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Le banche tagliano i prestiti in Italia, mentre negli altri Paesi europei aumentano

I dati Bce, analizzati da First Cisl, segnano un calo del 3,7% a giugno, contro il +1,3% della media Ue. Uso della liquidità, caro tassi ed economia ferma tra le cause. L’Abi: costruzioni, abbigliamento e immobiliare i settori più a rischio rimborso. Ma il costo del credito per le banche non sale e resta sotto lo 0,5%, minimo storico
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MILANO - Le banche italiane stanno per chiudere un anno con utili record, ma ai loro clienti che chiedono credito mancano oltre 70 miliardi di euro, circa il 6% in meno rispetto a un anno fa. Si potrebbe dire che è un problema congiunturale, legato alla dinamica dei tassi (cresciuti di circa 400 punti base dal luglio 2022, quando la Bce iniziò a rialzare il costo del denaro, e lo ha fatto per 10 volte da allora), oltre che alla frenata del Pil, ormai quasi a zero nel Paese. Tuttavia, come emerge dalle statistiche della vigilanza di Francoforte, a metà 2023 l’Italia era l’unico grande Stato membro in cui gli impieghi bancari fossero in riduzione. I dati, rielaborati dal sindacato bancario First Cisl, li ha censiti la Bce sulle banche “significant”, quelle che vigila direttamente.

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I dati Bce conferma: l’Italia presta meno del resto d’Europa

Già al 30 giugno per le 12 banche italiane del campione, le più grandi e che valgono oltre due terzi…

MILANO - Le banche italiane stanno per chiudere un anno con utili record, ma ai loro clienti che chiedono credito mancano oltre 70 miliardi di euro, circa il 6% in meno rispetto a un anno fa. Si potrebbe dire che è un problema congiunturale, legato alla dinamica dei tassi (cresciuti di circa 400 punti base dal luglio 2022, quando la Bce iniziò a rialzare il costo del denaro, e lo ha fatto per 10 volte da allora), oltre che alla frenata del Pil, ormai quasi a zero nel Paese. Tuttavia, come emerge dalle statistiche della vigilanza di Francoforte, a metà 2023 l’Italia era l’unico grande Stato membro in cui gli impieghi bancari fossero in riduzione. I dati, rielaborati dal sindacato bancario First Cisl, li ha censiti la Bce sulle banche “significant”, quelle che vigila direttamente.

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I dati Bce conferma: l’Italia presta meno del resto d’Europa

Già al 30 giugno per le 12 banche italiane del campione, le più grandi e che valgono oltre due terzi del mercato, si nota un calo degli impieghi del 3,7%, controtendenza rispetto al +1,3% medio nell’Ue, in linea con la crescita dei prestiti in Spagna e in Germania. In Francia, addirittura, si registra un incremento del 3,2%. E la situazione, almeno stando ai maggiori cinque gruppi Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Mps, Bper, padroni di quasi metà del mercato, non è migliorata tra luglio e settembre, quando gli impieghi del quintetto sono scesi a 1.143 miliardi di euro, in calo del 5,8%, e pari a 70,7 miliardi, rispetto al monte di settembre 2022. In compenso gli interessi netti sul totale crediti del campione sono saliti di 10 miliardi (+56,7%), a 27,5 miliardi.


E’ difficile trovare una spiegazione univoca: la tendenza è in atto da almeno un anno, e i dati trimestrali non forniscono il dettaglio dei prestiti (anche se la Cgia di Mestre giorni fa ha censito un 8,7% in meno di credito per le Pmi nell’ultimo anno). La risalita dei tassi, arrivati attorno al 5% per i mutui immobiliari e quasi al 10% per i prestiti alle imprese, è certo un disincentivo per i debitori: molti dei quali, in questi mesi, hanno utilizzato le disponibilità liquide accumulate durante la pandemia. Il Crif a inizio novembre, in un suo spaccato sul tema, confermava una “domanda che resta cauta per tutte le tipologie di imprese, che in questa fase, le imprese preferiscono attingere alle proprie riserve per affrontare le spese correnti, posticipando i piani di investimento di lungo periodo”.

“L’analisi dei bilanci dei maggiori gruppi mostra un calo preoccupante degli impieghi – ha commentato il segretario generale di First Cisl, Riccardo Colombani -. L'andamento dell’economia italiana è peraltro simile a quello delle principali economie europee: ciò rende ragionevole ipotizzare che non vi siano grandi differenze nella domanda di credito di famiglie e imprese. E’ necessario monitorare con attenzione l’evoluzione del credito per evitare rischi di ulteriore riduzione, più che mai pericolosi in una fase di rallentamento del ciclo”. In effetti, in tutta la zona euro la crescita del Pil è ormai “quasi zero”, e l’Italia in questo è allineata, con un nulla di fatto nel terzo trimestre e una stima di crescita del Pil 2023 che Bankitalia ha ritoccato allo 0,7%.

Come noto, il rialzo dei tassi ha gonfiato i margini d’interesse, e così la redditività: i primi cinque gruppi italiani nel terzo trimestre hanno migliorato i proventi operativi del 21,8%, con utili netti saliti a 15,5 miliardi nei primi nove mesi (+78,6%). L’analisi dei cinque bilanci più grandi mostra anche il miglioramento della qualità del credito: l’incidenza dei crediti deteriorati scende dall’1,5% all’1,4%, e il peso dei crediti Stage 2 (di possibile deterioramento), sul totale in bonis scende dal 13,4% al 12,5%. Il costo del credito “si riduce in modo significativo passando da 0,50% a 0,26% annualizzato”: prestando 100 euro le cinque banche ne perdono in media 0,26.

L’Abi: costruzioni, abbigliamento e immobiliare i più a rischio

L’Abi nel fine settimana ha diffuso uno spaccato sulle sofferenze, i crediti finiti in mora che sono il 40% del totale deteriorato: i settori che fanno più fatica a rimborsare le rate sono costruzioni, abbigliamento e immobiliare. I dati, di fonte Bankitalia, confermano intanto che a settembre 2023 il rapporto tra sofferenze (al lordo di svalutazioni) e impieghi alle imprese è il 3,10%, poco superiore al 3,06% di settembre 2022. Il settore con il valore più elevato di sofferenze lorde su impieghi sono le costruzioni, con il 6,82%, ma è meno che a settembre 2022, quando era il 7,31%. Segue il comparto delle industrie tessili e abbigliamento (4,55%), l’immobiliare (4,30%), l’industria del legno e arredamento (4,28%). Viceversa, i settori più puntuali nel pagare sono raffinazione del petrolio, dei prodotti chimici e farmaceutici (0,69%), attività professionali, scientifiche e tecniche (1,18%), fornitura di energia elettrica e gas (1,31%), fabbricazione di autoveicoli e mezzi di trasporto (1,52%), macchinari e apparecchiature meccaniche (1,66%), servizi di informazione e comunicazione (1,71%). Su 25 comparti campionati dalla vigilanza, comunque, 17 presentano “un aumento dell’indice di rischiosità”. Non è certo questa frazionale crescita del rischio che mina la redditività degli istituti, che grazie anche alla cessione delle sofferenze per oltre 200 miliardi fatto dal 2015 hanno ridotto gli accantonamenti sui minimi storici: 0,26% le cinque grandi banche, qualche decimale in più le meno piccole.

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