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Fine lavoro mai. Per la pensione dei Millennials orizzonte 71 anni e assegni più magri

La conferenza stampa del 16 ottobre 2023, dopo l'approvazione della manovra

 (agf)
Solo i più ricchi potranno aspirare a uscire a 64 anni. Servono 20 anni di stipendi a 2.400 euro al mese per garantirsi 1.700 euro di pensione, la nuova soglia introdotta dal governo Meloni. Oggi è 1.400 euro
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ROMA — Non è un Paese per giovani, neanche quando i giovani si avviano ad essere i pensionati di domani. Per fortuna che la premier Giorgia Meloni aveva assicurato di voler intervenire a loro favore, tra l’altro suoi coetanei. Lei classe 1977, neanche ventenne quando nel 1996 entrò in vigore la legge Dini dividendo il mondo pensionistico tra un prima e un dopo. Tra retributivi e contributivi: chi prende pensioni in percentuale degli ultimi stipendi e chi invece solo in base ai contributi versati. E i misti a cavallo, un po’ e un po’.

I segnali: fine lavoro mai

«Diamo segnali a una platea di cui non si occupa mai nessuno, quella completamente contributiva», diceva il 16 ottobre, a manovra appena approvata. Eccoci qui. I Millennials, quanti hanno cominciato a lavorare dopo il 1996, per uscire a 64 anni dovranno poter avere almeno 1.700 euro di pensione.

E quindi aver incassato, per vent’anni, uno stipendio da 2.300-2.400 euro, non da tutti. Altrimenti cinture allacciate: si lavo…

ROMA — Non è un Paese per giovani, neanche quando i giovani si avviano ad essere i pensionati di domani. Per fortuna che la premier Giorgia Meloni aveva assicurato di voler intervenire a loro favore, tra l’altro suoi coetanei. Lei classe 1977, neanche ventenne quando nel 1996 entrò in vigore la legge Dini dividendo il mondo pensionistico tra un prima e un dopo. Tra retributivi e contributivi: chi prende pensioni in percentuale degli ultimi stipendi e chi invece solo in base ai contributi versati. E i misti a cavallo, un po’ e un po’.

I segnali: fine lavoro mai

«Diamo segnali a una platea di cui non si occupa mai nessuno, quella completamente contributiva», diceva il 16 ottobre, a manovra appena approvata. Eccoci qui. I Millennials, quanti hanno cominciato a lavorare dopo il 1996, per uscire a 64 anni dovranno poter avere almeno 1.700 euro di pensione.

E quindi aver incassato, per vent’anni, uno stipendio da 2.300-2.400 euro, non da tutti. Altrimenti cinture allacciate: si lavora fino a 67 o 71 anni, imprese permettendo. Età non fisse che crescono e si allungano con la speranza di vita.

I coefficienti nel mirino

In effetti un paio di segnali, nella seconda manovra meloniana, ci sono. Di segno opposto, però. Si apre quel vaso di Pandora contenuto nella legge Fornero del 2011 e noto agli addetti ai lavori come “coefficienti”. Multipli che l’ex ministra del governo Monti all’epoca volle inserire per garantire ai futuri pensionati “contributivi puri”, i post 1996, i Millennials insomma, di non avere pensioni da fame.

Ma anziché agire sugli stipendi bassi, si pensò di vincolare le uscite. Dicendo che in pensione di vecchiaia – 67 anni con 20 di contributi – non si va se non con una pensione pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale.

E in pensione anticipata contributiva – a 64 anni con 20 di contributi – con un assegno di 2,8 volte superiore. Ai valori attuali, significa nei due casi non poter lasciare il lavoro se la pensione non arriva a 755 euro e 1.408 euro rispettivamente.

Vecchiaia più facile

Cosa fa il governo Meloni? Abbassa l’1,5 volte che blindava la pensione di vecchiaia a 1. E scrive in legge di Bilancio che quando il Millennial avrà l’età – ad oggi pari a 67 anni – potrà andare in pensione se l’importo sarà almeno pari a 503 euro.

Un traguardo senz’altro più alla portata anche di quanti hanno avuto una carriera lavorativa precaria, intermittente, con molti buchi, sottopagata. Ma che sembra ignorare tutto il contesto sia previdenziale che lavorativo di giovani ed ex giovani nati negli anni ‘70 e ‘80 e incappati in un’era di flessibilità prolungata e senza rete.

Questi ragazzi ed ex ragazzi non avranno, come i loro genitori, l’integrazione al minimo: istituto che la legge Fornero non contempla per i contributivi puri. E quindi da lavoratori poveri a pensionati poveri, forse assistiti.

Se poi consideriamo l’assoluta mancanza di strategia di questo governo nei confronti del lavoro sottopagato, con il suo no al salario minimo, si capisce che anche la buona volontà di ridurre il parametro da 1,5 a 1 non risolve molto la questione.

Anticipata impossibile

Ma veniamo alla nota dolente. Il requisito delle 2,8 volte, considerato una barriera troppo elevata da tutti gli esperti previdenziali, di qualunque colore. Ebbene il governo Meloni lo inasprisce e lo porta addirittura a 3,3.

Quindi se non si ha una pensione da 1.659 euro (ma nel 2024 con l’inflazione siamo già nei dintorni dei 1.700 euro), non si può approfittare dell’unico canale positivo su cui i contributivi potevano contare: l’uscita anticipata a 64 anni con 20 di contributi.

Motivazione ignote

Perché mai questa stretta improvvisa e inutile dal punto di vista del bilancio pubblico, visto che i Millennials cominceranno ad andare in pensione dal 2030 in poi e prenderanno quanto versato, senza chiedere favori, quote, opzioni a nessuno? Non si capisce, se non con l’esigenza di questo governo di ben figurare a Bruxelles presentando una stretta previdenziale a tutto tondo: su vecchi e giovani.

Garanzia giovani

Altre misure a favore dei giovani non se ne vedono. Ai tavoli tra governo e parti sociali si era parlato di usare i versamenti agevolati nella previdenza complementare per sommare la pensione maturata alla rendita privata così da raggiungere i 1.400 euro e uscire a 64 anni. Quel limite però ora sale a 1.700 euro. E di aiuti neanche l’ombra.

Solo la possibilità di riscattare 5 anni non coperti da contribuzione in 120 rate senza interesse. Ma a costo pieno, non agevolato come la laurea. In alternativa, il riscatto può farlo il datore di lavoro e dedurlo dai costi. Caso raro.

Le altre uscite

Cosa resta al Millennial? Se ha pochi contributi, esce a 71 anni quando ne bastano 5 di versamenti. Altrimenti c’è la pensione anticipata classica. Oggi servono 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne). Ma il governo Meloni torna a far correre il calcolo della speranza di vita. Dal 2025 serviranno 42-43 anni. Non è una manovra per giovani.

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