L’Occidente prova a contrastare l’avanzata cinese negli emergenti
di Eugenio OccorsioA Pechino si è celebrato la settimana scorsa il decennale della Via della Seta, non senza fanfara, discorso ufficiale di Xi Jinping e ospiti internazionali della portata ingombrante di Vladimir Putin. Ma ormai da ogni parte del mondo sbucano le alternative. Il G20 di settembre a New Delhi ha lanciato l’India-Middle East-Europe Economic Corridor, che integra ferrovie e rotte navali sul percorso fra India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania, Israele, Italia, Francia e Germania. La Turchia ha promosso l’Iraq Development Road, con Kuwait, Iraq, Qatar, ancora Emirati e appunto Ankara. Silente ma tuttora in vigore è l’intesa conclusa nel settembre 2020 che collega la stessa India, l’Iran, l’Azerbaijan e la Russia.
A Pechino si è celebrato la settimana scorsa il decennale della Via della Seta, non senza fanfara, discorso ufficiale di Xi Jinping e ospiti internazionali della portata ingombrante di Vladimir Putin. Ma ormai da ogni parte del mondo sbucano le alternative. Il G20 di settembre a New Delhi ha lanciato l’India-Middle East-Europe Economic Corridor, che integra ferrovie e rotte navali sul percorso fra India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania, Israele, Italia, Francia e Germania. La Turchia ha promosso l’Iraq Development Road, con Kuwait, Iraq, Qatar, ancora Emirati e appunto Ankara. Silente ma tuttora in vigore è l’intesa conclusa nel settembre 2020 che collega la stessa India, l’Iran, l’Azerbaijan e la Russia.
Gli Stati Uniti hanno lanciato la partnership fra imprese pubbliche e private Global Infrastructure and Investment, forte di 600 miliardi in incentivi federali, aperta a tutti i Paesi alleati purché “collegabili” con qualche forma di intermodalità. Gli stessi Usa avevano aperto le danze fondando ai tempi di Obama la Trans-Pacific Partnership, poi affossata da Trump. Ci ha pensato il Giappone a resuscitarla varando il più ambizioso e articolato dei corridoi, la Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership: comprende insieme a Tokyo, in un ideale giro del mondo di investimenti e intese commerciali Australia, Canada, Messico, Nuova Zelanda, Singapore, Vietnam, Perù, Malesia e Cile.
La strategia del Dragone
Tutti questi accordi si basano su un approccio totalmente diverso da quello cinese, che ha raggiunto le sue punte di massima espressione in Africa, continente non a caso escluso dalle nuove intese perché ormai completamente colonizzato. Il modus operandi di Pechino è noto: sbarca in un Paese possibilmente povero e offre di costruirgli strade, ferrovie, porti, aeroporti, dei quali in futuro manterrà la gestione. «Il più delle volte – spiega Brunello Rosa della London School of Economics – nel pacchetto rientra il trasferimento in loco di un gruppo di tecnici e manager cinesi: in parallelo ai vantaggi in termini di sviluppo, al Paese viene offerto il lavoro delle maestranze locali, magari qualche minima quota dei futuri utili dell’infrastruttura, il know-how tecnologico. Nello scambio rientra la fornitura esclusiva in favore della Cina di materie prime di cui l’Africa è ricchissima, dal rame alle terre rare». Il guaio è che si concedono sì al Paese copiosi finanziamenti per realizzare le opere, che però sono prestiti da restituire. «Qui – dice Rosa – scatta il corto circuito: quando un Paese non riesce più a pagare gli interessi alla Cina, l’operazione-schiavitù è completa. È successo a Sri Lanka e allo Zambia, che per sua fortuna, a differenza dell’isola subcontinentale, ha avuto ulteriori finanziamenti di soccorso della Banca Mondiale, e poi a Kenia e Montenegro, dove un’autostrada che tagliava il Paese fino al mare è rimasta a metà».
La linea procedurale dell’Occidente varia da Paese a Paese, sia “imprenditore” che “ospite”, ma si ispira sicuramente a principi di maggior democrazia, coinvolgimento delle autorità e delle popolazioni locali, collaborazione continua fra le parti. Come ha raccomandato l’Fmi nel summit di Marrakech, dedicato proprio ai modelli di inserimento degli asset occidentali nei Paesi emergenti, bisogna dimenticare una volta per tutte le antiche (ma non troppo) esperienze coloniali, la cui memoria ha tagliato fuori per esempio la Francia dall’Africa occidentale (anche se il franco CFA sopravvive per la stabilità che garantisce), nonché i più recenti maldestri tentativi americani di “esportare la democrazia”.
Le regole occidentali
L’Fmi ha assicurato il massimo impegno, insieme alla World Bank, nel monitorare la risposta dei mercati emergenti ai rialzi dei tassi (e del dollaro in cui sono denominati i prestiti) e alla frenata globale. Di più: come gesto di buona volontà ha cominciato ad accettare pagamenti in yuan a rimborso dei prestiti. L’Argentina ha usato così un finanziamento ricevuto dalla Cina: una svolta dagli sviluppi imprevedibili. Per le aziende italiane si aprono insperati spazi. «L’importante – spiega Barbara Beltrame, vicepresidente di Confindustria per l’internazionalizzazione – è che ai consueti screening dei Paesi dove si sbarca in termini di norme, fisco e analisi di mercato, si affianchi uno scrupoloso e capillare studio dei rischi geopolitici, esteso alle geografie limitrofe». Oggi è proprio questo l’aspetto più importante, «soprattutto se parliamo delle piccole e medie imprese che possono essere più vulnerabili alle turbolenze internazionali».
Alla conquista del mondo
Un’analisi di Unioncamere conferma che mai come ora le Pmi si stanno lanciando alla conquista del mondo: sarebbero candidate a diventare “esportatrici stabili” 45mila aziende minori. C’è ancora un aspetto. «Le tensioni globali – spiega Ferdinando Nelli Feroci, ambasciatore ed economista, presidente dell’Istituto Affari Internazionali – cadono addosso ai Paesi in via di sviluppo mentre si stava cercando di riorientare in direzione “green” gli investimenti». È un aspetto che entra di diritto nelle trattative. «È stato calcolato che per gli obiettivi della sostenibilità nei soli mercati emergenti servirebbero 12mila miliardi di dollari».
I cinesi questi problemi non se li pongono, «ma per gli europei – afferma Nelli Feroci – è una conditio sine qua non per decidere quali progetti finanziare». Le linee guida dell’Ocse, che ha una divisione dedicata alle “Strategies for sustainable development”, prevedono «una solida base analitica che tenga conto delle caratteristiche regionali sia economiche che fisiche, comprese le previsioni sugli andamenti e i rischi».
Le economie in via di sviluppo sono influenzate ancor più di quelle industrializzate dalle conseguenze dei cambiamenti climatici, a partire dalle forniture alimentari, fondamentale voce di export e di sopravvivenza: la Bank of America mette in guardia in un report dai pericoli di “El Niño”, che in novembre scatenerà un maltempo anomalo in tutta la fascia subequatoriale, dalle Filippine al Sudamerica, dopo tre anni di relativa tranquillità «in cui si è vista all’opera solo “La Niña”». Comunque un altro report, di Franklin Templeton, dice che «malgrado le incertezze globali nei mercati emergenti esistono significative opportunità». L’importante è andare avanti cum juicio.