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Tassa di successione, la telefonata tra Meloni e Tajani che ha cancellato l’aumento dell’aliquota dalla manovra

(agf)
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ROMA - È domenica pomeriggio. Mancano poche ore al Consiglio dei ministri sulla manovra convocato a Palazzo Chigi per l’indomani mattina. Giorgia Meloni e Antonio Tajani si sentono al telefono. "Un’interlocuzione breve ma necessaria”, spiegano fonti di governo. La premier chiede al suo vice, in quota Forza Italia, se l’aumento della tassa di successione, spuntato in un decreto collegato alla Finanziaria, è un’opzione percorribile. Tajani è perentorio: contrarietà assoluta. E il ritocco dell’imposta finisce nel cestino.

Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, fautore della misura, ne prenderà atto qualche ora dopo. Quando Meloni e Tajani si sentono, è nel suo ufficio romano di piazza Mastai, il quartier generale di quelle Finanze che la premier gli h…

ROMA - È domenica pomeriggio. Mancano poche ore al Consiglio dei ministri sulla manovra convocato a Palazzo Chigi per l’indomani mattina. Giorgia Meloni e Antonio Tajani si sentono al telefono. "Un’interlocuzione breve ma necessaria”, spiegano fonti di governo. La premier chiede al suo vice, in quota Forza Italia, se l’aumento della tassa di successione, spuntato in un decreto collegato alla Finanziaria, è un’opzione percorribile. Tajani è perentorio: contrarietà assoluta. E il ritocco dell’imposta finisce nel cestino.

Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, fautore della misura, ne prenderà atto qualche ora dopo. Quando Meloni e Tajani si sentono, è nel suo ufficio romano di piazza Mastai, il quartier generale di quelle Finanze che la premier gli ha dato in mano sotto forma di delega. E che, sotto traccia, è letto da Fratelli d’Italia come il primo atto di un disegno più grande: lo “spacchettamento” del Mef. Quindi l’incarico di ministro delle Finanze.

Leo è impegnato in una raffica di riunioni con i suoi tecnici per mettere a punto il provvedimento che affiancherà la legge di bilancio, insieme ai due decreti legislativi che servono ad avviare la revisione dell’Irpef e la global minimum tax (l’imposta al 15% sulle multinazionali).

Dal testo del decreto viene cancellata la norma sulla tassa di successione. Che lo stesso viceministro aveva allontanato due giorni prima, dopo l’indiscrezione di Repubblica, affermando che “per il momento non se ne parla”.

Eppure la tassa, messa nero su bianco, è rimasta in piedi fino alla vigilia del Cdm. Ben dettagliato, il ritocco all’imposta che Silvio Berlusconi abolì nel 2001 e che cinque anni dopo fu reintrodotta, con alcune modifiche, dal governo Prodi.

Non era un’idea, era una norma. Candidata a tutti gli effetti a concorrere alle coperture della Finanziaria. Per questo collocata, fino all’ultimo minuto utile, all’interno del decreto che l’accompagna.

E per le stesse ragioni, lo stralcio ha causato più di un problema perché in fretta e furia si è dovuto mettere mano alle tabelle delle entrate per tenere in piedi la manovra. Scavando nel bilancio dello Stato, alla ricerca di circa 150 milioni, il gettito garantito dal ridisegno della tassa di successione. Che prevedeva un doppio aumento, secondo quanto riportato nella bozza della norma. Dal 6% all’8% l’aliquota per i trasferimenti in favore dei parenti e degli affini oltre il terzo grado, ma anche un incremento, sempre del 2%, della tassazione sui beni lasciati in eredità ai soggetti terzi (oggi l’aliquota è all’8%).

Alla fine la copertura alternativa è stata trovata. E la norma sulla tassa cestinata.

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