Autostrade, Fs, Eni ed Enel: le privatizzazioni improbabili del governo Meloni
Anche il governo Meloni pensa in grande sulle privatizzazioni. Come avviene da 30 anni, quando allo Stato servono miliardi per arginare il debito pubblico, l’argenteria spunta sul tavolo: anche solo per calmare i creditori. L’esecutivo di destra ha buttato i suoi argenti nella Nadef, in modo inatteso data l’inerzia del primo anno e l’entità delle cifre. «Per garantire sostenibilità al debito – vi si legge -, e coerentemente con una gestione più dinamica delle partecipate pubbliche, il nuovo scenario programmatico prevede proventi da dismissioni pari ad almeno l’1% del Pil nel 2024-2026».
Almeno l’1% del Pil vuol dire 20-22 miliardi di incasso. Per un raffronto si pensi che tra il 1994 e il 2010, con le privatizzazioni massicce con cui l’Italia rispettò i parametri di Maastricht entrando nell’euro, furono incassati 97 miliardi. Altri 13 miliardi sono stati raccolti nel 2011-2016, e pochi spiccioli da allora, anche per la pandemia e poi la guerra, che hanno annichilito vari auspici. Ne…
Anche il governo Meloni pensa in grande sulle privatizzazioni. Come avviene da 30 anni, quando allo Stato servono miliardi per arginare il debito pubblico, l’argenteria spunta sul tavolo: anche solo per calmare i creditori. L’esecutivo di destra ha buttato i suoi argenti nella Nadef, in modo inatteso data l’inerzia del primo anno e l’entità delle cifre. «Per garantire sostenibilità al debito – vi si legge -, e coerentemente con una gestione più dinamica delle partecipate pubbliche, il nuovo scenario programmatico prevede proventi da dismissioni pari ad almeno l’1% del Pil nel 2024-2026».
Almeno l’1% del Pil vuol dire 20-22 miliardi di incasso. Per un raffronto si pensi che tra il 1994 e il 2010, con le privatizzazioni massicce con cui l’Italia rispettò i parametri di Maastricht entrando nell’euro, furono incassati 97 miliardi. Altri 13 miliardi sono stati raccolti nel 2011-2016, e pochi spiccioli da allora, anche per la pandemia e poi la guerra, che hanno annichilito vari auspici. Nel 2019 il Conte I, sull’asse M5s-Lega, stimava vendite di Stato per 1% di Pil, più lo 0,3% nel 2020: ma non ne fece alcuna. Prima, il governo Renzi aveva ceduto pacchetti di Enel e Poste, pur senza centrare i propri obiettivi in materia. E prima ancora il governo Monti aveva fallito l’obiettivo di 10 miliardi l’anno dalle “sue” dismissioni.
La voce di Giorgetti
L’Ufficio parlamentare di bilancio ha scritto che i dati della Nadef si basano «su ipotesi soggette a margini di incertezza», tra cui «l’effettiva realizzazione del programma di dismissioni per almeno l’1% del Pil», notando che sono «importi rilevanti se si osservano i dati sulle privatizzazioni degli anni precedenti la pandemia». Giorni fa il ministro Giancarlo Giorgetti ha detto in parlamento che «le operazioni saranno coerenti con i profili di strategicità e interesse nazionale, efficientamento, ottimizzazione del profilo di mercato e razionalizzazione delle strutture di partecipazione e controllo». L’urgenza primaria sembra arginare il rapporto incattivito tra spese ed entrate (a questi tassi il debito italiano costa 15 miliardi l’anno in più, e le stime sul Pil 2023 e 2024 appaiono benigne, specie dopo l’attacco a Israele). «Ci sono situazioni su cui si agirà per opportunità o tempistiche preventivate, penso a Mps. Altri settori, penso alle grandi infrastrutture, potranno essere utilmente oggetto di questi fenomeni. Ricordo ci sono concessioni importanti che scadono e potranno dare entrate straordinarie. È un processo ambizioso ma fattibile». Rispondendo ai giornalisti, il ministro ha accreditato operazioni su ferrovie, strade e autostrade.
