Un mese dopo il terremoto, il Marocco resiste: "Ma ci vorranno 5 anni per ricostruire le case”
di Karima MoualFoto di Karina Moual
MARRAKECH – “E’ un grande gesto di generosità venirci a trovare fin qui in montagna”. Sono poche parole quelle pronunciate dalla signora Fatima, una trentina d’anni ma con un viso così segnato dalla fatica da dimostrarne 50. “Le donne qui sono tutte segnate dalla fatica, è vero, ma è perché qui sono loro a lavorare più degli uomini - ammette Mahfud, oggi professore a Marrakech, ma sempre figlio di questa terra di berberi dell'Alto Atlante, dove è nato e cresciuto.
Dentro le tende sono le donne a cucinare un po’ per tutti come una comunità, a badare ai bambini e a una quotidianità che deve andare avanti anche se sembra ancora sospesa. Perché oltre alle tende c’è solo l’attesa. Sì, Fatima dimostrerà più degli anni che ha - come le tante donne intorno già con tre, quattro figli o più al seguito - eppure hanno tutte una luce fissa negli occhi. I loro occhi, con quella luce, nonostante il contesto intorno di devastazione e morte, riescono a sprigionare un sorriso magico e penetrante che…
MARRAKECH – “E’ un grande gesto di generosità venirci a trovare fin qui in montagna”. Sono poche parole quelle pronunciate dalla signora Fatima, una trentina d’anni ma con un viso così segnato dalla fatica da dimostrarne 50. “Le donne qui sono tutte segnate dalla fatica, è vero, ma è perché qui sono loro a lavorare più degli uomini - ammette Mahfud, oggi professore a Marrakech, ma sempre figlio di questa terra di berberi dell'Alto Atlante, dove è nato e cresciuto.
Dentro le tende sono le donne a cucinare un po’ per tutti come una comunità, a badare ai bambini e a una quotidianità che deve andare avanti anche se sembra ancora sospesa. Perché oltre alle tende c’è solo l’attesa. Sì, Fatima dimostrerà più degli anni che ha - come le tante donne intorno già con tre, quattro figli o più al seguito - eppure hanno tutte una luce fissa negli occhi. I loro occhi, con quella luce, nonostante il contesto intorno di devastazione e morte, riescono a sprigionare un sorriso magico e penetrante che s’incrocia così intatto in ogni bambino incontrato, tra le tende piantate qua e là.
È così contagioso che rischia di farci dimenticare il perché abbiamo lasciato la raggiante Marrakech in piena esibizione per un ospite internazionale così prestigioso quale è l’FMI, per arrivare fin qui. A Tafgaght. Un piccolo douar (villaggio), nella provincia di El Haouz, l’epicentro del sisma che ha interessato il Marocco l’8 settembre, alle ore 23:11 locali, con una scossa di magnitudo di 6,8.
Sin dalle prime ore c’è stata molta solidarietà, sostegno interno ed esterno che non ha mai lasciato sole queste popolazioni nell’affrontare un'emergenza che ha oltrepassato un mese, ma poi c’è chi inizia a chiedersi del domani, dall’uscio della propria tenda.
Alhamdulillah, grazie a Dio- ripetono un po’ tutti qui, “hada huwwa elli ktteb alina Allah”. È ciò che ci ha prescritto il destino di Allah. Forse è vero, che solo una fede cieca può alleviare un dolore immenso. Su 400 abitanti a Tafghaght ne sono sopravvissuti meno di 300. E’ insieme ai villaggi come Imin Tala e Ait ben Hsaien tra i più colpiti.
Ma volendo fare un resoconto totale sono state 50.000 le unità abitative, totalmente o parzialmente crollate, nelle cinque province colpite. 3000 le vittime.
