Il governo dimentica gli investimenti: alle imprese restano solo le micro misure
di Filippo SantelliIl presidente degli industriali Carlo Bonomi
(ansa)La recessione evitata sul filo, una stagnazione certificata. Una legge di Bilancio senza orizzonte, che usa 16 miliardi di deficit extra per confermare una misura già esistente, il taglio del cuneo fiscale, solo per un anno. E le politiche di investimento, per la crescita, rimandate quasi per intero al Pnrr, che in attesa dell’esito della rinegoziazione con Bruxelles accumula ritardi nella spesa. L’Italia esce dalle crisi con tutti i problemi strutturali di prima: un debito alle stelle, bene che vada stazionario, una Pil da zerovirgola, il circolo vizioso tra bassa produttività e bassi salari. Altro che prima della classe, fugace illusione di inizio anno: malato d’Europa, amara realtà di fine 2023 che allunga la sua ombra anche sui prossimi anni.
Perché una terapia ancora non si vede, come hanno ricordato con diverse sfumature sia il governatore uscente di Bankitalia Ignazio Visco che il presidente degli industriali Carlo Bonomi. Di certo non in questa manovra, tutta difensiva. M…
La recessione evitata sul filo, una stagnazione certificata. Una legge di Bilancio senza orizzonte, che usa 16 miliardi di deficit extra per confermare una misura già esistente, il taglio del cuneo fiscale, solo per un anno. E le politiche di investimento, per la crescita, rimandate quasi per intero al Pnrr, che in attesa dell’esito della rinegoziazione con Bruxelles accumula ritardi nella spesa. L’Italia esce dalle crisi con tutti i problemi strutturali di prima: un debito alle stelle, bene che vada stazionario, una Pil da zerovirgola, il circolo vizioso tra bassa produttività e bassi salari. Altro che prima della classe, fugace illusione di inizio anno: malato d’Europa, amara realtà di fine 2023 che allunga la sua ombra anche sui prossimi anni.
Perché una terapia ancora non si vede, come hanno ricordato con diverse sfumature sia il governatore uscente di Bankitalia Ignazio Visco che il presidente degli industriali Carlo Bonomi. Di certo non in questa manovra, tutta difensiva. Mentre i mali sono aggravati dal fatto che in tutto il mondo, negli Stati Uniti e in Cina ma anche in Germania e Francia, tornano le politiche industriali, piani ambiziosi e investimenti pubblici miliardari per affrontare le transizioni tecnologica e verde. Una partita per cui le risorse private non bastano e che l’Italia rischia di perdere per assenza di visione, prima ancora che di fondi.
Briciole alle imprese
Che la manovra sarebbe stata quasi tutta dedicata alla difesa delle famiglie, in particolare ai redditi medio-bassi colpiti dai super rincari degli ultimi mesi, era noto da tempo. La stessa Confindustria aveva detto di considerare la priorità il rinnovo del taglio del cuneo fiscale, senza chiedere con la stessa insistenza dello scorso anno che una parte dello sgravio andasse a beneficio delle aziende, e non solo dei lavoratori. Dove le attese sono state deluse è sulla spinta agli investimenti, in una fase in cui la stretta monetaria della Bce e le incertezze della congiuntura internazionale li stanno congelando. E’ il senso della contabilità fatta dal presidente degli industriali Bonomi, secondo cui alle imprese è dedicato solo l’8% delle risorse in manovra. Per l’esattezza 2,3 miliardi, sui 29 di spese previste dal governo per la coda del 2023 e il 2024. E oltre al quanto c’è il come: nel capitolo della legge di Bilancio dedicato a “Crescita e investimenti” la voce più consistente è in realtà un esborso sventato, cioè il rinvio di Plastic e Sugar Tax per sei mesi, che vale circa 600 milioni. Il resto sono micromisure, che per lo più prorogano incentivi esistenti: 100 milioni alla Nuova Sabatini, cioè supporto alle Pmi che acquistano beni strumentali, sgravi per chi investe al Sud, la detassazione dei premi di produttività ai dipendenti. Il tutto bilanciato dal costo extra dell’assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali.
