Euro digitale, contro cripto e Big Tech ecco la moneta del futuro
di Andrea GrecoLa Bce si è decisa a creare l’euro digitale. Ci ha pensato due anni, lo sperimenterà altri due, e altri anni passeranno prima che 300 milioni di europei se lo trovino nelle tasche (digitali). I tempi lunghi dicono quanto sia rilevante, e delicato, il progetto: intanto il dado è tratto. Se il passaggio funzionerà, la valuta unica potrebbe entrare nel “web3”, dove impera la tecnologia dei registri blockchain e i pagamenti sono, oltre che digitali, programmabili: eseguendo istruzioni molto oltre l’attuale idea di “moneta”. Un po’ come il Rid che domicilia le bollette, ma al cubo. Se, invece, l’euro digitale si rivelasse solo la risposta istituzionale alle tante tecnofilie lanciate da operatori privati, allora il futuro della valuta unica potrebbe incupirsi, e dipendere da quanto l’ennesima trovata a fini di scambio elettronico ruberà gli occhi delle masse.
La Bce si è decisa a creare l’euro digitale. Ci ha pensato due anni, lo sperimenterà altri due, e altri anni passeranno prima che 300 milioni di europei se lo trovino nelle tasche (digitali). I tempi lunghi dicono quanto sia rilevante, e delicato, il progetto: intanto il dado è tratto. Se il passaggio funzionerà, la valuta unica potrebbe entrare nel “web3”, dove impera la tecnologia dei registri blockchain e i pagamenti sono, oltre che digitali, programmabili: eseguendo istruzioni molto oltre l’attuale idea di “moneta”. Un po’ come il Rid che domicilia le bollette, ma al cubo. Se, invece, l’euro digitale si rivelasse solo la risposta istituzionale alle tante tecnofilie lanciate da operatori privati, allora il futuro della valuta unica potrebbe incupirsi, e dipendere da quanto l’ennesima trovata a fini di scambio elettronico ruberà gli occhi delle masse.
I rischi di “fuori corso”
La lunga storia della moneta – e le dichiarazioni solenni dei vertici della Bce – mostra che non sono attese eccessive. Seimila anni di economia del baratto, seguiti da 2.500 di “conio” e biglietti convertibili in oro, poi 50 anni di fluttuazione libera di cui gli ultimi 20 di pagamenti elettronici mostrano quanto sia mutevole il concetto di moneta, dunque la sua diffusione e perfino le funzioni che in teoria riveste (unità contabile, riserva di valore, mezzo di pagamento e scambio). Vale molto per l’assetto odierno, messo a rischio dai salti tecnologici. Prima il bitcoin, che dal 2008 schiuse gli anni ruggenti delle criptovalute: che però non sono riserve, oltre a non essere emesse da banche centrali, e ad avere una volatilità critica. Poi, nel 2019, Libra, con cui Facebook che prometteva di offrire a 2 miliardi di clienti rivoluzionari trasferimenti di denaro dal mondo reale al virtuale, ponendo in una matrice unica dati personali, attività sui social, pagamenti e operazioni bancarie. L’ampiezza del progetto spaventò le banche centrali, che si sono attivate per affossarlo. In parallelo, due anni di pandemia hanno accelerato ovunque i pagamenti elettronici, che ormai superano i contanti in tutte le nicchie (fuorché criminali ed elusive del fisco: l’Italia ne sa qualcosa).
Tutto questo ha indotto molte banche centrali a studiare il fascino giovane di criptovalute e pagamenti istantanei, cercando di emularne le virtù. L’agenda “digitale” della Bce pone l’Europa in ritardo sulla Cina, che ha già il “pilota” dello yuan digitale (la dittatura tecnopolitica del Pcc agevola), ma più avanti degli Usa, dove la lobby finanziaria frena una Fed che studia se una stablecoin (tipo le crypto di Tether, Circle, Paypal, ancorate ad altre attività) possa incubare il dollaro digitale.