Mentre mi allontano dalle tendopoli puntate in emergenza a ridosso di quello che fu un piccolo centro abitato, la devastazione del sisma diventa sempre più percepibile attraversando il vicolo del vecchio villaggio ormai ripiegato su se stesso da detriti, polvere, interi muri sventrati, vetri e porte ridotti in macerie. È come trovarsi uno scenario di guerra in un villaggio ormai fantasma. Silenzio. Si continua a salire fino alla collina per trovare una sola abitazione intatta e poi un edificio che è un cubo colorato. Si legge asilo nido. È un miracolo. Dentro si scopre un'unica classe, 6 bambini con il loro maestro a lezione. Anche loro non hanno perso il sorriso. Sono un po’ pochi, chiedo al maestro. Sì, purtroppo ne abbiamo persi diversi di bambini. La voce del maestro Mohammed si fa più bassa.
Laila Binebine, è la direttrice pedagogica della dar Attalaba di Marrakech, Associazione per la scolarizzazione delle ragazze del mondo rurale che dal 2005 riesce a penetrare i villaggi rurali del Marocco convincendo le famiglie a consegnare le loro figlie per garantirgli un percorso di studi dai 12 anni fino all’università, altrimenti impossibile nel villaggio, per mancanza di strutture e una cultura locale che obbliga al matrimonio precoce.
In vent’anni, nei suoi istituti sono passate centinaia di bambine poi divenute ragazze laureate e orgoglio per il villaggio e la famiglia. Un traguardo raggiunto con non poca fatica perché nel Douar vigono leggi tribali dove è il patriarca a decidere e non è mai scontato che venga consegnata una bambina verso la città. Il telefono di laila non smette di squillare per le richieste provenienti dalle mamme, che con discussioni e litigi con i mariti chiamano Lalla Laila per venire a prenderle. Le donne berbere sono tutt’altro che sottomesse. Ma per avere questa fiducia, in un ambiente che nonostante la grande generosità rimane duro e chiuso in se stesso Laila ha saputo in questi anni convincerli che è la strada migliore anche per loro, e dopo il sisma è diventata un riferimento sul terreno, vitale anche per l’emergenza.
Le scuole distrutte
“Dopo la soddisfazione del cibo, le esigenze sanitarie e le tende sotto cui proteggersi in attesa della ricostruzione - adesso abbiamo il problema dell’educazione scolastica. C’è un abbandono preoccupante che non possiamo sottovalutare. Molte scuole nei villaggi sono state distrutte dal terremoto e i bambini rischiano di rimanere indietro. Per questo ci siamo da subito attivati per inserire nelle nostre liste alunne delle zone più fragili anche se non corrispondevano pienamente alle nostre esigenze.”
Nel piano per la ricostruzione lanciato dal Re Mohammad VI con i membri del governo di Aziz Akhannouch, c’è stata fin dall’inizio grande attenzione per i bambini e alla ripresa scolastica anche perché sono state 500 le scuole distrutte. La soluzione delle scuole mobili è stata annunciata ma ancora non ha preso del tutto vita.
Laila,insieme ad altri colleghi e ad una delle tante sentinelle costruite in questo villaggio come in altri, è riuscita ad acquistare attraverso le donazioni alla sua associazioni dei moduli per prefabbricati con bagni finestre luce e acqua da adibire a scuole e sicuramente più protettive rispetto ad una tenda, ancor più con l’inverno in arrivo. Il sopralluogo per decidere dove verranno collocate avviene nello stesso giorno della nostra visita.
L’inverno in tenda
È la parola che gira di più di bocca in bocca e con una certa preoccupazione. Ciò nonostante, sin da subito lo Stato abbia promesso che concederà un aiuto di emergenza pari a 300 dollari al mese alle famiglie colpite: un aiuto finanziario diretto di circa 14 mila euro per le case completamente crollate e di circa 8 mila euro per coprire i lavori di riabilitazione delle case parzialmente crollate.
“Ci troviamo - mi spiega Ilham, altra volontaria di Marrakech che dall’inizio del sisma non ha mai lasciato sola queste popolazioni - in una zona del Marocco dove gli inverni sono più duri. Per la ricostruzione di questi interi villaggi, secondo le previsioni del governo ci vorranno almeno cinque anni, ma nel frattempo bisogna correre. Di certo queste tende non potranno durare a lungo.”
