Giovani senza scuola e senza lavoro. “Neet” in calo, ma non abbastanza
di Valentina ConteROMA – Un milione e 673 mila ragazzi tra 15 e 29 anni non lavorano, non studiano, non si formano. Sono Neet. Un numero molto elevato, pari al 19% della popolazione di quell’età. Ma che finalmente torna al livello del 2007, quindi al pre-Grande crisi. Non c’è da esultare perché gli altri Paesi hanno agganciato lo stesso traguardo molto prima. Perché quella percentuale colloca l’Italia penultima in Europa, dopo c’è solo la Romania. E anche perché il nostro Sud, seppur in miglioramento, è al vertice continentale con il 27,9%. In Sicilia siamo quasi a uno su tre (32,4). Preoccupano anche Campania (29,7) e Calabria (28,2).
Il buon vento dell’occupazione
Il miglioramento, registrato dall’Istat per il secondo anno consecutivo, è comunque positivo. E ricalca il miglior andamento dell’economia italiana nel post-Covid, con un’occupazione che prima ha bruciato i posti precari, poi li ha recuperati e infine stabilizzati. Il buon v…
ROMA – Un milione e 673 mila ragazzi tra 15 e 29 anni non lavorano, non studiano, non si formano. Sono Neet. Un numero molto elevato, pari al 19% della popolazione di quell’età. Ma che finalmente torna al livello del 2007, quindi al pre-Grande crisi. Non c’è da esultare perché gli altri Paesi hanno agganciato lo stesso traguardo molto prima. Perché quella percentuale colloca l’Italia penultima in Europa, dopo c’è solo la Romania. E anche perché il nostro Sud, seppur in miglioramento, è al vertice continentale con il 27,9%. In Sicilia siamo quasi a uno su tre (32,4). Preoccupano anche Campania (29,7) e Calabria (28,2).
Il buon vento dell’occupazione
Il miglioramento, registrato dall’Istat per il secondo anno consecutivo, è comunque positivo. E ricalca il miglior andamento dell’economia italiana nel post-Covid, con un’occupazione che prima ha bruciato i posti precari, poi li ha recuperati e infine stabilizzati. Il buon vento ha soffiato anche sui giovani che sono fuori dai radar: scolastici, lavorativi, istituzionali, politici. E che presentano «un concreto rischio di esclusione dal mercato del lavoro». Essere Neet prima dei 29 anni rappresenta un’ipoteca sul futuro. In un Paese come il nostro che investe molto più in politiche passive che attive significa diventare sussidiati a vita, sempre ai margini.
Quanto pesa l’abbandono scolastico
Raffaella Cascioli, ricercatrice Istat, racconta la storia dei Neet. «La quota si muove con le dinamiche del mercato del lavoro italiano», spiega. «È cresciuta di 7 punti percentuali tra il 2007 e il 2014, durante la crisi economica mondiale». Poi c’è stata «una riduzione, interrotta dalla crisi pandemica nel 2020». Ripresa «nel 2021 e in modo molto sostenuto nel 2022, in linea con la dinamica estremamente positiva per il mercato del lavoro giovanile». La chiave è il lavoro. Prosegue Cascioli: «Nel 2022, tra i giovani è stato più marcato sia l’aumento del tasso di occupazione che la diminuzione di quello di disoccupazione».
A incidere negativamente, quasi strutturalmente, è il tasso di abbandono scolastico italiano più alto della media europea. Pur in miglioramento, nel 2022 la quota di giovani 18-24enni fuori dal sistema di istruzione e formazione, al massimo con la licenza elementare o media – chiamati Elet, Early leavers from education and training – era dell’11,5%, un punto in meno dell’anno prima, quint’ultimi in Europa. Cosa succede poi a questi 470 mila ragazzi che hanno lasciato precocemente gli studi? Il tasso di occupazione degli Elet è il 39%, percentuale quasi consolatoria rispetto a quella del 2021, di cinque punti e mezzo più alta. Ma per le donne è al 25,5%. Al Sud siamo al 28%. Tra gli stranieri al 50%. E il tasso medio Ue è al 45,8%.
Quello che spicca in Italia è la quota degli Elet che vorrebbe lavorare: 42,6% contro il 34,4% europeo. Un dato incredibile. In Italia si lascia la scuola più che in Europa. Ma i giovani che lasciano – Elet che poi diventano Neet che poi diventano disoccupati cronici e anziani assistiti – vorrebbero lavorare più che negli altri Paesi. Ma non trovano, perché le occasioni di lavoro sono inferiori. E con titoli di studio molto bassi si fa una grossa fatica. Molto dipende dalla famiglia. Se i genitori hanno un basso livello di istruzione, un giovane su quattro abbandona presto gli studi e uno su dieci raggiunge solo un titolo basso, terziario. Li attende un mercato del lavoro asfittico.
Garanzia giovani
I programmi europei di sostegno ai Neet non mancano. I risultati però in Italia sono sempre stati modesti. Garanzia giovani è partita nel maggio 2014. Da allora sono un milione e 700 mila i giovani tra 15 e 29 anni che si sono registrati, sperando di essere attivati al lavoro o reinseriti in percorsi di formazione. I risultati sono stati però modesti, anche considerando una platea molto vulnerabile e molto distante dal mondo del lavoro.
Di sicuro sono esplosi tirocini e stage nel nostro Paese, non sempre all’altezza. Mentre i Centri per l’impiego si sono rivelati inefficaci. «Il ritorno dell’Italia al 2007, come quota dei Neet, è una notizia positiva», ragiona Andrea Garnero, economista Ocse. «Un rientro però tardivo rispetto agli altri Paesi che arriva dopo 16 anni, un tempo in cui il mondo è cambiato ed è passata un’altra generazione. La ripresa post-Covid ha giovato anche ai ragazzi Neet. Ma il loro inserimento nel mercato del lavoro si conferma problematico perché si scontra con i problemi strutturali dell’Italia».
La transizione scuola-lavoro
Per Garnero l’anello mancante è proprio la transizione tra la scuola e il lavoro: «C’è una cesura molto forte tra il momento dell’istruzione e i primi passi nella professione. Per chi riesce a terminare un percorso scolastico, la prospettiva è tra stage, finti stage, contrattini o niente. L’apprendistato è marginale, mai decollato. Il sistema professionale è minoritario. Gli Its, gli Istituti tecnologici superiori, funzionano bene perché sono pochi e collocati là dove il sistema produttivo ha investito».
Tra l’altro Ocse e Istat hanno un modo differente di calcolare i Neet. In base ai dati Ocse l’Italia non ha ancora agganciato il 2007. Questo perché non considerano la “formazione informale” come formazione tout court. Istat invece sì. Ocse esclude dai Neet i ragazzi che magari seguono un corso su YouTube o imparano da colleghi o amici.
«I gruppi marginali, come i giovani Neet, sono di solito gli ultimi a beneficiare dei rimbalzi delle economie», aggiunge Garnero. «Ma la ripresa post-Covid ha toccato anche loro. E non appena ne hanno avuto la possibilità sono usciti dall’ombra. A riprova che non erano sul divano per scelta».
Anzi, dice Istat che un Neet su due è alla ricerca di lavoro da almeno un anno. Un terzo dei Neet è disoccupato. Il 29% inattivo, ma vicino al mercato del lavoro. Il 37,7% inattivo che non cerca e neppure è disponibile a lavorare. Qui ci sono soprattutto ragazze con responsabilità famigliari, straniere, poco istruite. Ed è da qui che si dovrebbe cominciare.