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Il Pd presenta il suo piano per l’innovazione digitale, e una finta Meloni lo ringrazia

Il finto videomessaggio della presidente Meloni che ringrazia i senatori del Pd per la loro proposta sul digitale

 (ansa)
Da un ministro per lo Sviluppo tecnologico alle regole sull’Intelligenza artificiale: i senatori del Partito democratico varano un pacchetto di 36 articoli per superare i ritardi italiani. Con un video “deepfake” della presidente del Consiglio: “Grazie per le proposte, le studieremo”
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“Grazie a tutte le senatrici e a tutti i senatori del Partito democratico”, dice Giorgia Meloni in un videomessaggio trasmesso sugli schermi del Senato. “Farò in modo che il mio governo studi le proposte presentate e inizi finalmente ad occuparsi di innovazione digitale”. Se le parole della premier vi suonano false – troppo autocritiche e troppo amichevoli verso il Pd – è perché lo sono.

Meloni ringrazia il Pd: “Studieremo le vostre proposte sull’innovazione”. Ma il video al Senato è un fake

In gergo la si definirebbe una “trollata”, una bonaria provocazione: è con un deepfake della presidente del Consiglio, uno di quei video che riproducono toni e movenze di una persona, ma piegandole a messaggi non suoi, che il Pd parte per presentare il suo Digital Innovation Act, un corposo piano in 36 articoli per rimettere l’innovazione al centro del dibattito politico. Per scongiurarne i rischi, appunto, incentivarne gli sviluppi…

“Grazie a tutte le senatrici e a tutti i senatori del Partito democratico”, dice Giorgia Meloni in un videomessaggio trasmesso sugli schermi del Senato. “Farò in modo che il mio governo studi le proposte presentate e inizi finalmente ad occuparsi di innovazione digitale”. Se le parole della premier vi suonano false – troppo autocritiche e troppo amichevoli verso il Pd – è perché lo sono.

Meloni ringrazia il Pd: “Studieremo le vostre proposte sull’innovazione”. Ma il video al Senato è un fake

In gergo la si definirebbe una “trollata”, una bonaria provocazione: è con un deepfake della presidente del Consiglio, uno di quei video che riproducono toni e movenze di una persona, ma piegandole a messaggi non suoi, che il Pd parte per presentare il suo Digital Innovation Act, un corposo piano in 36 articoli per rimettere l’innovazione al centro del dibattito politico. Per scongiurarne i rischi, appunto, incentivarne gli sviluppi positivi e provare a superare gli arcinoti ritardi italiani. O almeno, trattandosi di disegno di legge d’opposizione, quindi non certo destinato a fare strada in Parlamento, per fare in modo che se ne parli.

Un ministro dello Sviluppo tecnologico

Trentasei articoli, per altrettante proposte. Divise in tre grandi capitoli: governance, regole e sviluppo. Si parte dall’alto nella visione del Pd, cioè dalla creazione di un ministero (con portafoglio) dell’Innovazione e dello Sviluppo tecnologico (Mist), sorta di passo indietro all’epoca Draghi (quando Vittorio Colao era ministro per il Digitale), chiusa da Meloni con la decisione di non prevedere una specifica figura all’interno del suo governo. Non solo: il Pd propone anche la creazione di uno specifico comitato interministeriale, di un’apposita autorità di regolazione, di una spending review che usi i risparmi prodotti dal digitale per investire su altro digitale e il varo di una legge annuale di settore, simile a quella periodica sulla concorrenza ma si spera con migliori fortune. Sul piano delle regole l’idea è armonizzarsi con la crescente mole di norme europee sulle nuove tecnologie e dove possibile anticiparle, per esempio nell’obbligo di etichettare in maniera trasparente tutti i prodotti dell’intelligenza artificiale (vedi video sopra). Sul piano degli incentivi si va da un “voucher” digitale per le piccole e medie imprese, le meno avanzate, a una riproposizione dei crediti di imposta per chi investe in tecnologia, sul modello di Industria 4.0, per finire con un fondo da 500 milioni per promuovere le competenze digitali dei lavoratori a disposizione di Anpal, l’agenzia per le politiche attive del lavoro.

Chi parla di innovazione, e chi no

Il Pd ha buon gioco nel sottolineare come il digitale non sia al centro della cultura politica di questa maggioranza di governo, più vicina al piccolo mondo antico degli artigiani e dei piccoli imprenditori. E nel criticare il suo “techwashing”, cioè grandi proclami a sfondo tecnologico a cui poi non seguono provvedimenti e risorse, vedere alla voce microchip o investimenti in startup. Anche nuovo il Pd di Elly Schlein però, almeno fino ad ora, è sembrato più attento ai temi sociali e dei diritti piuttosto che a quelli di innovazione e tecnologia. Il significato di questa iniziativa di legge, sottoscritta da una trentina di senatori e presentata ieri al Senato, potrebbe essere proprio questo: posizionare il principale partito di opposizione come un interlocutore del mondo dell’innovazione italiano, oggi un po’ orfano, e come una forza capace di far valere le sue istanze in Parlamento. Antonio Misiani, responsabile economico del Pd e tra i primi firmatari del Digital Innovation Act insieme a Lorenzo Basso e Antonio Nicita, assicura che non resterà una semplice bandierina: “Il digitale sarà un punto chiave della conferenza nazionale del Partito democratico sulle politiche industriali, che terremo all’inizio del prossimo anno”,

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