Tra Fs, Ita e Mps
Rivendere la rete Aspi appena comprata non pare un atto di immediata logica politico-finanziaria. Più fattibile sarebbe ristudiare la quotazione di fino al 30% della holding Fs, una volta scorporata la rete ferroviaria che è strategica. L’acquisizione recente di Italo da parte di Msc, valutandola 4,2 miliardi (18 volte il Mol) è un ghiotto viatico. Ma la ferrovia pubblica, dove molti rami sono inefficienti e in perdita, ha oggi multipli molto inferiori, e servirebbe un paio d’anni per attrezzare una valida operazione. Una strada più corta e rapida sarebbe, invece, la vendita delle grandi partecipazioni quotate, che in più casi hanno gestioni consolidate e manager apprezzati dal mercato. Ma l’unica azienda con un’agenda è Mps, che capitalizza 3,2 miliardi. Se nel 2024 la banca senese fosse ceduta, com’è negli impegni con l’Ue, il Mef dal suo 64% otterrebbe 2 miliardi. Anche Ita Airways è in vendita, dopo il primo 41% ceduto a Lufthansa per 325 milioni: a quei multipli completare la cessione frutterebbe altri 309 milioni. Manca una dozzina di miliardi: e siamo ancora nel campo delle cento pertiche. Un aiuto, di contesto, lo potrebbe dare la nuova disciplina sul voto maggiorato, approvata in Senato e che darà più potere ai soci stabili, moltiplicando fino a 10 – ma in 10 anni – i diritti di voto. Se, anche grazie alle regole in arrivo (ricalcate dall’Olanda, dove migrano tante blue chip italiane), l’azionista pubblico accettasse di ridurre la soglia “ottimale” nelle aziende strategiche, ora situata tra il 25% e il 30% del capitale, si potrebbero alienare diversi pacchetti.
La tabella in pagina simula i potenziali incassi se il Tesoro o la Cdp (titolare di alcune quote) scendesse al 20% in tutte le ex Ppss. Sarebbe liquidabile un 12,35% di Eni, con incasso ai valori attuali di 6,22 miliardi, un 44,2% di Poste a 5,5 miliardi, un 3,6% di Enel a 2,05 miliardi, l’11,3% di Snam a 1,66 miliardi, il 9,8% di Terna a 1,39 miliardi, un 10,2% di Leonardo a 0,79 miliardi. Totale 19,9 miliardi. Ma questo programma, arduo da realizzare in tre anni, comporterebbe due insidie. La prima, che ampie quote di Eni, Poste, Snam, Terna sono della Cdp, che non rientra nei conti pubblici: quindi si dovrebbe trovare il modo di “spalmare” i relativi incassi sulla diga innanzi al debito crescente. Seconda insidia, il controllo. Un presidio al 20% non blinda le società quotate, se qualche socio ostile si pone al disopra e rivendica ruoli di governance.
Il golden power
Certo il golden power, dispositivo con cui il socio pubblico si riserva diritti speciali (e rafforzato dai tre ultimi governi), in questa fase politica appare uno scudo solido. Ma la storia insegna che quando arrivano offerte miliardarie in Borsa non è mai facile per la mano pubblica contenere l’euforia del mercato. Si legga Illusioni perdute, saggio che l’ex banchiere Pietro Modiano e l’economista Marco Onado hanno appena pubblicato per Il Mulino, svolgendo un’analisi critica degli errori delle privatizzazioni. Per gli autori i soli casi di successo sono stati Enel, Eni e Leonardo, in cui si è realizzato «un equilibrio delicato e prezioso fra incontendibilità e apertura al mercato, che va preservato». Per il resto sono prevalse emergenza e improvvisazione, l’assenza di regia e di una roadmap, e i limiti dei capitalisti italiani, incapaci di sfruttare l’occasione per rafforzarsi. Oggi, su scala minore, è una storia che può ripetersi.