Se la guerra in Medioriente s’allarga il mondo rischia la Grande Crisi
di Eugenio OccorsioGAZA CITY,
«Siamo come gli antichi naviganti costretti a orientarsi con le stelle, solo che il cielo è tutto nuvoloso». Jerome Powell, presidente della Fed, lunedì scorso all’Economic Club of New York è ricorso a un’immagine suggestiva per sintetizzare le incertezze delle banche centrali, così come dell’intero establishment finanziario, di fronte al degenerare della guerra d’Israele. Coerentemente, 48 ore dopo, la Fed ha lasciato immutati i tassi, così come aveva fatto la Bce una settimana prima.
Né avanti né indietro: tutti ammutoliti di fronte a tanto orrore. «Sui rischi macroeconomici incidono in misura crescente le tensioni geopolitiche, acuitesi con i drammatici eventi in Medio Oriente che si aggiungono al protrarsi del tragico conflitto in Ucraina», ha conferma…
«Siamo come gli antichi naviganti costretti a orientarsi con le stelle, solo che il cielo è tutto nuvoloso». Jerome Powell, presidente della Fed, lunedì scorso all’Economic Club of New York è ricorso a un’immagine suggestiva per sintetizzare le incertezze delle banche centrali, così come dell’intero establishment finanziario, di fronte al degenerare della guerra d’Israele. Coerentemente, 48 ore dopo, la Fed ha lasciato immutati i tassi, così come aveva fatto la Bce una settimana prima.
Né avanti né indietro: tutti ammutoliti di fronte a tanto orrore. «Sui rischi macroeconomici incidono in misura crescente le tensioni geopolitiche, acuitesi con i drammatici eventi in Medio Oriente che si aggiungono al protrarsi del tragico conflitto in Ucraina», ha confermato Ignazio Visco nel suo ultimo intervento da governatore, martedì scorso alla Giornata del risparmio.
È un mese che gli uffici studi di banche, finanziarie, think tank di tutto il mondo cercano febbrilmente di formulare scenari, dal meno pessimista ancorché drammatico – guerra limitata a Israele – fino al più catastrofico di conflitto allargato, che economicamente non può voler dire altro che una spaventosa recessione «al livello della Grande Depressione degli anni 20», scrive JpMorgan. L’angoscia cresce di giorno in giorno e lo scenario di un conflitto circoscritto – che rimane per il momento quello di base – perde quota via via che le ostilità si fanno più atroci: Intesa Sanpaolo, per esempio, lo collocava al 75% solo dieci giorni fa, ora è sceso al 65%. Immutato al 5% invece lo scenario di crisi totale, con un 30% di ipotesi intermedia.
Gli scenari possibili
«Nello scenario di base – puntualizza Gregorio De Felice, capo economista della banca – le quotazioni del petrolio e l’inflazione nell’eurozona, per la quale abbiamo appena celebrato un calo significativo, dovrebbero restare sostanzialmente immutate. Ma già nello scenario intermedio (quello del 30%) l’inflazione subisce rischi al rialzo dello 0,8% nel 2024 e il greggio sale a 110. Nel peggior scenario il greggio schizzerebbe a 150 dollari al barile e l’inflazione è più alta del 2,8%». Parallelamente le previsioni di crescita scendono progressivamente fino a valori negativi nell’ipotesi peggiore.
Osservato speciale, come sempre quando si parla di Medio Oriente, è il petrolio. Su di esso si concentra la World Bank, che tratteggia anch’essa tre scenari. Anche qui il più probabile prevede che il conflitto non si allarghi. Il colpo all’economia mondiale si farà comunque sentire, ma proprio il rallentamento agisce paradossalmente da calmiere per i prezzi: il petrolio si fermerebbe a 90 dollari quest’anno, più o meno il livello di questi giorni, per poi scendere a 81 nel 2024. In ribasso anche le altre commodity, comprese quelle alimentari. Ben altre conseguenze se il conflitto si allarga: allora ecco che i prezzi salgono, e se la mancata produzione di greggio (oggi il mercato è di 100 milioni di barili) si limita a un range fra i 500mila e i 2 milioni di barili al giorno – una situazione comparabile con la guerra di Libia del 2011 – il prezzo sale fra i 93 e i 102. Se la “disruption” è peggiore, di 3-5 milioni di barili (come nella guerra d’Iraq del 2003), il sussulto è fra il 21 e il 35%, ovvero un prezzo di 109-121. Se va ancora peggio, come nel 1973, le mancanze di greggio sul mercato sono di 6-8 milioni di barili, e i prezzi vanno da 140 a 157, +56-75%.
