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La crociata di Biden con le armi spuntate

(reuters)
Le barriere contro Pechino non servono. Piuttosto, è necessario aprire tavoli comuni per le regole e il rilancio dell’economia
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Si è chiuso nei giorni scorsi a Cambridge il Celp – China Executive Leadership Program 2023, in cui un ristretto numero di top managers delle maggiori imprese di Stato cinesi incontrano un gruppo altrettanto selezionato di leader di imprese ed economisti operanti in questa nostra parte del mondo. Quest’anno è stata affidata a me e all’economista Partha Dasgupta la sessione di apertura: siamo giunti alla fine della stagione della globalizzazione oppure siamo tutti di fronte a una fase nuova dell’economia mondiale che fatichiamo a delineare nelle sue linee evolutive? Si ricordi come con l’implosione dell’Unione Sovietica e la dissoluzione dell’economia bipolare si accelerano a livello mondiale tre tendenze. La prima fu la caduta delle barriere tariffarie, a seguito di una vasta negoziazione multilaterale che portò il 1° gennaio 1995 alla creazione della Wto-Organizzazione mondiale del commercio. La seconda fu la riorganizzazione delle catene di produzione, con allocazione delle singole…

Si è chiuso nei giorni scorsi a Cambridge il Celp – China Executive Leadership Program 2023, in cui un ristretto numero di top managers delle maggiori imprese di Stato cinesi incontrano un gruppo altrettanto selezionato di leader di imprese ed economisti operanti in questa nostra parte del mondo. Quest’anno è stata affidata a me e all’economista Partha Dasgupta la sessione di apertura: siamo giunti alla fine della stagione della globalizzazione oppure siamo tutti di fronte a una fase nuova dell’economia mondiale che fatichiamo a delineare nelle sue linee evolutive? Si ricordi come con l’implosione dell’Unione Sovietica e la dissoluzione dell’economia bipolare si accelerano a livello mondiale tre tendenze. La prima fu la caduta delle barriere tariffarie, a seguito di una vasta negoziazione multilaterale che portò il 1° gennaio 1995 alla creazione della Wto-Organizzazione mondiale del commercio. La seconda fu la riorganizzazione delle catene di produzione, con allocazione delle singole fasi produttive laddove minore era il costo. Dalla combinazione delle due derivò la crescente integrazione fra le economie mondiali, accoppiando fra loro sistemi sociali diversi e fino ad allora politicamente competitivi.

La chiave di volta di tale processo fu l’apertura della Cina che, dopo la lunga chiusura maoista, nel 1978 girò pagina con la vittoria di Deng Xiao Ping e l’avvio di quell’esperienza che tuttora caratterizza la Cina di Xi: gestire una economia di mercato in uno stato comunista. La stessa Cina, e in particolare il Guang Dong divenne la base operativa di molte imprese americane, che potevano avvantaggiarsi di salari molto bassi, in cambio dell’impegno a formare quei lavoratori che in tempi brevi dovevano passare da una agricoltura meno che povera a fabbriche di elettronica avanzata .

Questo inserimento della Cina postmaoista nelle catene del valore mondiale e il conseguente avvio di un processo di crescita economica accelerata portò la Repubblica Popolare ad affrontare straordinari cambiamenti sociali. Nel 1978 il reddito pro-capite cinese era di 156 dollari all’anno, cioè meno di 15 dollari al mese: un Paese in condizione di povertà assoluta anche rispetto agli standard di allora. Nel 2022 il Pil pro-capite era arrivato a 12.670 dollari, quindi a oltre 1.000 dollari al mese, che significa aver portato fuori dalla povertà assoluta almeno 800 milioni di cinesi .

La ricchezza cinese

Questa crescita più che accelerata ha tuttavia portato la Cina comunista ad avere un indice di diseguaglianza interno allo stesso livello degli Stati Uniti, cioè più del 40% della ricchezza è controllato dal solo 10% della popolazione. Il gigante cinese mostra le sue prime crepe, testimoniate dalla crisi nel settore immobiliare: milioni di vani invenduti, mentre vi sono ancora nell’immenso Paese mezzo miliardo di persone sotto il livello di povertà che quelle case certo non potranno comprare. A questo proposito tutti gli operatori cinesi presenti ci hanno ricordato che lo sviluppo del mercato interno sarà nei prossimi anni il loro primo obiettivo, compreso l’impegno ad abbattere l’impressionante carico d’inquinamento – oggi un terzo di tutta la CO2 del mondo viene prodotta in Cina – disponendo di proprie tecnologie e soprattutto di materie prime quasi in termini monopolistici.

Del resto proprio il processo di globalizzazione ha cambiato registro. Se dalla metà degli anni 90 gli scambi commerciali a livello globale crescevano e anzi anticipavano la crescita del Prodotto lordo mondiale (PLM), dal 2005 è chiara la tendenza dell’interscambio dei beni fisici a stagnare e anzi a calare, mentre continua a crescere impetuoso il PLM, balzato dai circa 30 trillioni di dollari del 1995 agli oltre 100 di oggi. Il cuneo che si è aperto tra andamento del Pil e volume degli scambi fisici è da attribuirsi alla esplosione della nuova economia digitale, per la quale non si sono confini e barriere doganali e di cui la stessa Cina è oggi il principale competitore dei Big Five (Apple, Microsoft, Google, Nvidia, Meta, cui dobbiamo aggiungere Amazon e Musk Group) che certamente non vogliono perdere la loro presenza nel mercato cinese.

Il problema Europa

Per tutto questo la crociata del Presidente Biden di innalzare muri attorno alla Repubblica Popolare a partire dall’uscita delle grandi imprese statunitensi sembra un’arma largamente spuntata e rilancia la necessità di tornare tutti a un tavolo comune non solo per future regolazioni della intelligenza artificiale, come avvenuto a Londra di recente, ma per un generale rilancio di una iniziativa economica multilaterale, come trent’anni fa, ma che necessariamente deve portare allo stesso tavolo anche il tema fondamentale della pace, a partire da Ucraina e Medio Oriente, senza dimenticare la polveriera africana.

Ancora una volta, in questo quadro di una globalizzazione che ha mutato il proprio profilo, ma non è più arrestabile alzando barriere più meno fittizie, e di cui la pace dev’essere il vero centro, il problema è dato dall’Europa: come l’Unione Europea ritenga e possa giocare in modo unitario questa partita globale. Ancora una volta il rischio è che siamo noi vecchi europei a rimanere seduti a vedere il mondo che cambia intorno a noi.

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