La geopolitica riscrive le rotte delle aziende
di Carlotta ScozzariPrima la guerra della Russia in Ucraina, ora l’attacco terroristico di Hamas a Israele. Gli ultimi conflitti ridisegnano le linee della geopolitica lungo le quali si snodano gli affari delle imprese. Le prime rotte a cambiare sono quelle dell’energia. La guerra ucraina lo ha mostrato chiaramente: se fino all’inizio del 2022 Mosca figurava come prima fornitrice di gas all’Italia, oggi la maggior parte del metano importato arriva dall’Algeria. Lo sa bene l’Eni, titolare dei contratti con la russa Gazprom sul gas, che dal 2022 ha dovuto rivedere il peso degli approvvigionamenti a scapito di Mosca e a vantaggio del Paese presieduto da Abdelmadjid Tebboune. «Il primo passo per noi – ha dichiarato il 10 ottobre l’ad, Claudio Descalzi – è completare la sostituzione del gas russo. È un percorso che diventa più complesso con le tensioni in Russia e con un’altra guerra non lontano da noi». Mentre l’Enel, a causa del conflitto ucraino, ha dovuto attendere fino a ottobre del 2022 prima di riusci…
Prima la guerra della Russia in Ucraina, ora l’attacco terroristico di Hamas a Israele. Gli ultimi conflitti ridisegnano le linee della geopolitica lungo le quali si snodano gli affari delle imprese. Le prime rotte a cambiare sono quelle dell’energia. La guerra ucraina lo ha mostrato chiaramente: se fino all’inizio del 2022 Mosca figurava come prima fornitrice di gas all’Italia, oggi la maggior parte del metano importato arriva dall’Algeria. Lo sa bene l’Eni, titolare dei contratti con la russa Gazprom sul gas, che dal 2022 ha dovuto rivedere il peso degli approvvigionamenti a scapito di Mosca e a vantaggio del Paese presieduto da Abdelmadjid Tebboune. «Il primo passo per noi – ha dichiarato il 10 ottobre l’ad, Claudio Descalzi – è completare la sostituzione del gas russo. È un percorso che diventa più complesso con le tensioni in Russia e con un’altra guerra non lontano da noi». Mentre l’Enel, a causa del conflitto ucraino, ha dovuto attendere fino a ottobre del 2022 prima di riuscire a vendere le attività di generazione elettrica in Russia.
I tagli da Mosca
Anche il produttore di impianti per la siderurgia, Danieli, e il gruppo del cemento, Buzzi Unicem, hanno dovuto ridurre le attività a Mosca e dintorni. Il primo, a luglio, ha annunciato un accordo con l’ucraina Metinvest nel settore dell’acciaio “green”; il secondo, a giugno, è uscito dal Paese di Volodymyr Zelensky, dove pure operava. Poi ci sono le due principali aziende italiane delle infrastrutture per l’energia, Saipem e Maire. Queste ultime, dopo essere state costrette dalle sanzioni a fermare tra le difficoltà diversi progetti in Russia, oggi guardano al Medioriente, dove Arabia Saudita ed Emirati appaiono più che mai desiderosi di investire, a casa propria o all’estero, gli introiti miliardari incassati col petrolio. Da qui il primo forum economico italo-saudita, che si è tenuto a Milano all’inizio di settembre e che non ha mancato di sollevare questioni etiche, legate alla dubbia garanzia dei diritti umani nel Paese di Mohammed Bin Salman.
Così, il 5 ottobre, Saipem e Maire hanno annunciato due nuovi contratti negli Emirati Arabi con il gruppo pubblico Adnoc, connessi allo sviluppo dei giacimenti di gas naturale Hail e Ghasha, al largo di Abu Dhabi. L’intesa vale 4,1 miliardi di dollari per la società partecipata dall’Eni e dalla Cdp, mentre si sale a 8,7 miliardi di dollari per Maire. In quest’ultimo caso, notano gli analisti di Equita, si tratta della «più grande aggiudicazione di sempre, quasi pari al backlog (valore residuo degli ordini non ancora completati, ndr) corrente di 9 miliardi».
Gli effetti dopo gli scontri in Medioriente
Ora, però, quest’asse commerciale tra Occidente e Paesi arabi rischia di essere messo in discussione dai nuovi scontri in Medioriente. Da una parte, c’è la normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele, che sembrava fosse sul punto di essere sancita da un accordo benedetto dal presidente americano Joe Biden, ma che ora si fa più lontana. Dall’altra, c’è da capire il ruolo dell’Iran, che potrebbe avere sostenuto Hamas. «Credo che la possibilità di far proseguire il dialogo tra Israele e Arabia Saudita – afferma Francesco Anghelone, coordinatore scientifico dell’Osservatorio sul Mediterraneo Osmed – dipenda dall’evoluzione del conflitto e da come il primo ministro Benjamin Netanyahu deciderà di agire su Gaza. Quanto all’Iran, se dovesse emergere un suo coinvolgimento, ci si domanda se Israele possa andare oltre. E un attacco all’Iran potrebbe provocare sia conseguenze agli scambi commerciali che passano dallo stretto di Hormuz sia una diminuzione della produzione petrolifera e/o un blocco delle esportazioni, spingendo al rialzo il prezzo del greggio».
Il mutamento geopolitico
Nel frattempo, le quotazioni del gas sono aumentate in scia allo stop deciso da Israele al giacimento offshore di Chevron, Tamar, che alimenta il mercato domestico e le esportazioni verso Egitto e Giordania. Insomma, per Anghelone «c’è il timore di una escalation dello scontro che, però, Stati Uniti e Ue cercheranno in ogni modo di disinnescare». In questo quadro, osserva l’esperto, «se un tempo almeno le leadership dei Paesi arabi riconoscevano nell’Occidente un punto di riferimento, oggi a giocare un ruolo sempre più importante sono Cina e, in misura minore, Russia. Basti pensare al recente accordo tra Riad e Mosca sui tagli alla produzione di petrolio e all’allargamento dei Brics», l’alleanza tra Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, a cui si stanno per unire Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Il contesto geopolitico è quindi di nuovo in fase di mutamento. Per gli esperti di Amundi, l’impatto sui mercati, che dovrebbe essere «limitato finché il conflitto non si diffonde, è marginalmente positivo per i settori della difesa e del petrolio, ma leggermente negativo per altri, come l’aviazione e i viaggi a lungo raggio». Non a caso, lunedì 9 ottobre, in Borsa gli acquisti hanno premiato i titoli dell’aeronautica e della difesa, come Leonardo, in vista di possibili nuove commesse. Fin qui, evidenzia Alberto Tocchio, responsabile azionario Europa di Kairos Partners sgr, «i mercati azionari non sono stati particolarmente impattati dalle tragiche notizie in arrivo da Israele, anche se è partita la corsa all’oil, al dollaro, all’oro e ai settori energetici e della difesa». Premesso che è «presto per trarre conclusioni», Tocchio teme che «la guerra possa essere più lunga di quel che sembra», senza «escludere del tutto che il conflitto si allarghi all’Iran, grosso produttore di petrolio ma soprattutto possessore di arma nucleare». Uno scenario apocalittico che i mercati per ora non hanno nemmeno voluto considerare.