Nella corsa globale ai chip, l’Italia fa un passetto: a Pavia apre il centro per il design dei semiconduttori
di Filippo SantelliL’Italia mette un mattoncino della sua strategia nazionale per i microchip, tecnologia chiave dei prossimi anni su cui tutti i grandi Paesi stanno investendo risorse miliardarie. E comincia provando a coprire un vuoto rispetto alle altre potenze industriali, europee e non: l’assenza di un centro di ricerca dedicato specificamente al silicio. Questo centro si chiamerà Chips.IT ed è stato presentato ieri a Pavia, dove avrà sede, dai ministri Giorgetti (Economia), Urso (Made in Italy) e Bernini (Ricerca). Avrà un focus su una specifica parte della filiera dei chip, cioè la progettazione (design), la forma di una fondazione pubblico-privato, la missione di fare da ponte tra la ricerca universitaria – che proprio a Pavia ha uno dei poli avanzati – e le aziende private che potranno aderire come membri per sviluppare progetti di loro interesse, oltre che avere accesso a talenti, risorsa scarsissima e assai contesa in questa industria. Il presidente designato è il luminare della microelettron…
L’Italia mette un mattoncino della sua strategia nazionale per i microchip, tecnologia chiave dei prossimi anni su cui tutti i grandi Paesi stanno investendo risorse miliardarie. E comincia provando a coprire un vuoto rispetto alle altre potenze industriali, europee e non: l’assenza di un centro di ricerca dedicato specificamente al silicio. Questo centro si chiamerà Chips.IT ed è stato presentato ieri a Pavia, dove avrà sede, dai ministri Giorgetti (Economia), Urso (Made in Italy) e Bernini (Ricerca). Avrà un focus su una specifica parte della filiera dei chip, cioè la progettazione (design), la forma di una fondazione pubblico-privato, la missione di fare da ponte tra la ricerca universitaria – che proprio a Pavia ha uno dei poli avanzati – e le aziende private che potranno aderire come membri per sviluppare progetti di loro interesse, oltre che avere accesso a talenti, risorsa scarsissima e assai contesa in questa industria. Il presidente designato è il luminare della microelettronica Alberto Sangiovanni-Vincentelli, professore emerito di Berkeley, autore di ricerche decisive per il design e la produzione dei microprocessori e tra i fondatori di aziende americane diventate leader nel settore come Cadence Design Systems e Synopyis.
La strategia per i chip
L’idea alla base della strategia italiana, già schizzata dal governo Draghi e ora faticosamente portata avanti dal governo Meloni, è condivisibile: partire dalle eccellenze accademiche e industriali già presenti nel nostro Paese, rafforzandole e provando a costruirci attorno dei distretti industriali e di competenze. Tutto ciò concentrandosi su alcuni settori che non sono necessariamente quelli di frontiera, come i chip per il supercalcolo o l’intelligenza artificiale, ma sono comunque decisivi per l’auto elettrica, i robot industriali, l’aerospazio. La forma della partnership tra pubblico e privato ricalca quella di casi di successo all’estero, come il centro Imec in Belgio. Qui però finiscono le certezze e iniziano le incognite, su quella che al momento è di fatto una scatola vuota, che dovrà essere progressivamente riempita di attività e contenuti. L’Italia parte in ritardo, mentre in tutto il mondo infuria una forsennata corsa al silicio fatta di piani ambiziosi e politiche industriali. Le risorse iniziali sul tavolo per Chips.IT, 225 milioni di euro stanziati fino al 2030 dalla finanziaria dello scorso anno, sono poche rispetto ai miliardi messi sul piatto da Stati Uniti e Cina, ma anche da Germania e Francia. Il coinvolgimento dei privati poi è tutto ancora da definire: il ministero del Made in Italy segnala l’interesse di multinazionali come Analog Devices, Infineon, Intel, Inventvm, Nxp e St, molte delle quali già presenti con impianti nel nostro Paese, che però al momento devono ancora formalizzare il loro impegno e il relativo contributo economico.
Il ritardo italiano
Le incognite crescono ancora allargando il campo della strategia, cioè passando dalla ricerca all’impronta industriale in senso stretto, dove il nostro Paese – in assenza di sostanziali fondi comunitari – paga la minore disponibilità di risorse per attrarre le multinazionali e gli ingenti investimenti necessari. Qui le superpotenze tecnologiche Stati Uniti e Cina giocano una partita tutta loro, ma il ritardo italiano sembra destinato ad allargarsi anche rispetto alla Germania, che forte di 20 miliardi in euro di aiuti di Stato ha incassato i mega stabilimenti di Intel e della taiwanese Tsmc, alla Francia e perfino alla Polonia, scelta dalla stessa Intel per un grande impianto di testing. Nel nostro Paese gli ultimi investimenti produttivi sono quelli della multinazionale italo-francese St a Catania - per i chip di potenza usati nelle auto elettriche - e ad Agrate Brianza, comunque inferiori a quelli che la stessa azienda ha programmato Oltralpe, nel sito di Grenoble. Partecipare al gioco al rialzo per attirare le grandi fonderie – cioè le fabbriche di chip – non è necessariamente l'unica strada, né la più adatta all’Italia, ma concentrarsi solo sulla ricerca fabless (cioè senza impianti) o su specifiche nicchie appare più un ripiego che una scelta, anche considerato che in questa industria ricerca e produzione viaggiano a strettissimo contatto. Il caso dello stabilimento Intel per il packaging, ipotizzato per l’Italia e da mesi sparito dai radar, segnala come il nostro Paese rischi di restare ai margini.
Arrivano 3,3 miliardi di incentivi per le imprese
Un cambio di passo potrebbe arrivare dal Fondo nazionale per la microelettronica, creato ormai due anni fa dall’ultima legge di Bilancio del governo Draghi e solo recentemente sbloccato da un decreto del governo. Da lì vengono le risorse per la fondazione Chips.It, come i fondi per i crediti di imposta per ricerca e sviluppo, ma lì dentro restano ancora 3,3 miliardi di euro che da qui al 2030 potranno essere usati – attraverso lo strumento dei contratti di sviluppo – per incentivare con contributi a fondo perduto aziende che decidono di investire in nuovi stabilimenti in Italia. Nelle prossime settimane dovrebbero essere definiti i criteri operativi e dal ministero del Made in Italy si continua sussurrare che la partita per attirare nuovi produttori, non necessariamente Intel, non sia ancora chiusa.