Economia

Manovra, Giorgetti: “Possibile ribasso del Pil 2023”. Upb: “Ottica di breve periodo”. Alert sanità: “Fondi potrebbero non coprire le spese”

Manovra, Giorgetti: “Possibile ribasso del Pil 2023”. Upb: “Ottica di breve periodo”. Alert sanità: “Fondi potrebbero non coprire le spese”
(ansa)

Proseguono le audizioni sulla legge di Bilancio. Dalla stretta sulle pensioni: risparmi per 32,9 miliardi al 2043

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Dopo la Confindustria e importanti istituzioni quali Bankitalia e Istat, proseguono le audizioni sulla Manovra del governo Meloni. A dare il suo giudizio è, per primo, l’Ufficio parlamentare di bilancio, ovvero l’Autorità indipendente dei conti pubblici. Che rileva alcune critiche puntute. Sull’orizzonte temporale e l’efficacia della manovra (“interventi temporanei e frammentati”), facendo suonare per altro un netto allarme sul finanziamento alla Sanità: i fondi potrebbero non bastare per coprire le spese. L’Upb rileva un quadro macroeconomico peggiorato e abbassa la stima di impatto del Pnrr sul Pil: una spinta da 2,4-2,6 punti percentuali sul prodotto, contro l’asticella fissata a 3,4 punti dal governo Meloni nel Def.

Giorgetti: “Fatto il meglio possibile”

A prendere la parola alle commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato è anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che nella sua introduzione rivendica: "Il confronto all'interno dell'esecutivo ha dovuto individuare una sintesi tra le diverse istanze e i vincoli, interni ed esterni, di bilancio. E' stato un lavoro niente affatto facile, ma ritengo che sia stato fatto il meglio possibile”. Giorgetti ha spiegato che "se la stima preliminare relativa al terzo trimestre dovesse essere confermata, l'obiettivo di crescita per l'anno in corso contenuto nel Documento programmatico di Bilancio (0,8%) potrebbe essere soggetto ad una - sia pure contenuta - correzione al ribasso. Allo stato, risulta trascurabile l'impatto sulla crescita del 2024".

Giorgetti: “Garantita sostenibilità debito. Incertezza da Bce”

Molto del discorso di Giorgetti si è poi puntato sul debito. “La strategia di politica di bilancio mira a garantire la sostenibilità del debito pubblico”, ha detto. Sottolineando che gli oneri sul debito e la spesa per prestazioni sociali sono “vincoli stringenti entro i quali abbiamo costruito la Manovra”. E poi che "la spesa per interessi non è direttamente controllabile dal governo ma, anzi, risente delle decisioni assunte dalle banche centrali che, continuando a perseguire politiche fortemente restrittive, contribuiscono ad alimentare incertezza e determinare un incremento degli oneri a carico sia delle casse pubbliche sia dei cittadini". Dal ministro anche una risposta alle critiche confindustriali. "A chi afferma che questo disegno di legge ha trascurato le imprese, ricordo che la manovra di bilancio deve essere letta in combinato disposto proprio con il Pnrr e che ulteriori risorse per le imprese saranno disponibili in seguito all'approvazione, da parte della Commissione Ue, della proposta di revisione del suddetto Piano come integrato con REPowerEU".

Interventi temporanei e frammentati

Giorgetti ha ereditato le osservazioni mosse dall’Upb, come detto. "La manovra appare improntata a un'ottica di breve periodo, con interventi temporanei e frammentati. Inoltre, per il secondo anno consecutivo, si prevede sia un aumento del deficit per il primo anno rispetto a quanto precedentemente stabilito, sia il rinvio all'anno finale dell'orizzonte previsivo - il 2026 - del conseguimento di un disavanzo inferiore al 3 per cento del Pil", ha detto la presidente dell'Upb Lilia Cavallari.

Il quadro peggiora, attuare il Pnrr

Parlando delle previsioni macro della Nota di aggiornamento al Def, che traccia il quadro dei conti pubblici in cui s’inscrive la legge di Bilancio, L’Upb dice che “sono decisamente aumentati i rischi al ribasso per l’anno prossimo”. Fondamentale per sostenere l’economia resta il Pnrr, ma “si fanno più evidenti le criticità legate all’integrale utilizzo dei fondi del Piano”. Uno stimolo imprescindibile stimato a un livello, “se pur appena inferiori rispetto a quello prefigurato dal MEF” tra “i 2,3 e i 2,6 punti percentuali rispetto allo scenario in assenza del Piano”. Per altro, si legge poco oltre, “ogni rallentamento sulla strada obbligata di riduzione del debito rischia di comprimere ulteriormente i margini di manovra per affrontare condizioni sfavorevoli, quali shock inattesi o rallentamenti della crescita”. A complicare le cose c’è il rincaro del costo del debito: un punto in più di rendimento sulla curva dei titoli di Stato dal 2024 “comporterebbe un aumento della spesa per interessi pari a circa 20,5 miliardi cumulati nel triennio 2024-26”.