La presidente Christine Lagarde ha parlato di «un complemento al contante per preparare la nostra moneta al futuro». Mentre Fabio Panetta, fresco governatore che da membro dell’esecutivo Bce ha guidato il progetto, ha parlato di «accrescere l’efficienza dei pagamenti e contribuire all’autonomia strategica dell’Europa». Se il denaro cartaceo si ritira, e le repliche elettroniche dilagano, l’Eurotower non vuole restare con un fascio di banconote in mano. Sia per preservare il ruolo di politica monetaria – che si complica nella babele delle valute digitali – sia per riprendersi quote del mercato Ue pagamenti digitali, in mano ai circuiti statunitensi Visa e Mastercard, e minacciato dai Big Tech.
Per Valeria Portale, che dirige l’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano, «alla Bce servirà coraggio e abilità per un compito non facile: evitare che l’euro diventi una moneta del passato, imbarcare gli attori privati nel progetto, siano banche commerciali o circuiti di pagamento, coinvolgere i cittadini con un servizio semplice ma al contempo non banale, altrimenti avrebbe poco senso lasciare i metodi di pagamento attuali». La Bri attesta che ormai un 90% delle banche centrali nel mondo sperimenta valute digitali: con una maggior frenesia dei piccoli Stati, ansiosi di affrancarsi. Bcg ha stimato che «i pagamenti alternativi cresceranno circa tre volte più velocemente di quelli con carte dal 2022 al 2027, cambiando pelle al mercato globale ma al contempo creando l’opportunità di ridefinire ruoli e forme degli attori». Portale vede una tipicità delle stablecoin che potrebbe decidere il successo dell’euro digitale: «La programmabilità è un elemento costituente del web3, e potrebbe abilitare nuovi servizi. Penso al pagamento automatico dell’Iva, alle verifiche dei requisiti per accedere a bonus sociali o edilizi, alle tante transazioni programmabili per cui la moneta digitale è un fattore abilitante». Nessuno userebbe il car sharing se per avviare l’auto dovesse pagare cash il tabaccaio: l’esempio è banale, ma blockchain e finanza decentralizzata (DeFi) ne permettono di sofisticati.
Orcel: “sarà rivoluzione”
Per invogliare le banche vigilate e i gestori di pagamenti, la Bce ha detto che proverà a mantenere le infrastrutture esistenti, ed eviterà di fare loro concorrenza, lasciandoli a gestire pezzi del nuovo sistema. Ma costi, e discontinuità, ce ne saranno. Un’analisi di Mediobanca, di tipo statico e basata su tre scenari, ha stimato un’erosione dal 5% al 20% dei 110 miliardi di euro di utili delle banche europee con l’euro digitale. L’ammanco principale sarebbero i margini di interesse – fino al 10% meno – per 906 miliardi di raccolta bancaria gratuita che svanirebbero se ogni europeo aprisse il suo portafoglio digitale da 3 mila euro (il tetto posto dalla Bce). Poi c’è fino a un 9% in meno di commissioni, tra quelle sui pagamenti con carte, bonifici e gestione conti. Infine i costi operativi per i nuovi servizi: fino all’1,5% in più.
A fronte di queste rinunce ci sono le contromisure attuabili dalle banche: oltre alle opportunità dei pagamenti web3. Ne ha parlato l’ad di Unicredit Andrea Orcel, interrogato da Andrea Filtri (capo ufficio studi Mediobanca) dopo la trimestrale: «Allo stato l’impatto maggiore per noi e per le banche è il tetto di 3 mila euro proposto, che avrebbe un impatto significativo su liquidità, tassi, depositi, e potrebbe cambiare le dinamiche e la redditività delle reti di filiali in alcune aree. Ma ci sono anche aspetti positivi, in termini di pagamenti e di tutti gli altri prodotti e servizi che pensiamo di poter collegare all’euro digitale. Il terzo punto riguarda l’infrastruttura. A seconda delle risposte, oggi premature, l’impatto sarà più o meno significativo», ha detto il banchiere. Ma ha aggiunto: «Sicuramente l’euro digitale avrà un impatto significativo nel plasmare le forme della nostra redditività».