È scontro tra il mondo degli affari Usa e i vertici delle università
di Mario PlateroUna delle conseguenze più immediate dell’attacco di Hamas contro Israele è uno scontro, durissimo, fra il mondo accademico e il mondo degli affari che finanzia le università americane. Tutto nasce da dimostrazioni organizzate da gruppi studenteschi di varie università, sincronizzati sullo stesso messaggio: difendere e giustificare gli eccidi dei terroristi di Hamas, le barbare uccisioni di centinaia di civili, il massacro di giovani dell’età dei dimostranti mentre partecipavano a un concerto, l’assassinio a sangue freddo, e in alcuni casi la decapitazione, di bambini fra i 3 e i 5 anni, crimini insomma condannati da ogni codice da ogni comportamento in guerra.
Da Harvard a Yale
A Harvard 30 gruppi studenteschi diversi si sono riuniti per esprimere già nella n…
Una delle conseguenze più immediate dell’attacco di Hamas contro Israele è uno scontro, durissimo, fra il mondo accademico e il mondo degli affari che finanzia le università americane. Tutto nasce da dimostrazioni organizzate da gruppi studenteschi di varie università, sincronizzati sullo stesso messaggio: difendere e giustificare gli eccidi dei terroristi di Hamas, le barbare uccisioni di centinaia di civili, il massacro di giovani dell’età dei dimostranti mentre partecipavano a un concerto, l’assassinio a sangue freddo, e in alcuni casi la decapitazione, di bambini fra i 3 e i 5 anni, crimini insomma condannati da ogni codice da ogni comportamento in guerra.
Da Harvard a Yale
A Harvard 30 gruppi studenteschi diversi si sono riuniti per esprimere già nella notte del 7 ottobre, il giorno dell’attacco, un messaggio comune: la responsabilità dei 1.400 morti israeliani era di Israele, non di Hamas. Lo stesso avveniva a Stanford, in California, alla University of Pennsylvania, a Yale e così via in moltissime delle più importanti università del Paese, quelle che formano la futura classe dirigente. A UPenn una dimostrazione degli studenti per il campus chiedeva addirittura un genocidio degli ebrei, riportando in superficie gli orrori dell’Olocausto. Oppure Israele diventa «colonizzatore per conto dei colonizzatori europei». Ma non si parla delle centinaia di migliaia di ebrei scappati dai Paesi arabi durante i pogrom che hanno accompagnato la guerra dei Sei Giorni.
Il silenzio delle autorità accademiche
Gli esempi potrebbero continuare. Ma in questo caso, a fronte dell’escalation retorica – uccidere gli ebrei in genere ed espellere Israele dal Medio Oriente – mai avvenuta prima in questi termini, si è aggiunto il silenzio delle autorità accademiche. Nessuna università ha preso le distanze da certe dichiarazioni o espresso parole di cordoglio per non inimicarsi sia gli studenti sia una buona fetta del corpo accademico. Ed ecco il fatto nuovo: la ribellione degli imprenditori e dei gruppi industriali che finanziano le università. Lo scontro si è improvvisamente infuocato quando Marc Rowan, uno dei co-fondatori del private equity Apollo, presidente del gruppo dei consiglieri di Wharton, la business school di UPenn, ha scritto una lunga lettera denunciando l’assenza, la miopia, la codardia dei vertici universitari davanti «a una questione che prima di tutto è etica... Che il Rettore Magill consenta che il marchio di UPenn sia associato a queste manifestazioni di odio, normalizza e legittima violenze contro studenti ebrei qui a UPenn fino all’orrendo attacco di Hamas in Israele». E ha chiesto che tutti i donatori di UPenn limitino a 1 dollaro le loro donazioni fino a quando non ci saranno le dimissioni del Rettore Elizabeth Magill e del Presidente di UPenn.
L’attacco alla leadership delle università si è poi esteso a Harvard, sia da parte di Rowan che di molti altri, fra questi Larry Summers, ex rettore dell’ateneo, ed ex segretario al Tesoro. Così, uno dopo l’altro, importanti donatori che hanno finanziato i programmi di queste grandi università, hanno annunciato che sospenderanno le loro donazioni. Ne cito uno per tutti, Ken Griffin, il fondatore di Citadel, uno degli hedge fund di maggior successo al mondo. Dopo aver donato l’anno scorso 300 milioni a Harvard, ha lanciato anche lui un attacco frontale contro la leadership delle Università.
La quantificazione del danno
Il danno potrebbe essere catastrofico: il totale delle donazioni solo alle Università per l’anno scorso ha raggiunto il record di 59,5 miliardi di dollari. Ma qui, a parte Hamas, occorre ricordare un contesto già caratterizzato da forti tensioni originate dalla “cancel culture”, teorizzata più dai professori che dagli studenti. È interessante seguire come la “cancel culture” (e le sue diramazioni, tipo Woke) partorita nel cuore del mondo accademico americano, attacchi soprattutto il modello occidentale quasi in parallelo agli attacchi politico-sociali (oltre che militari) in arrivo ad esempio dalla Russia o dalla Cina o da alcuni Paesi asiatici o africani. La “cancellazione” riguarda a volte in modo indiscriminato le interpretazioni storiche tradizionali legate al progresso economico e sociale basato su un sistema di democrazie di mercato. Per la “cancel culture” il comune denominatore lo troviamo in progetti ormai accreditati, tipo il progetto 1619. L’anno è importante perché segna l’arrivo della prima nave in un porto della colonia inglese della Virginia, con i primi 20 schiavi venduti nel territorio americano. I teorici del progetto, guidato dal New York Times, chiedono che la storia americana venga riscritta a partire da quell’anno e con un ruolo centrale per gli afroamericani. I Padri Fondatori, che in molti casi possedevano schiavi, si trasformano così da eroi positivi in simbolo di quel male che ha perseguitato gli Stati Uniti in termini di discriminazione, distruzione di culture locali, genocidio degli indiani.
Per dare un’idea di quanto diffuso stia diventando questo pensiero, elaborato nell’accademia americana contemporanea, forse ansiosa di lasciare un segno del proprio contributo intellettuale innovativo, ecco altri esempi delle conseguenze. Il consiglio comunale a New York ha votato all’unanimità la rimozione dalla sua aula di una statua di Thomas Jefferson, il principale autore della Dichiarazione di indipendenza e il terzo Presidente americano. Oppure si chiede l’abbattimento delle statue che rappresentano Cristoforo Colombo, non più simbolo romantico di un esploratore che parte verso l’ignoto per dare vita a un nuovo continente, ma colui che ha poi consentito la decimazione di indiani.
Le conseguenze sulle nuove generazioni
La cosa disturba molto il mondo degli affari e dell’economia perché si teme che la rappresentazione e la rivendicazione di questo rivolgimento di valori e di storia finisca per minare alla base le nuove generazioni su cui l’America dovrebbe contare per la continuità del suo ruolo di leadership. Per questo alcune aziende hanno addirittura chiesto i nomi degli attivisti per essere certi che non siano assunti quando usciranno dalle università. Come sempre succede, le reazioni alle reazioni possono a loro volta essere estreme. Ma la tensione non si allenterà presto perché in gioco in questo confronto del business con le autorità accademiche non c’è solo la questione Hamas, ma il destino stesso della “cancel culture”. E chissà che dopo eccessi e follie anche su quel fronte non si stia per arrivare a un picco e a un possibile giro di boa.