Il governo semina le privatizzazioni nel deserto
di Massimo Giannini«Le privatizzazioni per fare cassa; si parte da Poste e Mps». Il Tesoro lascia trapelare i soliti borborigmi di Giancarlo Giorgetti, e il circoletto dell’informazione, a corto di notizie vere o verosimili, registra e rilancia. Ma è vera gloria? Archiviati i ruggenti anni 90, le privatizzazioni sono ormai l’ultimo stadio del dissesto pubblico. La pala con la quale i governi, toccato il fondo, cominciano a scavare. Nella scorsa legislatura erano cadute in disuso come foglie morte, prima nell’autunno anticapitalista e turbopopulista dei grillo-leghisti al potere, poi nella primavera draghiana dal respiro troppo corto. Ora il governo di Giorgia Meloni le ripianta, nel bel mezzo di una Nota di aggiornamento al Def che, con sorprendente sprezzo del pericolo, «prevede proventi da dismissioni pari ad almeno l’1% del Pil nell’arco del triennio 2024-2026». A spanne, parliamo di un gettito teorico di 20 miliardi. Tanta roba. I fini sono chiari: tamponare deficit e debito, per riportarlo qualche …
«Le privatizzazioni per fare cassa; si parte da Poste e Mps». Il Tesoro lascia trapelare i soliti borborigmi di Giancarlo Giorgetti, e il circoletto dell’informazione, a corto di notizie vere o verosimili, registra e rilancia. Ma è vera gloria? Archiviati i ruggenti anni 90, le privatizzazioni sono ormai l’ultimo stadio del dissesto pubblico. La pala con la quale i governi, toccato il fondo, cominciano a scavare. Nella scorsa legislatura erano cadute in disuso come foglie morte, prima nell’autunno anticapitalista e turbopopulista dei grillo-leghisti al potere, poi nella primavera draghiana dal respiro troppo corto. Ora il governo di Giorgia Meloni le ripianta, nel bel mezzo di una Nota di aggiornamento al Def che, con sorprendente sprezzo del pericolo, «prevede proventi da dismissioni pari ad almeno l’1% del Pil nell’arco del triennio 2024-2026». A spanne, parliamo di un gettito teorico di 20 miliardi. Tanta roba. I fini sono chiari: tamponare deficit e debito, per riportarlo qualche decimale al di sotto del 140,4% al quale siamo inchiodati. I mezzi sono incerti: cosa vendere, perché vendere, quanto vendere, nessuno lo sa.
Oggi lo Stato ha in mano asset per una trentina di miliardi. Quali sono le partecipazioni dirette del Mef e quanto valgono l’ha calcolato Equita. In ordine decrescente: il 23,6% di Enel vale 14,7 miliardi, il 14,1 di STMicroelectronics vale 5,5 miliardi, il 29,3 di Poste vale 3,9 miliardi, il 4,7 di Eni vale 2,3 miliardi, il 30,2 di Leonardo vale 2,2 miliardi, il 64 di Mps vale 2,1 miliardi, il 53,3 di Enav vale 1,1 miliardi. E dunque, “venghino signori, venghino”, come gridò il Renzi-premier-piazzista annunciando la vendita all’asta delle famose auto blu (incasso, per i cultori della materia: 701.987 euro).
In realtà i patrioti non hanno la minima idea di quali gioielli di famiglia si potrebbero dismettere. Soprattutto perché, al di là del “fare cassa”, non hanno alcuna idea di politica industriale. Un vuoto strategico che ci portiamo dietro dalle svendite di fine stagione del governo Amato del 1992 (ci fruttarono un ricco tesoretto, ma ci costarono la fine di interi macrosettori produttivi). Ora rischiamo di ripetere lo stesso errore. Con un paio di aggravanti. La prima: grazie a Ciampi, quelle dismissioni furono accompagnate da un avanzo primario costante al 3,3% del Pil e dalla creazione di un “Fondo di stabilizzazione del debito” (che infatti crollò dal 121 al 106%). La seconda: grazie a Draghi, quelle dismissioni generarono comunque più di 100 miliardi di entrate.
A differenza di allora, il governo di oggi semina le privatizzazioni nel deserto. E in più sa di raccogliere pochi spiccioli. Per ora solo Mps pare vendibile. Il resto no. A meno che la destra statalista della Sorella d’Italia non decida di cambiare paradigma: cioè vendere (quasi) tutto – fregandosene dei costi sociali e delle poltrone nei cda – e reinvestire i proventi in ricerca e innovazione, sanità e istruzione. Ma non pare aria. Anzi nel frattempo, invece di alienare, lo Stato torna Padrone e rileva la rete fissa di Tim, non si sa se per farne un monopolio con Open Fiber o chissà cos’altro.
Insomma, purtroppo o per fortuna, quando parliamo di privatizzazioni parliamo del nulla. A guardare l’agonia di Ita e Ilva viene da piangere. E alla fine, se ce la fa, il governo Meloni può seguire il modello minimal adottato dal governo Letta. Era il luglio 2012, quando l’Eni lanciò un buyback di azioni proprie fino al 10%, che portò automaticamente la quota posseduta dal Tesoro dal 30,1 al 33%. L’anno successivo l’allora ministro Saccomanni vendette quel 3% in eccesso, portando in cassa quasi un miliardo. Considerato che il ceo Claudio Descalzi il primo settembre ha lanciato la seconda tranche di un analogo buyback da 2,2 miliardi entro aprile 2024, Giorgetti potrà tentare lo stesso audace colpo, piazzando sul mercato, dalla sera alla mattina, la quota eccedente del Mef. Grosso modo, un altro miliarduccio. Visti i tempi, meglio accontentarsi. E tanti saluti alle “grandi privatizzazioni”.