Il sole per adesso è cocente e batte forte sulla testa, ma sappiamo che il cambio della temperatura sarà veloce. I moduli di prefabbricato che L’associazione di Laila sta mettendo a disposizione per garantire almeno la scuola ai bambini che rimangono a ridosso dei villaggi di Montagna senza la possibilità di spostarsi altrove, non si sono visti almeno nei tre villaggi visitati. Ad Amizmiz comune che contava più di 14 mila abitanti, non certo un piccolo villaggio, anch’esso colpito violentemente dal terremoto, c’è chi continua ad abitare la propria casa con danni meno gravi, altri invece sono obbligati ad abitare tende di vario genere ma non moduli di prefabbricato, che dovrebbero essere il passo successivo ancor più se si parla di cinque anni per ricostruire.
I tempi della ricostruzione
Dall’aeroporto di Marrakech, per tutto il viale che porta al grande evento dell’FMI, i grandi manifesti di benvenuto sono in lingua inglese, arabo e berbero, mentre il grande assente è il francese. È forse la prima volta in assoluto il che la dice lunga sul cambiamento in atto.
La risposta al terremoto concentrata soprattutto internamente da parte delle istituzioni marocchine insieme al mantenimento dell’organizzazione di un evento così importante a livello globale come quello del FMI è stata fin dal primo momento un tavolo di prova importante per il paese.
La città a sentire le testimonianze dei commercianti come degli stessi abitanti, “è in piedi e continua a guardare avanti lasciandosi alle spalle la ferita del terremoto” mi spiega Sana. Eppure, una volta salutati gli ospiti internazionali, e rimessi sui loro voli da Marrakech, tocca ricordarsi che a 50 chilometri di distanza da Jamaa El Fna c’è chi dovrà aspettare almeno 5 anni per rivedersi qualcosa di ricostruito. E non basteranno di certo i programmi dell’intelligenza artificiale, che hanno già fotografato come potranno essere i nuovi villaggi dell’Alto Atlante, ampiamente condiviso nei media marocchini. Di certo, qualche mese di resistenza ci può stare, ma non lo si potrà fare sotto una tenda per anni.
“Il radicamento di queste popolazioni berbere al loro territorio è molto forte - mi spiega Ghernata Alami, fotografa che conosce molto queste aree - perché sono popolazioni che hanno legami culturali molto profondi. Ed hanno un attaccamento quasi viscerale a questa loro terra, per questo rifiutano di spostarsi.
Il problema è che spostarsi per loro significa perdersi. E come biasimarli? hanno effettivamente una loro cultura, usanze e una lingua. Sono comunità tribali a tutti gli effetti, e diventa complicato pensare di spostarli e forse è anche sbagliato svuotare le montagne dell’Atlas da un pezzo importante della loro storia.”
La “ricostruzione” per il Marocco sarà anche questo. Dopo i fondi raccolti, il programma definito, la solidarietà dimostrata e che dovrà continuare per una popolazione che di fatto sarà inattiva per lungo tempo e dunque necessario mantenerla, bisognerà dimostrare di riuscire a passare dall’emergenza alla ricostruzione in breve tempo. E ciò significa, ricostruire una quotidianità dignitosa in attesa di una stabilità. Sarà soprattutto su come affrontare questa seconda parte a fare la vera differenza. È un po’ la sintesi delle richieste dei bambini del villaggio Ait ben Hsein, che dopo un lungo abbraccio, hanno chiesto tutti la stessa cosa: quand’e’ che riprenderemo l’orario scolastico normale?
C’è carenza di personale scolastico, e dunque poche ore al giorno per tutti. Il resto della giornata per molti bambini è combattere con la noia, tra le tende, con nuovi spazi, perché quelli abituali sono distrutti