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Le accuse del Pd sulla rete Tim “Usati fondi pubblici ma niente controllo”

La torre di Telecom Italia a Rozzano. REUTERS/Stefano Rellandini/File Photo

 (reuters)
Il documento riservato scritto dagli esperti digitali della Schlein parla di vendita senza logica industriale e di mercato ma a favore di un gruppo ristretto di azionisti
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Milano — Che cosa ne pensa il Partito Democratico dell’operazione di scorporo e vendita della rete Tim? Il silenzio non durerà ancora molto visto che in questi giorni scorsi il dipartimento digitale del Pd, recentemente istituito da Elly Schlein, ha elaborato un “position paper” sull’argomento. Nel quale si legge che «la vendita della rete Tim, decisa secondo le logiche finanziarie di un ristretto gruppo di azionisti, non risponde a logiche di mercato e tantomeno industriali. Questa decisione è stata presa con l’assenso e l’appoggio decisivo del governo, che impegna oltre 2,5 miliardi di risorse pubbliche, per acquisire una quota minoritaria della nuova società senza che ciò garantisca un controllo pubblico della rete, asset strategico per la transizione digitale italiana».

Tra gli esperti assoldati da Schlein ci sono la coordinatrice Annarosa Pesole, economista del Lavoro, Fabrizio Barca, coordinatore del Forum Diseguaglianze, Paolo De Rosa, ex Cto del governo Draghi, Piero De …

Milano — Che cosa ne pensa il Partito Democratico dell’operazione di scorporo e vendita della rete Tim? Il silenzio non durerà ancora molto visto che in questi giorni scorsi il dipartimento digitale del Pd, recentemente istituito da Elly Schlein, ha elaborato un “position paper” sull’argomento. Nel quale si legge che «la vendita della rete Tim, decisa secondo le logiche finanziarie di un ristretto gruppo di azionisti, non risponde a logiche di mercato e tantomeno industriali. Questa decisione è stata presa con l’assenso e l’appoggio decisivo del governo, che impegna oltre 2,5 miliardi di risorse pubbliche, per acquisire una quota minoritaria della nuova società senza che ciò garantisca un controllo pubblico della rete, asset strategico per la transizione digitale italiana».

Tra gli esperti assoldati da Schlein ci sono la coordinatrice Annarosa Pesole, economista del Lavoro, Fabrizio Barca, coordinatore del Forum Diseguaglianze, Paolo De Rosa, ex Cto del governo Draghi, Piero De Chiara, Francesca Bria, esperta di innovazione e politiche digitali oltre che consigliere Rai, Maria Savona docente presso l’Università del Sussex e alla Luiss. Tutti d’accordo nel dire che lo Stato deve tornare protagonista e ripristinare una politica industriale degna di questo nome. «È evidente la mancanza di una strategia di politica industriale coerente, sia nella condotta degli azionisti privati sia nelle azioni del governo stesso. Avanti così e sarà inevitabile lo smantellamento di pezzi del tessuto produttivo nazionale, come dimostrato dalle crisi di Magneti Marelli e Ilva».

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La contraddizione del governo Meloni sta nel fatto che prima ha rivendicato una sovranità nazionale e poi ha assecondato lo spezzatino in due società, una controllata da Vivendi e una da Kkr. Rinunciando al controllo pubblico. Invece, secondo gli economisti del Pd, si doveva procedere in maniera inversa, prima favorendo una fusione orizzontale tra Tim e Open Fiber riorganizzando anche le partecipazioni dello Stato esistenti in EiTower e RaiWay, e poi valutare la separazione verticale negoziando i rimedi con l’antitrust europeo. Oggi il governo impegna 2,5 miliardi senza ottenere nulla di aggiuntivo rispetto ai vincoli che già possiede con la legge del golden power. Inoltre non guarda al futuro: «Oltre a gestire e ampliare la rete esistente Netco dovrebbe rispondere alla crescente domanda di servizi e applicazioni verticali nei settori dell’automotive, agritech e, più ampiamente, dell’Internet delle Cose (IoT), le smart cities e i gemelli digitali locali».

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