Finanziamenti alle imprese le banche tirano il freno
di Andrea GrecoLa contrazione dei prestiti, in Italia, è in corso. Solo che non l’abbiamo vista arrivare, come non vediamo ancora le magagne legate a 10 rialzi di tassi in 14 mesi. Le banche quotate, come ballerine dei passati varietà, mostrano solo la gamba buona, i margini d’interesse quasi raddoppiati che lanciano la redditività media di settore al 15% sul capitale, verso un’altra annata record. A meno di altre sorprese, il comparto supererà 20 miliardi di utili netti nel 2023, dopo i 15 miliardi del 2022 (tutto senza versare un ghello all’imposta sui «profitti ingiusti» di Giorgia Meloni, scritta così male che lascerà solo una polvere polemica).
L’altra gamba del “caro tassi”, celata dagli svolazzi, regge malcerta. L’economia italiana è ferma: e anche se le grandi e medie impres…
La contrazione dei prestiti, in Italia, è in corso. Solo che non l’abbiamo vista arrivare, come non vediamo ancora le magagne legate a 10 rialzi di tassi in 14 mesi. Le banche quotate, come ballerine dei passati varietà, mostrano solo la gamba buona, i margini d’interesse quasi raddoppiati che lanciano la redditività media di settore al 15% sul capitale, verso un’altra annata record. A meno di altre sorprese, il comparto supererà 20 miliardi di utili netti nel 2023, dopo i 15 miliardi del 2022 (tutto senza versare un ghello all’imposta sui «profitti ingiusti» di Giorgia Meloni, scritta così male che lascerà solo una polvere polemica).
L’altra gamba del “caro tassi”, celata dagli svolazzi, regge malcerta. L’economia italiana è ferma: e anche se le grandi e medie imprese, esportatrici od oligopoliste, restano floride, le altre ristagnano, come indica il Pil quasi a zero. Uno dei motivi è proprio il minor credito bancario, frutto amaro - ma logico - della stretta monetaria della Bce per raffreddare i prezzi. I dati Bankitalia di agosto e Abi di settembre mostrano che alle imprese in un anno è mancato il 5-6% dei fidi, oltre 60 miliardi: ma alle micro e le piccole va molto peggio. Gli artigiani di Mestre (Cgia) sulle realtà sotto i 20 addetti stimano l’8,7% di credito in meno, parlano di credit crunch e chiedono «che il governo intervenga subito rifinanziando il Fondo di garanzia Pmi», così «gli istituti potrebbero prestare senza alcun rischio di aumenti a dismisura delle insolvenze».
La porta del Fondo di garanzia Pmi
Il Fondo, gestito da Mcc, è da un triennio la porta principale (spesso, l’unica) di accesso ai prestiti per oltre un milione di Pmi, che impiegano 10 milioni di italiani. Un pezzo di Paese per cui, tuttavia, il calo dei crediti “garantiti” nell’ultimo anno è il 23% – 10 miliardi in meno -, e del 31% per imprese fino a 10 addetti. Il governo, da mesi al verde e provando a quadrare i conti di una Legge di spesa minima, finora si guarda bene dal ridotare il Fondo, tranne i 200 milioni «riferibili all’esposizione di garanzie in essere al 31 dicembre 2023 e all’ammontare di nuove garanzie concedibili nel corso del 2024» (art. 91 della legge). Spiccioli, trovati nei rivoli del Pnrr e che per gli esperti serviranno solo a onorare le richieste di escussione di garanzie da parte delle banche erogatrici di quei pochi crediti finiti in default quest’anno. Uno studio di Kpmg stima che saranno 1,1 miliardi nel 2023, mentre 4 miliardi di perdite sono attese nel 2024, e 0,5 miliardi nel 2025. In tutto 5,6 miliardi, a fronte di 256 miliardi di Covid loans quinquennali di cui il Tesoro dall’aprile 2020 si è preso i rischi bancari. Anche così gli istituti hanno ridotto ai minimi storici il (loro) costo del rischio, che nei primi nove mesi 2023, salvo qualche caso, è sceso ancora, ben sotto i 50 punti base. Cento euro prestati, mezzo euro perso: frattanto l’interesse incassato su quegli impieghi è cresciuto di oltre il 4%.
