Dubai la Svizzera digitale
dal nostro inviato Filippo Santelli«Ogni volta che il mondo si frattura, le persone vengono qui». Due anni fa Sharif El-Badawi, «nato e cresciuto negli Stati Uniti», si è trasferito a Dubai. Imprenditore tecnologico, poi investitore ponte tra Silicon Valley e mondo arabo, il governo dell’emirato lo ha chiamato a guidare il Dubai Future District Fund, il nuovo fondo di investimento in startup che deve contribuire a rendere la città il grande hub dell’innovazione dell’area: il Golfo, il Medio Oriente, il Nord Africa. L’obiettivo dell’emiro Al Maktoum è ambizioso: raddoppiare il Pil di Dubai nei prossimi dieci anni. A un’economia da sempre trainata dai flussi – commercio, finanza, immobiliare e turismo – ma anche esposta alla loro volatilità, il digitale dovrebbe aggiungere diversità e radici.
La nuova Svizzera
«Guardiamo a tecnologie profonde, che intercettino le tendenze del futuro come inclusione finanziaria, salute, educazione, lavoro», spiega El-Badawi. La ricetta per attirarle è la stessa su cui l’Emirato ha costr…
«Ogni volta che il mondo si frattura, le persone vengono qui». Due anni fa Sharif El-Badawi, «nato e cresciuto negli Stati Uniti», si è trasferito a Dubai. Imprenditore tecnologico, poi investitore ponte tra Silicon Valley e mondo arabo, il governo dell’emirato lo ha chiamato a guidare il Dubai Future District Fund, il nuovo fondo di investimento in startup che deve contribuire a rendere la città il grande hub dell’innovazione dell’area: il Golfo, il Medio Oriente, il Nord Africa. L’obiettivo dell’emiro Al Maktoum è ambizioso: raddoppiare il Pil di Dubai nei prossimi dieci anni. A un’economia da sempre trainata dai flussi – commercio, finanza, immobiliare e turismo – ma anche esposta alla loro volatilità, il digitale dovrebbe aggiungere diversità e radici.
La nuova Svizzera
«Guardiamo a tecnologie profonde, che intercettino le tendenze del futuro come inclusione finanziaria, salute, educazione, lavoro», spiega El-Badawi. La ricetta per attirarle è la stessa su cui l’Emirato ha costruito le sue fortune: niente tasse, regole snelle, burocrazia efficiente. Ma rilanciata con due ingredienti inattuali, nell’era della sfida tra superpotenze, delle guerre, della globalizzazione che si frantuma, cioè neutralità e apertura. Dubai vuole restare l’ultimo porto franco, per merci, capitali e ora anche tecnologie, dalle criptomonete all’intelligenza artificiale. «Qualcuno dice la nuova Svizzera», continua il manager. Aperta a tutti e tutto, «se portano sviluppo».
Almeno in superficie pare funzionare. La E11, l’autostrada che la attraversa dal super aeroporto di Emirates alla scintillante Marina, è intasata come ai bei tempi. Mentre tra grattacieli e isole artificiali i turisti superano i livelli pre-pandemia. Il Covid è stato gestito con solo sei settimane di chiusure, mentre tutti i servizi governativi venivano digitalizzati. Poi il boicottaggio occidentale contro Mosca ha portato in città tutto il trading del petrolio – fuggito dalla Svizzera – e centinaia di miliardari russi che hanno fatto impennare il mercato immobiliare.
La più grande fiera hi-tech
Ma in questi giorni si intuisce che la neutralità potrebbe funzionare anche in chiave tecnologica. Al World Trade Center va in scena la più enorme fiera hi-tech del mondo, il Gitex, dove a fianco dei colossi Usa espongono aziende che altrove sono bandite, come le cinesi Huawei o Hikvision, da cui gli Emirati si riforniscono di reti 5G e telecamere a riconoscimento facciale. Mentre al Dubai Harbour l’evento “minore” dedicato alle startup, Expand North Star, è una fiera delle ambizioni del mondo in via di sviluppo. Giovani aziende indiane, egiziane, libanesi qui cercano capitali o una base stabile da cui aggredire la regione. Gli emergenti hanno fame di crescita: conflitti, bandi e protezionismi sono una minaccia.