Non certo un sostegno per i problemi strutturali che le aziende affronteranno nei prossimi mesi. Quello dei costi dell’energia, per esempio, che nella nuova normalità post-Russia restano più alti rispetto ai concorrenti, europei e non. Una realtà che rischia di far scappare le produzioni energivore, dall’acciaio (vedere alla voce Ilva) al cemento alla carta. E il problema degli investimenti, che il prossimo anno dovrebbero ridursi dello 0,1%. Le imprese chiedevano un’Industria 5.0, riedizione del ricco piano di incentivi approvato dal governo Renzi che ha aiutato molte a fare un salto hi-tech. Non c’è.
Il Pnrr nel limbo
La promessa è che a queste richieste, e al complessivo bisogno dell’Italia di investire in crescita duratura, risponderanno i 200 miliardi abbondanti del Pnrr. Arricchito del nuovo capitolo dedicato alla transizione energetica, RePowerEU, che prevede una serie di infrastrutture strategiche e 4 miliardi di incentivi per gli investimenti “verdi” delle aziende. Ma di promessa per ora si tratta, considerato che l’intero Piano resta nel limbo della rinegoziazione con Bruxelles.
Dopo il via libera, si spera a fine anno, l’Italia avrà due anni e mezzo per riaccendere il motore della spesa, che continua ad accumulare ritardi rispetto alle previsioni iniziali, oltre che per completare gli interventi strutturali, dalla digitalizzazione della Pa alla concorrenza. Le imprese non si faranno pregare per utilizzare le agevolazioni, ma per i cantieri di Stato restano tutte le note incognite di attuazione. Le previsioni di impatto sono state progressivamente spostate negli ultimi anni del Piano e considerato l’intasamento il rischio di tardare e perdere parte dei fondi resta. Quanto siano importanti, lo dicono tutti gli analisti: al Pnrr è legata una parte sostanziale della (modesta) crescita italiana di 2024 e 2025, e una spinta fondamentale al potenziale strutturale di crescita che l’ha resa negli anni fanalino di coda europeo.
Acciaio e microchip
Il pericolo da scongiurare, ha detto ieri nella sua ultima uscita da governatore Ignazio Visco, è che l’Italia si trovi impreparata alle grandi rivoluzioni climatica e digitale. Proprio le sfide che in tutto il mondo hanno fatto rinascere le politiche industriali. L’unica misura in questo senso contenuta in manovra è il rifinanziamento dei “contratti di sviluppo”, definiti “principale sostegno ai grandi investimenti” privati nei settori chiave, con 190 milioni il prossimo anno e 210 per il 2025. Spiccioli, rispetto alle decine di miliardi che le altre potenze hanno stanziato per le filiere industriali strategiche, dall’auto elettrica ai microchip. E che, soprattutto, sono il prodotto di analisi su come e dove i rispettivi sistemi produttivi potranno competere, diventate già da tempo piani d’azione.
I tanti tavoli aperti dal governo Meloni, per ora, hanno prodotto ben poco di concreto. Per esempio quello sull’auto, dove si cerca da mesi un accordo con Stellantis che assicuri i livelli produttivi in Italia, mentre un po’ ovunque in Europa spuntano nuove Gigafactory di batterie. Del grande Chips Act tricolore, più volte annunciato dal ministro per il Made in Italy Adolfo Urso, al momento risultano solo 700 milioni dedicati alla ricerca, e nessun investimento attratto. Collegata a questa legge di Bilancio, spunta ora una nuova misura sulle tecnologie di frontiera come l’intelligenza artificiale, che il governo vuole mettere al centro della presidenza italiana del G7. Dovrà essere approvata il prossimo anno. Le risorse, al momento, non sono note.