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Gas e petrolio alle stelle, aumenti in vista per bollette e benzina

Il mercato teme l’allargamento del conflitto in Israele ai paesi produttori. Sale anche il carbone che potrebbe essere usato nelle centrali per produrre elettricità
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Roma - La paura di una estensione del conflitto in Medioriente spinge i prezzi dell’energia. Con tanti saluti alla lotta all’inflazione da parte delle banche centrali. Il gas naturale, dopo l’exploit di giovedì (rimbalzo del 13%), anche ieri ha continuato a crescere: in Europa è arrivato a 54 euro al megawattora (+1,8%), annullando una discesa delle quotazioni che di fatto continuava da maggio. Ancora più sostenuto il balzo del petrolio, tornato a sfiorare i 90 dollari al mercato di Londra, dove ieri è salito del 4,5%: in questo caso - se si esclude il picco di fine settembre a ridosso dei 100 dollari - si è tornati ai livelli di un anno fa esatto.

Gli aumenti trascinano anche il prezzo del carbone, cui si potrebbe fare ricorso per alimentare le centrali elettriche così da compensare gli extracosti del gas: il prezzo della materia prima consegnato ai porti dell’Europa nord-occidentale è salito a 141,10 dollari per tonnellata, in aumento del 18% nell’ultima settimana.

Roma - La paura di una estensione del conflitto in Medioriente spinge i prezzi dell’energia. Con tanti saluti alla lotta all’inflazione da parte delle banche centrali. Il gas naturale, dopo l’exploit di giovedì (rimbalzo del 13%), anche ieri ha continuato a crescere: in Europa è arrivato a 54 euro al megawattora (+1,8%), annullando una discesa delle quotazioni che di fatto continuava da maggio. Ancora più sostenuto il balzo del petrolio, tornato a sfiorare i 90 dollari al mercato di Londra, dove ieri è salito del 4,5%: in questo caso - se si esclude il picco di fine settembre a ridosso dei 100 dollari - si è tornati ai livelli di un anno fa esatto.

Gli aumenti trascinano anche il prezzo del carbone, cui si potrebbe fare ricorso per alimentare le centrali elettriche così da compensare gli extracosti del gas: il prezzo della materia prima consegnato ai porti dell’Europa nord-occidentale è salito a 141,10 dollari per tonnellata, in aumento del 18% nell’ultima settimana.

Le conseguenze si faranno presto sentire per i consumatori. Gli automobilisti se ne accorgeranno nei prossimi giorni al distributore, dove finirà il periodo di tregua che aveva riportato la super sotto quota 1,9 euro al litro. Mentre per le bollette del gas - se dovesse continuare la tendenza dell’ultima settimana - si annuncia una nuova batosta con la revisione della tariffe prevista a fine mese: il prezzo del gas dall’inizio del conflitto è salito del 40%. Il tutto mentre il ministro dell’Ambiente ma soprattutto della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ieri ha ricordato che si avvicina la fine della “tutela” per il mercato elettricità e gas che dovrebbe arrivare con l’inizio dell’anno nuovo: «Distingueremo tra consumatori vulnerabili e non vulnerabili». Un rinvio dovrebbe essere previsto, ma solo per i primi.

La nuova tempesta sui prezzi dell’energia, come detto, ha ragioni solo “politiche”: si teme che il conflitto si allarghi e coinvolga più direttamente Nazioni produttrici di primo livello. Anche se al momento queste fanno di tutto per rassicurare i mercati. L’Azerbaijan (fornitore importante per l’Europa attraverso il gasdotto Tap) ha fatto sapere di essere «pro Ucraina e pro Israele», mentre i Paesi del Golfo - al momento - contribuiscono a cercare soluzioni diplomatiche.

Di sicuro la situazione non è dettata dalla crisi delle forniture, come avvenuto l’anno scorso dopo l’invasione dell’Ucraina, quando l’Europa decise di fare a meno del gas e del petrolio esportato dalla Russia. Di materia prima ce n’è in abbondanza: anzi, l’Agenzia internazionale per l’Energia l’altro giorno - nel suo report sul petrolio - segnala un rallentamento della domanda. Per non parlare degli Stati Uniti, dove il prezzo del gas naturale è sceso all’equivalente di 10,3 euro al megawattora, al minimo della settimana appena conclusa, proprio per un aumento stimato della produzione e un calo della domanda dovuta al clima mite previsto da qui a fine mese. Nonostante questo, negli Stati Uniti ieri ha colpito il dato sulla fiducia dei consumatori che ha toccato il livello più basso da inizio anno, segnale di insoddisfazione per l’andamento dell’economia. La conferma arriva anche dal dato dell’inflazione che negli ultimi due mesi è tornata a crescere, mettendo in difficoltà la Fed, la Banca centrale, che a breve deciderà le prossime mosse sui tassi.

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