Gli intermediari e i loro azionisti, dopo anni difficili, si baciano i gomiti. Ma quando il governo Conte I adottò la misura il Paese viveva un dramma, in un vortice di aiuti pubblici davanti alla pandemia. Oltre al primum vivere, c’era la lezione dei danni prodotti dalla stretta creditizia vista tra la crisi Lehman e quella del debito sovrano, con un 25% della produzione industriale italiana svanito. Il Tesoro, come plausibile, accettò di stendere il suo velo sui debitori più fragili, le tante Pmi nostrane che in pochi giorni di lockdown potevano esaurire la liquidità. E che difatti hanno inoltrato il 95% delle richieste al Fondo Mcc, prendendo il 75% dei fondi; e anche oggi hanno meno risorse, umane e finanziarie, per affrontare i tanti rovesci seguiti.
I prestiti
Tra marzo 2020 e giugno 2022 il Fondo ha garantito 257 miliardi di prestiti. Oggi, a più di un anno dalla fine del preammortamento di 24 mesi che a molti debitori permise di ripagare solo piccole quote di interessi, restano 217 miliardi in ammortamento: una quota ingente, pari a quasi un quarto dei crediti erogati dalle banche a imprese e famiglie italiane, e per cui il Tesoro è garante su un 75% medio degli importi. Tuttavia, chi temeva che il contribuente avrebbe pagato a caro prezzo quegli aiuti finora è smentito dai dati.
Secondo le rielaborazioni di Kpmg sui dati del Fondo Mcc, incrociate con le stime di Nsa e di Cerved, le “chiamate di garanzia” delle banche sono per ora limitate e molto inferiori alle riserve stanziate nei conti pubblici (se si tratta in verità di riserve contabili, da materializzare alla chiamata della garanzia). Una presentazione del 19 ottobre di Domenico Torini, partner di Kpmg, stima 24 miliardi di accantonamenti per il Fondo Mcc (l’11% degli importi garantiti), a fronte di 8 miliardi di “eventi di rischio”, che si verificano quando l’impresa debitrice ha saltato almeno tre rate. Questi 8 miliardi rappresentano una morosità creditizia simile al 3,8% che Cerved censisce per i prestiti bancari (non garantiti) verso il settore Pmi. Kpmg stima, poi, che solo il 70% di questi “eventi di rischio” diventerà un effettivo default nei prossimi tre anni, così il costo pubblico delle garanzie cala a 5,6 miliardi. Circa 550 euro per ogni loro addetto.
La fatica delle pmi
«Il rischio di grandi perdite sulle garanzie pubbliche, a tre anni data, non si vede. Ma oggi le piccole imprese fanno molta fatica a pagare tassi ormai vicini al 10% - dice Gaetano Stio, presidente di Nsa, principale mediatore di crediti garantiti in Italia che dal 2001 ha gestito operazioni per 10 miliardi -. Credo che il mercato del credito si possa riprendere solo modificando i meccanismi del Fondo, per alzare all’80% la quota massima garantita alle microimprese». Nsa propone, a parità di accantonamenti, di alzare le garanzie alle “micro”, e ridurre al 70% quelle alle piccole, e al 50% quelle alle medie imprese. Il Fondo Mcc assegna le percentuali in base ai rating aziendali e alle finalità del credito (se per cassa o per investimenti). E il sottosegretario al Mimit Massimo Bitonci sta lavorando a una riforma che va in altra direzione, ricalca le proposte dell’Abi e affianca ai due criteri in essere la durata dei crediti garantiti.