Il taglio del cuneo e l’Irpef

Sulle due misure fiscali, aleggia il carattere della temporaneità e del finanziamento in deficit. La conferma della decontribuzione “garantisce un importante supporto ai redditi da lavoro bassi e medi” ma “la modalità di calcolo per fasce fa però cessare ogni beneficio oltre la soglia di retribuzione lorda di 35.000 euro, con una perdita di circa 1.100 euro con il superamento di tale soglia per un solo euro. Nell’eventualità di ulteriori proroghe vi sarebbe un forte disincentivo al lavoro e si renderebbe più complesso il raggiungimento degli accordi di rinnovo contrattuale”.

L’accorpamento delle aliquote Irpef dà un beneficio di 75 euro annui per i redditi da lavoro dipendente tra 8.000 e 15.000; superato tale importo e fino a 28.000 il vantaggio aumenta progressivamente con il reddito fino a un massimo di 260 euro; oltre i 50.000 euro il beneficio può azzerarsi per effetto del taglio delle detrazioni per oneri e spese non sanitarie.

Le due misure (decontribuzione e Irpef) prese insieme sono progressive con un effetto più consistente per gli operai, con un vantaggio medio della categoria del 3,4 per cento dell’imponibile, seguiti dagli impiegati con un più contenuto 1,9 per cento. Per i pensionati, l’incidenza del beneficio e il beneficio assoluto risultano inferiori a quelli di operai e impiegati.

La stretta sulle pensioni

Nel capitolo previdenziale, l’Upb nota un “cambiamento di visione rispetto agli ultimi anni”. Da una parte i canali temporanei di pensionamento sono riproposti “ma a condizioni più stringenti”. E insieme “si introducono norme che incideranno strutturalmente sull’evoluzione della spesa pensionistica con effetti di consolidamento a medio-lungo termine come ad esempio il ricalcolo della quota retributiva delle pensioni degli iscritti ad alcune Casse di lavoratori pubblici e l’anticipo dello sblocco dell’adeguamento alla speranza di vita dei requisiti di pensionamento anticipato”. Il ricalcolo della quota contributiva è cifrato in 32,9 miliardi di risparmi cumulati da oggi al 2043, 21,4 al netto della fiscalità. A fronte, nei prossimi anni (fino al 2028-2030), di “un sacrificio a livello individuale, parzialmente compensabile negli effetti con un posticipo del pensionamento di uno o due anni”. Sullo sfondo, “restano i problemi della bassa e discontinua contribuzione pensionistica delle generazioni giovani che, se nulla cambia, prelude alla maturazione di pensioni anch’esse basse”.

Sanità, fondi insufficienti

Trovano poi consistenza i timori di chi rileva che l’aumento del fondo sanitario non è sufficiente, perché considerando l’inflazione in realtà le risorse per la salute non crescono affatto. "Il finanziamento del Sistema sanitario nazionale per il 2024 potrebbe non coprire integralmente le spese, anche tenendo conto dei potenziali livelli di spesa farmaceutica, dell'applicazione dei nuovi Lea (con i connessi aumenti su tariffe di prestazioni specialistiche e assistenza protesica) e del contenzioso delle imprese sul payback", ha detto Cavallari. "Ulteriori difficoltà, in tutto il periodo di programmazione - aggiunge -, potrebbero sorgere in relazione alle carenze di personale e all'impatto di nuova pressione dei prezzi dei beni energetici sul settore sanitario". Personale alle prese, per altro, con il braccio di ferro sul ricalcolo delle pensioni.

Sulla sanità, Giorgetti ha spiegato che la riduzione delle liste d'attesa "è una priorità del governo, che ritiene assolutamente necessario garantire il diritto alla salute di tutti i cittadini".

Il bonus nido non basta

Tra gli altri appunti, quando si parla di bonus nido e di innalzamento del contributo a 3.600 euro (per i nuclei con un indicatore ISEE fino a 40.000 euro nei quali sia presente almeno un figlio di età inferiore a dieci anni) si ricorda come “in passato gli importi complessivamente erogati siano sempre stati inferiori a quelli stanziati”. Inoltre, “appare poco verosimile che detto incremento, data la differenziazione delle tariffe a livello comunale, sia nel pubblico sia nel privato, consentirà di coprire integralmente le rette sostenute da tutte le famiglie interessate”.

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