Gas e petrolio
Quanto al gas naturale, su cui si sofferma un report emesso da Unicredit, «ha risentito finora più del petrolio con rialzi già nell’ordine del 30% per le “sinergie” con gli altri fattori di crisi esistenti ma anche per il fatto che è quotato su un mercato (il Ttf di Amsterdam, ndr) dove le spinte speculative sono più forti ma spesso temporanee». Insomma è il petrolio che potrebbe tornare a essere il protagonista della crisi, aggiunge la banca, se il conflitto ampliandosi arrivasse a minacciare lo stretto di Hormuz, fra Oman e Iran: «Malgrado i ripetuti allarmi e i tentativi di bypassarla cominciati già ai tempi della guerra fra Iran e Iraq del 1980-88, i Paesi esportatori riescono a evitare questa strozzatura solo in minima parte». L’epicentro della nuova crisi insomma è sempre quello: «Dallo stretto passa il 30% del greggio trasportato via mare, il 17% della produzione mondiale e il 17% del Gnl», rimarca Goldman Sachs nel suo report, e puntualizza: «L’Opec ha ancora un ruolo determinante negli equilibri petroliferi, perché per eventuali compensazioni (di falle dell’offerta, ndr) non si può contare né sulla Russia né sull’improbabile “candidato” americano. Basterebbero 4 milioni di barili in meno per mandare in crisi tutto il sistema».
Il lockdown
Per ora, i danni maggiori li subisce lo stesso Israele, condannato a un lockdown di paura con tutta la meglio gioventù impegnata al fronte. I danni globali per ora, dice la maggioranza degli economisti, possono ancora essere contenuti. «Per quanto orribili siano le immagini, non riteniamo che il conflitto nella sua forma attuale possa avere un impatto significativo sulla crescita né sull’inflazione mondiali», conferma Stephen Dover, di Franklin Templeton. «Per esempio i chip elettronici, pur pregiati, non contano per più dell’1% della produzione mondiale. Per l’energia, una relativa fortuna è che i rapporti dello Stato ebraico con il mondo arabo sono migliori degli anni 70, basti pensare all’accordo che stava per essere firmato con l’Arabia Saudita».
In particolare per il gas, va ricordato che Israele è diventato da qualche anno autosufficiente e anzi esportatore netto, grazie alle partnership per sfruttare le risorse offshore a partire dal maxi-giacimento Leviathan gestito in joint venture con Chevron (che ha il 39,6% mentre le israeliane Ratio Energies e NewMed Energy hanno il 15 e il 45%). Una partita in cui stava entrando per la prima volta l’Eni, che si è aggiudicato (alla gara aveva partecipato in luglio e la comunicazione dei risultati è del 29 ottobre) un pacchetto di licenze per esplorare potenziali ma promettenti giacimenti di gas adiacenti al Leviathan nel Mediterraneo di fronte al sud del Paese (proprio prospicente a Gaza). È una joint-venture con la coreana Dana Petroleum e la stessa israeliana Ratio, ma ovviamente è tutto sospeso: «Ogni considerazione tecnica sulle prospettive e le tempistiche delle attività è prematura», dicono all’Eni. «Tutto il mondo è in sospeso», come dice con amarezza Paul De Grauwe, il decano della London School of Economics. «Sono tante le incognite, come la possibilità che le bellicose minoranze interne dei “fratelli musulmani” spingano qualche Paese arabo a entrare nel conflitto». Vedete, riflette il saggio professore, «di cosa siamo costretti a parlare? Speriamo la prossima volta di tornare a disquisire di banche e bilanci pubblici».