Investimenti Portafogli di guerra alla prova dei nuovi rischi
di Vittoria PuleddaTassi più alti, più a lungo. Timori per una nuova fiammata inflazionistica da prezzi dell’energia. Pressioni sul lato dell’offerta, nel segmento deibond governativi (non solo italiani ma certo anche italiani) per finanziare i forti deficit. Ingredienti di una miscela sempre più pericolosa che dal 7 ottobre scorso ha trovato un nuovo detonatore: il conflitto tra Israele e la Striscia di Gaza. Ancora una guerra, che si aggiunge a quella Russia-Ucraina; con il suo carico di morti e di devastazione, e le sue tensioni sui prezzi delle materie prime o sulla spesa per armamenti, che si traducono entrambe in inflazione e mancata crescita produttiva. Un binomio che rilancia a sua volta un altro dilemma, per i mercati: nelle banche centrali prevarrà il timore per una fiammata di ritorno dei prezzi – o comunque per una discesa troppo lenta – oppure la paventata gelata sulla domanda e sugli investimenti sarà tale da convincere Fed e Bce ad allentare prima del previsto i cordoni della politica mon…
Tassi più alti, più a lungo. Timori per una nuova fiammata inflazionistica da prezzi dell’energia. Pressioni sul lato dell’offerta, nel segmento deibond governativi (non solo italiani ma certo anche italiani) per finanziare i forti deficit. Ingredienti di una miscela sempre più pericolosa che dal 7 ottobre scorso ha trovato un nuovo detonatore: il conflitto tra Israele e la Striscia di Gaza. Ancora una guerra, che si aggiunge a quella Russia-Ucraina; con il suo carico di morti e di devastazione, e le sue tensioni sui prezzi delle materie prime o sulla spesa per armamenti, che si traducono entrambe in inflazione e mancata crescita produttiva. Un binomio che rilancia a sua volta un altro dilemma, per i mercati: nelle banche centrali prevarrà il timore per una fiammata di ritorno dei prezzi – o comunque per una discesa troppo lenta – oppure la paventata gelata sulla domanda e sugli investimenti sarà tale da convincere Fed e Bce ad allentare prima del previsto i cordoni della politica monetaria (Powell ala fine della settimana scorsa ha parlato di «cautela»)?
I mercati stanno a guardare
Per il momento i mercati finanziari stanno guardando con sufficienti nervi freddi al conflitto mediorientale, quasi a scongiurare il pericolo che le tensioni già drammatiche possano allargarsi e coinvolgere altri Paesi. Le reazioni sono state finora misurate: l’indice della paura, il Vix, che misura la volatilità attesa a Wall Street, è salito in un mese da 14 a 19 punti; ma un anno fa era intorno a 30 e in passato ha toccato punte ben più alte. Stesso discorso per le quotazioni del petrolio (persino pù alto nei giorni precedenti all’attacco di Hamas) e dell’oro, mentre i rendimenti di Bund e Btp sono saliti di pochi punti base.
Attenzione però, non è il caso di esultare: i mercati (Borse a parte) infatti erano già in tensione. Per esempio sui titoli di Stato europei siamo ai massimi da dieci anni (e più, in alcuni casi) e sui titoli italiani è tornato a riaffacciarsi lo «stigma», come ricorda Moneyfarm, di un Paese con un debito pubblico superiore al 140% del Pil (e con una prospettiva di crescita tornata allo 0 virgola, forse l’aspetto peggiore). «Abbiamo un debito molto alto ma anche tecnicamente molto ben gestito, tutto sommato in questo momento mi preoccupa più il prezzo del petrolio che le agenzie di rating», sostiene Giordano Lombardo, co-fondatore della società di gestione Plenisfer (gruppo Generali).
Prudenza negli investimenti
Tuttavia guardando ai mesi futuri gli operatori consigliano quasi unanimemente prudenza negli investimenti a livello internazionale, con una lieve propensione per l’obbligazionario rispetto alle azioni, asset tradizionalmente più rischioso. Riflessione improntata alla cautela, che tuttavia pensando al recente passato (un anno) si sarebbe rilevata errata: le Borse hanno regalato soddisfazioni importanti – dal +24% del Nasdaq al +31% di Piazza Affari, passando per il +9 di Londra, tanto per fare qualche esempio – mentre sui titoli di Stato italiani (in buona compagnia, del resto) i forti mal di pancia si alternano ai pochi momenti di risalita. Per esempio il Btp decennale emesso solo nell’aprile scorso a 100 ora vale il 5% in meno, in termini di prezzo, e per i benchmark decennali europei siamo in media quasi al terzo anno di perdite consecutive, un record.
Come muoversi quindi? «La crisi mediorientale, nuovo elemento inflazionistico, conferma con ancora maggior forza i nostri temi di fondo – continua Lombardo – investimenti in real asset, poche azioni se non in società in grado di gestire i rincari dei prezzi e scaricarli al dettaglio, bond selezionati ma non governativi, perché rappresentano debiti troppo alti. Al primo posto mettiamo le attività legate all’energia, il tema del futuro, poi le materie prime, che anche alla luce del nuovo conflitto possono fungere da hedge rispetto al resto del portafoglio, infine i metalli preziosi. Ci piace meno il dollaro e poco anche l’euro: per puntare sulla crescita è meglio scegliere qualche Paese emergente, per esempio nell’area dell’America.
Tra Usa e Giappone
Rispetto agli Usa i pareri sono discordi: molti ritengono che dall’altra pare dell’Atlantico la formula della rolling recession (recessione a rotazione, nei vari settori), come l’ha definita Capital group, alla fine possa scongiurare il pericolo di uno stop generalizzato dell’economia, di cui peraltro al momento non ci sono segnali. Inoltre, Wall Street è centrale ma il mondo è più grande, anche per gli investimenti: tra le primi dieci società al mondo con la performance migliore da inizio ‘23, solo tre sono statunitensi e tra le prime quaranta dell’indice Msci, il 70% ha sede fuori dagli Usa. Diversi osservatori inoltre hanno una discreta propensione per i mercati finanziari del Giappone. Però è chiaro che tassi e crescita restano i catalizzatori nella scelta degli investimenti.
«Quando selezioniamo le aziende stiamo attenti a considerare la capacità che hanno di rifinanziare il debito, perché i tassi resteranno a lungo alti e la stagflazione si avvicina, almeno in Europa», ritiene Giuseppe Patara, senior Portofolio manager di Pictet Wealth management. Che suggerisce di accumulare posizioni sui bond in euro e in dollari, con durata 3-5 anni, per poi spostarsi lentamente verso durate più lunghe, anche fino ai dieci anni, a partire da metà del 2024.
Senza fretta, insomma, nonostante i rendimenti siano molto interessanti e quindi più forte la tentazione di cristallizzarli per un lungo arco temporale: «Tra la fine dei rialzi dei tassi e l’inizio dei ribassi passano tra i 7 e i 18 mesi – spiega Patara – nel frattempo mi aspetto il ritorno sui mercati dei cosiddetti “bond vigilantes”, occhiuti sorveglianti del debito pronti a vendere i titoli considerati non più sicuri; per questo bisogna posizionarsi su società molto solide. Cautela invece sulle Borse: stanno scommettendo sul rallentamento e non sulla recessione; e le quotazioni riflettono appieno uno scenario positivo». Come dire, i prezzi sono già corretti (alti) anche in caso di buone notizie.