Dubai non si nega a nessuno, basta pagare il biglietto d’ingresso e affrontare i costi al metro quadro. Vedere la Internet City, una della venti zone franche della città, che assicurano tasse zero e il 100% degli utili rimpatriati. Attorno a un laghetto con prati curati hanno sede, spesso quartier generale per Medio Oriente e Africa, diversi big occidentali, da Google a Meta. Ma anche molti cinesi, da Huawei a Tencent Games. «All’inizio lavoravano qui soprattutto team di vendita, marketing e amministrativi», spiega con la kandura, la tunica bianca, e l’inglese perfetto dei funzionari locali Ammar Al Malik, vice presidente di Tecom, la società che gestisce questa zona franca. «Ma da qualche tempo arrivano anche i centri di ricerca, dove si sviluppano i prodotti per la regione». Ingegneri, informatici: nella città dei commercianti arrivano talenti diversi, anche se la distanza dalle capitali globali dell’innovazione resta.
La strategia del we spostato
«Abbiamo anche spostato il weekend», aggiunge Al Malik. Dallo scorso anno la festa non è più venerdì, quella islamica, bensì domenica. È l’emblema di un’apertura anche interna. Non tolleranza politica, perché gli Emirati restano monarchie ereditarie, dove non c’è spazio per elezioni e non si tollerano contestatori. Ma un autoritarismo che, dopo essere diventato tecnologico per garantire efficienza e sicurezza, sta ingentilendo il volto. Il regime dei visti è stato allargato, le relazioni extramatrimoniali legalizzate. Tutto funziona grazie a un proletariato di immigrati indiani e pakistani da rispedire via alla minima recessione, ma non schiavizzati come in Qatar. Mentre tra gli immigrati ricchi ognuno può pregare la propria divinità, e godersi il paradiso fiscale in terra.
Le criptomonete
Certo, le Svizzere del mondo non sono guardate con occhi benevoli dagli altri governi. Dubai per esempio è appena tornata nella “lista nera” europea dei Paesi che non assicurano i dovuti controlli sui capitali, contro riciclaggio e finanziamento del terrorismo. Tra le aziende che la città ha accolto ce n’è un gruppo nel mirino ovunque, quelle delle criptomonete. Proprio l’approccio alle cripto però è un caso di scuola di come Dubai provi ad accreditarsi anche come attore responsabile. Il governo ha scritto una delle prime legislazioni sul settore, con tanto di autorità di controllo, Vara, che rilascia le licenze. Quante ne abbia negate finora è «dato riservato»: il primo imperativo a Dubai, si sa, è non ostacolare il business. Ma intanto il governo può dire che qui una legge c’è. E rassicurare le aziende che se la rispetteranno non subiranno agguati. Tra le prime ad aprire un ufficio è Binance, Borsa di criptomonete fondata dal cinese Changpeng Zhao, braccato dai regolatori in America.
Pare di intuire lo stesso approccio anche alla tecnologia chiave dei prossimi anni, l’intelligenza artificiale. Va regolata, ma in modo adatto ad ogni Paese, dice Omar Sultan Al Olama, ministro dell’AI degli Emirati, primo al mondo con questo ruolo e autore della strategia per farla decollare nel Golfo. Gli Emirati hanno sviluppato due grandi modelli linguistici in arabo, e proprio come la vicina Arabia sono partiti all’acquisto di migliaia di super chip Nvidia necessari a istruire gli algoritmi. Se c’è un settore destinato a testarne le ambizioni hi-tech è questo. Per la complessità dell’infrastruttura e delle competenze necessarie. E per il suo valore strategico e di sicurezza, cioè geopolitico, che metterà alla prova l’idea secondo cui si possa ancora prosperare nella neutralità.
Gli Emirati finora sono stati maestri di arte diplomatica: i primi a firmare gli accordi di Abramo con Israele, il rifugio degli oligarchi russi, uno dei Paesi che entreranno nei Brics allargati a trazione cinese. La storica amicizia con Washington è raffreddata ma non rotta, e resta caldissima quella con aziende e capitali Usa. Ma cosa succederebbe se Huawei usasse un data center di Dubai per addestrare algoritmi cinesi? O se il conflitto tra Israele e Hamas destabilizzasse l’area di cui la città vuole essere fulcro? Si vedrà. Intanto Intel ha aperto qui un centro di ricerca sull’AI. E OpenAI, società che ha creato ChatGPT, ha appena siglato una partnership con il campione di Abu Dhabi G42, holding hi-tech controllata della famiglia regnante. Fino a prova contraria, Dubai è convinta che la morte della globalizzazione sia una notizia esagerata. E la sua crisi una grande opportunità.