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La globalizzazione vive ma è cambiato il mix delle merci scambiate

Al calo in valore non corrisponde una flessione dei volumi Perché si trasportano meno telefoni e più commodities
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Come era già accaduto nel caso di Mark Twain, anche le notizie sulla morte della globalizzazione sono state ampiamente esagerate. Almeno a giudicare dallo studio degli economisti Sharat Ganapati della Georgetown University e Woan Fong Wong della University of Oregon, rilanciato dal Wall Street Journal, che rovescia il modo di calcolare i commerci internazionali. Finora infatti ci siamo concentrati sul loro valore, effettivamente calato dal 2008 in poi, ma se invece puntiamo la lente sulla quantità delle merci scambiate e le distanze percorse, scopriamo che è vero l’esatto contrario. Tra il 2008 e il 2019 l’indice “ton-kilometers” è aumentato del 49%, raccontando una storia opposta a quella accettata in maniera acritica. Questo non nega che sia in corso una trasformazione del fenomeno, o non sia comunque necessaria una riforma della globalizzazione, ma è un discorso assai diverso dalla dipartita già proclamata.

Come era già accaduto nel caso di Mark Twain, anche le notizie sulla morte della globalizzazione sono state ampiamente esagerate. Almeno a giudicare dallo studio degli economisti Sharat Ganapati della Georgetown University e Woan Fong Wong della University of Oregon, rilanciato dal Wall Street Journal, che rovescia il modo di calcolare i commerci internazionali. Finora infatti ci siamo concentrati sul loro valore, effettivamente calato dal 2008 in poi, ma se invece puntiamo la lente sulla quantità delle merci scambiate e le distanze percorse, scopriamo che è vero l’esatto contrario. Tra il 2008 e il 2019 l’indice “ton-kilometers” è aumentato del 49%, raccontando una storia opposta a quella accettata in maniera acritica. Questo non nega che sia in corso una trasformazione del fenomeno, o non sia comunque necessaria una riforma della globalizzazione, ma è un discorso assai diverso dalla dipartita già proclamata.

I meriti della globalizzazione

La globalizzazione ha avuto il merito straordinario di sollevare dalla povertà miliardi di persone, anche se noi occidentali tendiamo a dimenticarlo, perché così ha beneficiato in particolare i Paesi emergenti. Ciò però ha comportato lo spostamento della produzione manifatturiera in luoghi dove il costo del lavoro è più basso, senza che siano seguiti l’auspicata democratizzazione – Cina in testa – e il progressivo miglioramento delle condizioni di vita dei loro lavoratori, che avrebbe equilibrato il trattamento rispetto agli altri. Perciò la classe lavoratrice occidentale, almeno quella che non era pronta o non è stata aiutata nella transizione verso altre occupazioni, si è sentita penalizzata, contribuendo all’esplosione del populismo in Europa e negli Usa. Il Covid, la crisi delle catene di approvvigionamento, la rivalità geopolitica tra Washington e Pechino, la guerra in Ucraina, la sfida delle autocrazie contro le democrazie hanno complicato la situazione, favorendo la frammentazione e obbligando ripensamenti che vanno dal rimpatrio delle produzioni strategiche al “friendshoring”, passando per “decoupling”, “derisking”, imposizioni reciproche di tariffe, e limitazioni a esportazioni e investimenti. Da qui l’annuncio della morte della globalizzazione, non più adatta al mondo multipolare che sta emergendo dalle macerie del neoliberismo, diventato dominante anche a sinistra dalla fine della Gerra Fredda in poi.

Il calcolo sui commerci internazionali

Finora i commerci internazionali sono stati misurati in dollari, dividendo il valore totale di esportazioni e importazioni per il Pil globale. Il risultato, secondo la Banca Mondiale, è che questo indice è salito dal 38% del 1990 al 61% del 2008. Quindi dalla fine della Guerra Fredda, crollo dell’Urss, creazione della Wto e ingresso della Cina, fino alla crisi innescata dai mutui subprime. Da allora è iniziato un calo da cui non ci siamo più ripresi, peggiorato dal Covid e dallo scontro fra Washington e Pechino. Ganapati e Wong però hanno cambiato sistema di misurazione, adottando il “ton-kilometers”, ossia la distanza totale percorsa dalle merci trasportate, moltiplicata per il loro peso. Usando questo metodo, si scopre che l’indice è salito del 49% tra il 2008 e il 2019, passando da 55 trilioni a 82. Un incremento più netto del pil globale, cresciuto invece del 18% nello stesso periodo.

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Ma come è possibile – si è chiesto il Wall Street Journal – che le tonnellate di merci trasportate siano aumentate, mentre è diminuito il valore in dollari degli scambi commerciali mondiali? La risposta è che il costo delle merci trasferite per tonnellata è calato, o perché è sceso il prezzo dei beni, o perché sono cambiati i beni stessi. Ad esempio il prezzo degli smartphone è diminuito, oppure è diminuita la quantità di smartphone trasportati, in favore di altre merci meno costose tipo le materie prime. Se però da una parte è possibile trasferire le fabbriche più vicino ai clienti, e quindi ridurre i chilometri percorsi dai prodotti per raggiungerli, dall’altra è invece impossibile spostare miniere o terreni agricoli. Così, se aumentano le materie prime scambiate, aumentano anche i “ton-kilometers”.

La globalizzazione come necessità

Questo mutamento non è indifferente ai fini delle caratteristiche delle nostre economie, dei sistemi industriali e delle società, e quindi richiede comunque un adeguamento e una riforma della globalizzazione. In termini di valori assoluti, però, conferma che la globalizzazione resta una necessità, perché nasce dalla domanda di beni che vanno trasferiti da un luogo all’altro, ed è consentita da cambiamenti epocali irreversibili, come quelli relativi ai trasporti e alle comunicazioni. Non è una scelta politica, in altre parole, o una macchinazione delle elite che se ne avvantaggiano, ma un bisogno condiviso dall’intera popolazione mondiale e determinato dalla convenienza di produrre e scambiare le merci oltre i confini nazionali e continentali.

I buoni propositi

La riforma resta necessaria, per rispondere alla frammentazione geopolitica e alle ansie della gente, ridurre le disuguaglianze, garantire la sicurezza delle catene produttive, senza però buttare via il bambino con l’acqua sporca. Il presidente Biden l’ha cominciata, abbandonando la deriva neoliberista dei predecessori democratici Clinton e Obama; riportando a casa la produzione di alcuni beni strategici, e quindi i posti di lavoro collegati; proseguendo il confronto con la Cina non per il “decoupling”, ossia la fine degli scambi, ma il “derisking”, cioè la riduzione dei rischi. Questo ad esempio significa investire nella realizzazione dei chip negli Stati Uniti, controllare meglio i reciproci investimenti, limitare le esportazioni di prodotti utilizzabili a scopi militari. E magari potenziare le relazioni con gli alleati europei, perché tra amici ci si può fidare, o comunque trovare compromessi dove ci sono divergenze di interessi. Gli elettori non gliene danno ancora credito, un po’ perché gli effetti dell’inflazione sono stati devastanti, e un po’ perché la spaccatura culturale degli Usa produce mal di pancia che vanno anche oltre quello che la gente avverte nel portafoglio. Le presidenziali del prossimo anno quindi decideranno pure questo, ossia il futuro della globalizzazione in America e nel mondo.

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