si inverte, con un 57,3% per le donne contro il 78% degli uomini.

Pesa, in questa media, soprattutto il tasso di istruzione: i differenziali occupazionali – dice l’Istat – si riducono al crescere del livello di istruzione (32,5 punti per i titoli bassi, 21 per i medi e 7,7 punti per gli alti). Perché se la differenza occupazionale tra uomini diplomati e laureati è solo del 5,1%, per le donne questa differenza sale al 18,4% (ed è del 25,8% tra diplomate e donne con licenza media). E ancora non c’è soddisfazione quando si fa il confronto con l’Europa: il tasso di occupazione delle italiane è inferiore di 4,7 punti alla media Ue27.

Conta anche il tipo di studi? Sì. Nel 2022 il 34,5% dei laureati maschi ha scelto un percorso Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics), mentre le donne sono solo il 16,6. Sempre il rapporto Istat spiega che “l’indirizzo di studio universitario determina importanti differenze nei tassi di occupazione dei laureati. Nel 2022, il tasso di occupazione tra i 25-64enni laureati nell’area Umanistica e dei servizi è pari al 77,7%, sale all’83,7% per i laureati nell’area Socio-economica e giuridica, si attesta all’86,0% per le STEM e raggiunge il massimo valore (88,0%) tra i laureati nell’area Medico-sanitaria e farmaceutica. Lo svantaggio delle donne rispetto agli uomini nei ritorni occupazionali è più ampio nelle discipline socio-economiche e giuridiche e raggiunge il massimo nelle lauree Stem”.

Qui, però, il rapporto Istat segna la prima sorpresa: “Tale risultato, tuttavia, non dipende dalla bassa incidenza di donne laureate nelle aree disciplinari Stem che presentano le quote più elevate di occupati (informatica, ingegneria e architettura), poiché il forte divario di genere si osserva anche a parità di macro area STEM: il tasso di occupazione femminile sia per l’area “scienze e matematica” sia per l’area “informatica, ingegneria e architettura” è inferiore a quello maschile di 10 punti e la differenza scende appena tra i 25-44enni (7,5 e 9,2 punti rispettivamente). Le disuguaglianze di genere (e gli stereotipi) devono quindi essere combattute sia nelle scelte degli indirizzi di studio, sia nel mercato del lavoro”.


Quando ha ricevuto la telefonata da Stoccolma, Claudia Goldin ha svegliato il marito Lawrence e il loro cane Pika per una foto di famiglia (Fb/Nobel Prize)

 (ansa)

Terza donna nella storia del premio Nobel – dopo Elinor Ostrom nel 2009 e Esher Duflo nel 2019 – a ottenere il riconoscimento per l’economia, Claudia Goldin è stata anche la prima donna nominata professore a pieno titolo ad Harvard nel 1989. Nelle motivazioni del premio Nobel, si legge che Goldin “ha migliorato la nostra comprensione dei

cambiamenti del mercato del lavoro femminile” e del gender gap che ancora c’è, eccome, grazie ai suoi studi che abbracciano oltre duecento anni di dati e analisi sul lavoro delle donne, sui loro stipendi, sull’incidenza dei livelli di istruzione nei tassi di occupazione, nei salari, nella scalata ai vertici di aziende e istituzioni. Spiegano ancora quelle motivazioni che “Storicamente, gran parte del divario di genere nei guadagni potrebbe essere spiegato da differenze nell’istruzione e nelle scelte professionali. Tuttavia, Goldin ha dimostrato che la maggior parte di questa differenza di reddito adesso è tra uomini e donne con occupazioni di pari livello e che in gran parte si verifica con la nascita del primo figlio”.

Lavoro e maternità che si incrociano, niente di nuovo, certo. Ma gli studi di Goldin sono andati più a fondo e più indietro, stabilendo una connessione tra l’introduzione della pillola anticoncezionale sul mercato Usa e l’occupazione femminile: perché le donne, grazie alla pianificazione della gravidanza, rimandavano matrimoni e figli per dedicarsi prima all’istruzione, al lavoro, alla carriera.

Ma non solo: analisi fatte con un metodo che la stessa Goldin definisce ‘da detective’ hanno corretto i dati ufficiali sull’occupazione delle donne nei secoli passati: perché – questa la sua analisi – le donne sposate risultavano sempre solo come ‘mogli’ anche quando oltre al lavoro domestico erano impiegate con i mariti in attività agricole o artigiane,

arrivando così a un dato diverso, e cioè che alla fine dell’Ottocento la percentuale di donne sposate occupate (parliamo sempre degli Usa) era tre volte superiore a quella indicata nei censimenti dell’epoca. Ed è stato poi il passaggio da società prettamente agricole a industriali a peggiorare il tasso di occupazione femminile, per un motivo evidente: andare in fabbrica, spostarsi fisicamente fuori da casa, rendeva più difficile la conciliazione tra famiglia e lavoro. Il matrimonio e i figli, insomma, tornano come fattore determinante nei tassi di occupazione femminile.

Nei giorni scorsi, commentando i dati dell’Istat con cui abbiamo iniziato questo discorso, la commissaria straordinaria dell'Inps Micaela Gelera notava quanto fosse determinante la netta predominanza della richiesta di congedo parentale da parte delle mamme: “Un modello culturale radicato che assegna prevalentemente alla figura femminile il compito della cura dei figli", a cui si somma anche "un mercato del lavoro che utilizza schemi di reclutamento e di valorizzazione prettamente maschili". E l’ex presidente Inps Pasquale Tridico, proprio commentando il Nobel a Claudia Goldin, ricorda che un’indagine Inps dimostra che “le donne con figli in Italia hanno una perdita di salario annuo di 5700€ rispetto a donne senza figli”. Paola Profeta, prorettrice della Bocconi, commenta su Repubblica il premio a Goldin. Ma Profeta ricorda anche un altro studio di Goldin, coautrice Cecile Rouse, basato su un esperimento, quello dello schermo messo durante le audizioni delle orchestre tra la commissione e il o la musicista: le ‘blind audition’ che adesso a noi possono far pensare ai talent show ma che sono state introdotte per la prima volta nel 1952 dalla Boston Symphony Orchestra, hanno aumentato notevolmente il numero di musiciste donne selezionate.

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