Google e i miliardi versati ad Apple: svelato il patto segreto che governa l’industria digitale
di Filippo SantelliL'amministratore delegato di Google Sundar Pichai entra alla corte federale di Washington per testimoniare nel processo antitrust contro il governo americano
La reazione di John Schmidtlein, avvocato di Google, racconta tutto. Neanche uno squalo del foro come lui, allenato a congelare le proprie emozioni e manipolare quelle altrui, è riuscito a trattenere una smorfia quando il testimone – un “suo” testimone – ha rivelato il segreto industriale che nessuno doveva conoscere. “Trentasei per cento”, si è fatto scappare Kevin Murphy, professorone di economia che doveva supportare le ragioni della difesa e invece rischia di aver fornito al grande accusatore, il governo degli Stati Uniti, un’arma formidabile. Perché quel 36% è il costo dell’accordo che Google ha stretto con Apple, il prezzo con cui compra il privilegio di essere il motore di ricerca predefinito su tutti gli iPhone e gli altri dispositivi della Mela, retrocedendole in cambio una quota dei ricavi pubblicitari generati dalle relative ricerche.
Il più importante nella serie di patti di acciaio che Alphabet ha siglato negli anni con i maggiori produttori di smartphone o sistemi operat…
La reazione di John Schmidtlein, avvocato di Google, racconta tutto. Neanche uno squalo del foro come lui, allenato a congelare le proprie emozioni e manipolare quelle altrui, è riuscito a trattenere una smorfia quando il testimone – un “suo” testimone – ha rivelato il segreto industriale che nessuno doveva conoscere. “Trentasei per cento”, si è fatto scappare Kevin Murphy, professorone di economia che doveva supportare le ragioni della difesa e invece rischia di aver fornito al grande accusatore, il governo degli Stati Uniti, un’arma formidabile. Perché quel 36% è il costo dell’accordo che Google ha stretto con Apple, il prezzo con cui compra il privilegio di essere il motore di ricerca predefinito su tutti gli iPhone e gli altri dispositivi della Mela, retrocedendole in cambio una quota dei ricavi pubblicitari generati dalle relative ricerche.
Il più importante nella serie di patti di acciaio che Alphabet ha siglato negli anni con i maggiori produttori di smartphone o sistemi operativi. E che nell’ipotesi dell’Antitrust americano, in questo processo del secolo, costituirebbero una violazione della concorrenza, che toglie l’aria – cioè traffico, dati e introiti – ad ogni aspirante sfidante. Fino a soffocarlo sul nascere.
Uno squarcio improvviso e inatteso, dentro un processo in cui la prima sfida tra pubblica accusa e privata difesa è stata proprio sulla trasparenza, con Google che ha lottato fin dal giorno uno per tenere segreti più numeri e testimonianze possibili. Il colpo di scena arriva peraltro nell’ultimissima e un po’ stanca settimana di dibattimento, dopo un mese in cui erano stati sentiti decine di testimoni e sembrava che le carte più rilevanti fossero tutte già state messe sul tavolo.
E invece ecco, nel modo più rocambolesco, il numero che permette di quantificare il valore dell’accordo degli accordi, quello tra il colosso della ricerca e il colosso della telefonia, quello che conduce a Google chiunque acquisti un iPhone e che il dipartimento di Giustizia, proprio per questo, ha messo al centro del suo teorema accusatorio. Nei giorni scorsi uno scoop del New York Times aveva già anticipato qualcosa, rivelando che nel 2021 Google aveva retrocesso ad Apple la bellezza di 18 miliardi di dollari. L’infortunio del professor Murphy però permette di dare un valore relativo, per certi aspetti anche più importante: per comprarsi quel privilegio la grande G è disposta a rinunciare a oltre un terzo dei suoi incassi.
Difficile dire quali effetti avrà sull’esito questa involontaria rivelazione. La domanda a cui bisogna rispondere è tutto sommato intuitiva: Google domina le ricerche online – cioè le nostre vite – perché è il migliore motore di ricerca in circolazione oppure perché usa il suo dominio per tagliare fuori gli altri? Domanda semplice, risposta estremamente complessa, come la materia Antitrust.
Per provare la condotta illecita infatti il governo americano deve dimostrare una serie di assunti: che quello della ricerca, con relativa pubblicità, è un mercato ben definito e rilevante ai fini Antitrust, che Google ha una posizione dominante, che questa è dannosa per i consumatori e – soprattutto – che viene mantenuta attraverso pratiche di esclusione. Punti che Google contesta uno ad uno, per esempio dicendo che lo status di motore di ricerca “di default” sugli iPhone e il loro browser Safari o sui dispositivi Samsung, pagati al caro prezzo di cui sopra, non impedisce agli utenti di cambiare impostazione ed esplorare alternative, come Bing di Microsoft. Un argomento peraltro spalleggiato dalla stessa Apple, concorrente che su questa partita diventa interessatissimo partner.
Eppure proprio perché la materia è così intricata, di fronte a migliaia di pagine di deduzioni e controdeduzioni, teorie e controteorie sulla concorrenza, la decisione finale di Amit Mehta, il giudice chiamato a dirimere e, in caso di colpevolezza, rifare i connotati a Google, potrebbe essere influenzata anche dalle impressioni. E il valore dell’intesa con Apple una certa impressione la fa. Alla fine di questa settimana il dibattimento dovrebbe terminare, poi potrebbe volerci parecchio, oltre un mese, per il verdetto. Ma nell’attesa di capire se e come cambierà la geografia del nostro mondo digitale, in cui tutte le strade passano Google, il processo degli Stati Uniti contro il motore di ricerca una delle sue funzioni l’ha già assolta: fare un po’ di luce sugli equilibri miliardari che questo mondo lo reggono.