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L’insonnia pesa sul Pil, ma è un affare miliardario

Il caldo e gli smartphone peggiorano il sonno. E parecchie aziende ne hanno fatto un business
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ANCHE tu, forse, sei un “presenteista” e non lo sai. Vai al lavoro ogni giorno perché sei una persona seria e ambiziosa. Eppure ti sorprendi a sbadigliare di continuo, fai tappa in bagno a sciacquarti la faccia aggrappandoti all’ennesimo caffè per tirarti su. A minare la lucidità, la produttività e in fondo la tua felicità è un problema banale, ma insidioso: stanotte, al solito, hai dormito da cani.

Quasi 28 italiani su 100 hanno problemi di insonnia, diciamo generici. Capita che si addormentino con difficoltà; che spalanchino gli occhi almeno una volta di notte; che si sveglino all’alba, molto prima del necessario.

Le forme cliniche

E quasi 9 italiani su 100 – dice il centro studi Rand – si …

ANCHE tu, forse, sei un “presenteista” e non lo sai. Vai al lavoro ogni giorno perché sei una persona seria e ambiziosa. Eppure ti sorprendi a sbadigliare di continuo, fai tappa in bagno a sciacquarti la faccia aggrappandoti all’ennesimo caffè per tirarti su. A minare la lucidità, la produttività e in fondo la tua felicità è un problema banale, ma insidioso: stanotte, al solito, hai dormito da cani.

Quasi 28 italiani su 100 hanno problemi di insonnia, diciamo generici. Capita che si addormentino con difficoltà; che spalanchino gli occhi almeno una volta di notte; che si sveglino all’alba, molto prima del necessario.

Le forme cliniche

E quasi 9 italiani su 100 – dice il centro studi Rand – si ritrovano addirittura nelle sabbie mobili dell’insonnia clinica, che a lungo andare può rivelarsi una vera e propria malattia (il dato del 9% è più forte e allarmante che in altre indagini). Il loro sonno bacato si manifesta per almeno tre notti alla settimana e per almeno un mese, come un sinistro fantasma.

Il problema, attenzione, non è solo italiano. Lo stesso centro studi – nella ricerca “L’onere sociale ed economico dell’insonnia negli adulti” – stima in centinaia di milioni al mondo le persone che conoscono sogni di bronzo, altro che oro.

E le cause dell’insonnia – almeno nei Paesi ricchi – sono simili. Alle preoccupazioni professionali e personali, alle cattive abitudini alimentari, si aggiungono un uso compulsivo del cellulare (sconsigliato prima di addormentarsi) e – adesso, ultima variabile – i cambiamenti climatici.

Quattordici minuti in meno

Il Washington Post, testata americana di chiara fama, ha analizzato i dati di 7 milioni di smartwatch che le persone tengono al polso (di notte) in 68 Paesi, tra cui l’Italia. I dati raccolti dicono che il nostro sonno si riduce (in media) di 14 minuti per ogni notte quando le temperature si spingono oltre i 30 gradi.

L’insonnia generica, quella clinica, quella cronica (la più grave, che arriva almeno tre notti alla settimana per tre mesi di fila) colpiscono al cuore la produttività di insegnanti, operai, ingegneri, cuochi, manager, commercianti. Le lavoratrici e i lavoratori vanno a scartamento ridotto e deragliano quando hanno dormito male.

Il centro studi Rand stima che le persone restino a casa e in malattia fino a 14 giorni all’anno, nei Paesi industrializzati, per la spossatezza, la strisciante depressione, le febbri improvvise che procura loro l’insonnia più lieve (quella generica).

La rinuncia al lavoro

Questa stessa insonnia, per quanto gestibile, condanna le persone a 30 giorni di “presenteismo” nell’anno: vanno al lavoro, certo, ma rendono meno di quanto potrebbero.

Colpisce poi che lavoratori precari – quelli che guadagnano solo se escono di casa, ad esempio gli ambulanti – sono disposti a rinunciare alle entrate della giornata quando una notte molto difficile li ha fatti girare e rigirare nel letto. L’insonnia, insomma, mina nel profondo la nostra volontà e le motivazioni.

Se gli Stati europei risolvessero il problema del sonno malato, potrebbero puntellare le casse pubbliche. L’Italia perde 16,5 miliardi di dollari l’anno per la limitata produttività dei suoi lavoratori insonni. La Germania oltre 29 miliardi; la Francia più di 36.

Le luci artificiali

Risolvere il problema, certo, non è facile. Intanto il dipendente non va demonizzato perché la sua sonnolenza non è necessariamente figlia di una vita spericolata, al contrario. Gli uffici poi andrebbero organizzati con accortezza, ad esempio vietando le luci artificiali di giorno che non favoriscono l’addormentamento, di notte.

I medici aziendali – se attenti ai sintomi dell’insonnia clinica e cronica – dovrebbero ordinare terapie cognitivo comportamentali; e finanche l’uso di farmaci. Questi farmaci, certo delicati, andrebbero somministrati a persone che hanno incarichi sensibili: ad esempio, agli autisti dei bus pubblici, se gravemente insonni.

Da questa situazione difficile c’è chi ricava grandi ricchezze. La startup olandese Somnox dal 2017 vende una specie di “fagiolone elettronico” (da abbracciare a letto) che monitora il nostro respiro.

A sua volta respira in modo virtuoso perché il nostro corpo emuli l’atteggiamento corretto. Tra app, smartwatch, orsetti elettronici, visori che massaggiano gli occhi, lampade che proiettano cieli stellati, gli imprenditori del “sonno felice” fatturano ogni anno 10,2 miliardi di euro (calcola Global Market Inside). E almeno loro, con questi incassi, trascorreranno notti serene.

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