Il Fondo monetario taglia le stime sull’Italia: nel 2024 la crescita si fermerà allo 0,7%
dal nostro inviato Filippo SantelliMARRAKECH – Anche il Fondo monetario internazionale abbassa le stime di crescita per l’Italia. Il taglio è significativo: quattro decimi in meno per questo 2023 e due decimi per il 2024, rispetto alle più rosee previsioni della scorsa primavera, con un Pil che dovrebbe quindi salire solo dello 0,7% in entrambi gli anni. I numeri dell’Outlook pubblicato questa mattina si allineano così con la media degli analisti, descrivendo un’Italia tornata nuovamente Cenerentola della crescita europea, soprattutto a causa della debolezza della domanda interna. E confermano come molto ambiziose le stime del governo Meloni, in particolare l’1,2% di crescita da ottenere il prossimo anno a cui sono legate le fragili proiezioni su deficit e debito, ora sotto i riflettori dei mercati. Due dei previsori di maggiore peso, cioè la Commissione europea e il Fondo monetario, attribuiscono all’Italia rispettivamente quattro e cinque decimi di crescita in meno. Tutto questo in un contesto internazionale dov…
MARRAKECH – Anche il Fondo monetario internazionale abbassa le stime di crescita per l’Italia. Il taglio è significativo: quattro decimi in meno per questo 2023 e due decimi per il 2024, rispetto alle più rosee previsioni della scorsa primavera, con un Pil che dovrebbe quindi salire solo dello 0,7% in entrambi gli anni. I numeri dell’Outlook pubblicato questa mattina si allineano così con la media degli analisti, descrivendo un’Italia tornata nuovamente Cenerentola della crescita europea, soprattutto a causa della debolezza della domanda interna. E confermano come molto ambiziose le stime del governo Meloni, in particolare l’1,2% di crescita da ottenere il prossimo anno a cui sono legate le fragili proiezioni su deficit e debito, ora sotto i riflettori dei mercati. Due dei previsori di maggiore peso, cioè la Commissione europea e il Fondo monetario, attribuiscono all’Italia rispettivamente quattro e cinque decimi di crescita in meno. Tutto questo in un contesto internazionale dove i rischi al ribasso prevalgono sulle sorprese al rialzo, a maggior ragione dopo l’attacco sferrato da Hamas contro Israele.
L’Europa debole, in un mondo debole
A livello globale le stime dell’Outlook dell’Fmi non cambiano molto rispetto alla scorsa primavera. La crescita mondiale viene confermata al 3% quest’anno e limata di un decimo, al 2,9%, il prossimo. Anche il messaggio resta simile: l’economia ha mostrato una resilienza notevole di fronte agli choc della pandemia, della guerra in Ucraina e del caro vita, ma ne esce con un livello di crescita “lento e non uniforme”, ben al di sotto delle medie storiche. “Zoppicante”, sintetizza il capo della ricerca del Fondo Pierre-Olivier Gourinchas. Quel che cambia di più rispetto alla fotografia di cinque mesi fa è lo stato di salute relativo dei diversi blocchi. Gli Stati Uniti stanno meglio, così la loro crescita viene significativamente rivista al rialzo: più tre decimi quest’anno e più cinque il prossimo, al 2,1%.
Sta peggio l’altra grande locomotiva globale, la Cina, il cui sviluppo viene invece tagliato, di cinque decimi complessivi nei due anni. E sta peggio l’Eurozona, che ora viene vista crescere dello 0,7% quest’anno, due decimi meno di prima, e dell’1,2% il prossimo, tre decimi in meno. Il taglio è soprattutto frutto della riduzione delle stime per la Germania, in recessione di mezzo punto quest’anno prima di risalire nel 2024, e dell’Italia, che il prossimo anno sarà fanalino di coda tra i big europei.
Dalla Cina all’inflazione, tanti rischi al ribasso
Una possibile ulteriore frenata dell’economia cinese è indicata dagli analisti del Fondo come una delle principali incognite che potrebbero far scendere ancora la già modesta crescita globale. Il panorama dei rischi è significativamente mutato rispetto alla scorsa primavera. Allora in cima alla lista delle preoccupazioni c’erano le turbolenze di vari istituti di credito sulle due sponde dell’Atlantico, contagio che si è arrestato senza troppi danni. Inoltre le economie globali, a cominciare da quella americana, hanno resisto meglio del previsto alla violenta stretta delle Banche centrali, che potrebbero riuscire a sgonfiare l’inflazione senza provocare una recessione: “La probabilità di un atterraggio morbido è cresciuta”, scrive il Fondo. Allo stesso tempo però è emerso il rischio che i prezzi scendano molto lentamente, la maggior parte dei Paesi “non tornerà all’obiettivo del 2% prima del 2025”. E così i guardiani delle monete potrebbero essere costretti a tenere i tassi alti più a lungo del previsto, ipotesi che sta portando a un’ondata di vendite sui titoli di Stato globali, italiani in primis. “Molti Paesi con livelli di debito elevati e costi di rifinanziamento crescenti stanno diventando più vulnerabili”, dice Gourinchas, raccomandando “una rinnovata attenzione alla gestione dei rischi fiscali”.
Se quindi le incognite al ribasso e quelle al rialzo sono più equilibrate rispetto a primavera, secondo il Fondo monetario le prime continuano ad essere superiori. A maggior ragione se si considera che l’Outlook è stato chiuso prima della nuova in crisi in Medio Oriente, che non incorpora quindi nelle sue stime. Pur senza commentare nello specifico i possibili effetti del conflitto, Gourinchas ha detto che un eventuale aumento del 10% del prezzo del petrolio comporterebbe nell’anno successivo una diminuzione della crescita globale dello 0,15% e un aumento dell’inflazione dello 0,4%.
Africa e materie prime
A 50 anni di distanza dall’ultima volta il Fondo monetario e la Banca Mondiale tornano a tenere il loro meeting annuale in Africa, a Marrakech, un mese dopo il terremoto che ha colpito il Marocco uccidendo 3mila persone. Le rappresentanza del continente nelle grandi istituzioni multilaterali, le sue prospettive di crescita e più in generale quelle degli emergenti sono tra i grandi temi in agenda, insieme alla lotta al cambiamento climatico e al futuro incerto della globalizzazione. Da tempo il Fondo avverte sul rischio che la nuova frammentazione geopolitica rappresenta per la crescita globale, per i Paesi emergenti ma non solo.
Così, dopo che l’Outlook di primavera aveva simulato gli effetti di una divisione del mondo in due blocchi sui flussi di investimento internazionali, questo d’autunno fa lo stesso con le materie prime, già oggetto di un numero crescente di restrizioni e di una corsa alle forniture strategiche. Una netta spaccatura tra un blocco Atlantico e uno a guida sino-russa, scrivono gli analisti ipotizzando lo scenario più estremo, farebbe aumentare i prezzi dei beni alimentari, mettendo in ginocchio molti Paesi in via di sviluppo, e ridurrebbe la disponibilità di materie chiave per l’industria verde, dal cobalto al litio, rendendo ancora più costosa a difficile la transizione energetica.