Allarme debito da Bankitalia: “Scende troppo poco, siamo vulnerabili”
di Valentina ConteROMA — Pianificare già da ora, per i prossimi tre anni, una riduzione del debito «sufficientemente ampia da essere robusta» per far fronte a shock avversi, come la guerra in Medio Oriente, per evitare tensioni sui mercati e «il rischio di ricorrere a forti aggiustamenti dei conti» in un prossimo futuro. La raccomandazione di Bankitalia al governo Meloni suona molto forte. E arriva dopo un’analisi attenta della Nadef, il documento appena approvato da Palazzo Chigi che fa da cornice alla manovra.
Debito pubblico, vulnerabilità italiana
Secondo Bankitalia, ieri in audizione parlamentare, il debito cala troppo poco. Attorno al 140% del Pil rimane «un serio elemento di vulnerabilità per l’Italia», dice Sergio Nicoletti Altimari, capo del dipartimento di Economia e statistica. E se «il quadro prefigurato dalla Nadef è nel complesso plausibile, anche se leggermente ottimistico», per l’economia italiana «restano non trascurabili rischi al ribasso». Ecco che «senza una sensibile correzion…
ROMA — Pianificare già da ora, per i prossimi tre anni, una riduzione del debito «sufficientemente ampia da essere robusta» per far fronte a shock avversi, come la guerra in Medio Oriente, per evitare tensioni sui mercati e «il rischio di ricorrere a forti aggiustamenti dei conti» in un prossimo futuro. La raccomandazione di Bankitalia al governo Meloni suona molto forte. E arriva dopo un’analisi attenta della Nadef, il documento appena approvato da Palazzo Chigi che fa da cornice alla manovra.
Debito pubblico, vulnerabilità italiana
Secondo Bankitalia, ieri in audizione parlamentare, il debito cala troppo poco. Attorno al 140% del Pil rimane «un serio elemento di vulnerabilità per l’Italia», dice Sergio Nicoletti Altimari, capo del dipartimento di Economia e statistica. E se «il quadro prefigurato dalla Nadef è nel complesso plausibile, anche se leggermente ottimistico», per l’economia italiana «restano non trascurabili rischi al ribasso». Ecco che «senza una sensibile correzione dei conti e una maggiore capacità di crescita dell’economia, il rapporto tra debito e Pil assumerà una traiettoria crescente a partire dal 2027», anche per l’invecchiamento della popolazione e il suo impatto sulla spesa.
Un altolà identico arriva pure dal presidente della Corte dei conti Guido Carlino che parla di «profilo delineato ed equilibrato» della Nadef, ma anche di «spazi molto stretti» per confermare il rientro «seppur graduale» del debito. Per la Corte è necessario «dare un segnale ai partner europei e ai mercati». E non basta stabilizzare la dinamica del debito attorno al 140%, ma occorre «governarne una più sicura riduzione».
L’impatto della guerra in Medio Oriente
Il timore, sia di Bankitalia che della Corte dei conti, è che il fragilissimo equilibrio dei conti italiani possa saltare all’improvviso di fronte a un quadro geopolitico internazionale ulteriormente deteriorato con il conflitto israelo-palestinese. Lo dice chiaramente il presidente del Cnel Renato Brunetta: «L’Italia rallenta come il resto dell’Europa, non di più, anche perché la Bce ha agito in ritardo e malamente sui tassi. Ma ora con il nuovo conflitto cambia tutto. Gli spazi fiscali saranno ancora quelli previsti dalla Nadef? Magari riuscissimo a stabilizzare il debito al 140% del Pil. Il governo e la Nadef, improntata a prudenza, non c’entrano nulla: è il costo politico e finanziario della guerra in Israele che rischia di essere alto».
Dubbi su Pnrr e privatizzazioni
L’economia rallenta, i tassi e il deficit salgono, la fiducia di imprese e consumatori scendono. E le ricette del governo sono ancora ignote. Bankitalia e Corte dei conti dicono di non essere in grado di valutare gli impatti del Pnrr, perché nella Nadef non ci sono. Come pure esprimono dubbi sull’1% di privatizzazioni non dettagliato, in tre anni. «Solo window dressing», per i giudici contabili: un trucco per sgonfiare le cifre del debito. D’altro canto il «programma è ambizioso e di dimensioni mai raggiunte nel recente passato».
Lo spread “autoprodotto”
In più secondo la Reuters, che cita sei fonti anonime della Bce, la recente impennata dello spread sarebbe «autoprodotta» dall’Italia per l’alto deficit fissato nella Nadef (4,3% nel 2024) e non innescata dalla speculazione. Non un bel clima per la prossima manovra. Al centro ci saranno taglio del cuneo e dell’Irpef per sostenere i redditi erosi dall’inflazione: «12 punti dal 2021 al 2023», dice il presidente dell’Istat Francesco Maria Cheli.