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Patto di stabilità, accordo vicino. Solo l’Italia frena sulla riforma

(ansa)
A chi come Roma ha un disavanzo elevato non basterà riportare il rapporto deficit/Pil sotto il 3% entro i prossimi 4-7 anni. La Germania vuole una soglia aggiuntiva più bassa, al 2%. Il Mef: “A questo punto meglio tornare alle vecchie regole”
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ROMA — L’ottimismo in Europa è così forte e diffuso che la data di nascita del nuovo Patto di stabilità è stata già messa in calendario. A novembre, probabilmente il 23, prima della chiusura definitiva a dicembre. Giorno più o giorno meno, conta poco. Il dato rilevante è che la Germania ora ci sta a riscrivere le regole fiscali congelate durante la pandemia e che sono ancora sospese. Sono stati i tedeschi, fino ad ora, a bloccare la trattativa per arrivare al nuovo Patto. Ma ieri, alla riunione dell’Ecofin a Bruxelles, si sono invece dimostrati attivi e propositivi. A condizioni precise, in asse con la Francia. L’Italia, però, dice no al nuovo disegno. Frena.

Sono fonti del ministero dell’E…

ROMA — L’ottimismo in Europa è così forte e diffuso che la data di nascita del nuovo Patto di stabilità è stata già messa in calendario. A novembre, probabilmente il 23, prima della chiusura definitiva a dicembre. Giorno più o giorno meno, conta poco. Il dato rilevante è che la Germania ora ci sta a riscrivere le regole fiscali congelate durante la pandemia e che sono ancora sospese. Sono stati i tedeschi, fino ad ora, a bloccare la trattativa per arrivare al nuovo Patto. Ma ieri, alla riunione dell’Ecofin a Bruxelles, si sono invece dimostrati attivi e propositivi. A condizioni precise, in asse con la Francia. L’Italia, però, dice no al nuovo disegno. Frena.

Sono fonti del ministero dell’Economia a spiegare che il governo italiano «non teme il ritorno alle regole fiscali attualmente sospese con la clausola di salvaguardia, rispetto a ipotesi di revisione penalizzanti». Tradotto: meglio tornare al vecchio Patto che sottoscrivere quello messo a punto da Berlino e Parigi. Ma perché il Tesoro è contrario? La norma della discordia è sintetizzata dalle stesse fonti con questa espressione: «Ulteriori parametri di calo del deficit sotto il 3% del Pil». Altro non è che una delle clausole che i tedeschi reputano imprescindibile per arrivare a un accordo. Messa nero su bianco nella bozza della proposta elaborata dalla presidenza di turno spagnola, che prova a fare da collante a istanze e spinte differenti. In sintesi: ai Paesi che hanno un disavanzo elevato non basterà riportare il rapporto deficit/Pil sotto il 3% entro i prossimi 4-7 anni, la “forchetta” dell’orizzonte temporale più probabile tra quelli su cui si sta ragionando. L’impegno richiesto è decisamente più gravoso. La Germania vuole una soglia aggiuntiva più bassa, al 2%, che dovrà essere rispettata nel caso in cui dovessero scoppiare crisi improvvise. Gli addetti ai lavori l’hanno battezzata la «zona cuscinetto». Troppo per il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Che invece, seguendo sempre la traccia delle fonti Mef, non teme l’idea «che vengano inserite delle salvaguardie per il calo medio annuo del debito, purché siano su valori sostenibili e credibili». Gli aggettivi sono lì a indicare che il via libera arriverà solo se i numeri della correzione saranno ritenuti sostenibili dall’Italia. Ma l’ultima versione del testo, messa a punto sulla spinta della Danimarca, aiuta, quantomeno rende meno ostica la prospettiva. La ragione è presto detta: i Paesi che hanno un debito superiore al 60% in rapporto al Pil (l’Italia è uno di questi) avranno più tempo per portare a termine l’impegno. Quattro anni, soprattutto a valle dell’orizzonte di aggiustamento del deficit che, come si diceva, potrebbe estendersi su 4-7 anni. I tempi, quindi, si allungano a 8-11 anni: meno della prima bozza spagnola (14-17 anni), ma i tedeschi, nelle scorse settimane, chiedevano che il calo del debito avvenisse già nell’ultimo anno. Il bicchiere resta mezzo vuoto per l’Italia. Anche perché non c’è lo scorporo dal deficit degli investimenti legati al green e al digitale. La proposta italiana, reiterata per mesi, non ha raccolto i consensi necessari tra i partner europei. C’è, invece, l’inclusione delle spese del Pnrr e degli investimenti legati al cofinanziamento nazionale dei fondi europei tra i cosiddetti fattori rilevanti che permettono di allungare i tempi per portare a termine la riduzione del debito. Nel perimetro finiscono anche le spese per la difesa. Un segnale di attenzione, ma esiguo se messo a confronto con le misure sul deficit e sul debito. L’Italia tira il freno a mano, ma gli altri Paesi guardano con fiducia ai prossimi passaggi. «C’è ancora molto da fare, l’ultimo miglio da percorrere, ma come nel cammino di Santiago si comincia a intravedere la cattedrale», il punto d’arrivo, prova a rassicurare la ministra dell’Economia della Spagna Nadia Calviño.

Il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni ricorda perché è importante fare in fretta. «Raggiungere un accordo sulle regole fiscali - sottolinea - è essenziale per quello che viene chiamato atterraggio morbido». La recessione alle porte, annunciata da Mario Draghi, ma anche i mercati che osservano, il debito da stabilizzare per dare una spinta alla crescita. Un messaggio non troppo indiretto ai dubbi che Giorgetti porta con sé sul volo di ritorno a Roma.

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