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Moody’s, arriva il giudizio più atteso sull’Italia. Perché è la più severa sul rating e cosa può succedere in caso di bocciatura

Nel grafico Bloomberg, la storia dei giudizi sull'Italia: Moody's ci tiene solo un livello sopra la "spazzatura"

 
L’ultima delle agenzie è quella che tiene l’Italia solo un livello sopra la “spazzatura”. Nell’ultima pagella aveva indicato tre criticità: la disciplina di bilancio è quella che preoccupa di più. Ma i mercati non si aspettano un taglio
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MILANO – Arriva venerdì sera il giudizio più atteso dall’Italia e dai mercati: quello dell’agenzia di rating Moody’s, la più severa nei confronti della capacità del Belpaese di onorare i suoi impegni con i creditori. Questo, infatti, è il ruolo delle agenzie: stilare una “pagella” sulla capacità di un emittente di debito (sia esso sovrano, come in questo caso, o un’azienda privata) di restituire il denaro ai creditori.

Il giudizio si esprime in una gamma di valori, e l’Italia è soltanto un gradino sopra la soglia della sufficienza: già dal 2019, infatti, Moody’s ha abbassato il rating dell’Italia a Baa3, che equivale all’ultimo livello entro il quale rientrano i titoli “investment grade”. Sotto, diventano “junk” o “spazzatura”, nel gergo tecnico, a indicare un livello di rischio “speculativo”: per prestare denaro a chi ha questa etichetta si affrontano maggiori pericoli e quindi si chiede in cambio un maggiore rendimento.

Il giudizio più atteso

Moody’s è dunque la prova più critica p…

MILANO – Arriva venerdì sera il giudizio più atteso dall’Italia e dai mercati: quello dell’agenzia di rating Moody’s, la più severa nei confronti della capacità del Belpaese di onorare i suoi impegni con i creditori. Questo, infatti, è il ruolo delle agenzie: stilare una “pagella” sulla capacità di un emittente di debito (sia esso sovrano, come in questo caso, o un’azienda privata) di restituire il denaro ai creditori.

Il giudizio si esprime in una gamma di valori, e l’Italia è soltanto un gradino sopra la soglia della sufficienza: già dal 2019, infatti, Moody’s ha abbassato il rating dell’Italia a Baa3, che equivale all’ultimo livello entro il quale rientrano i titoli “investment grade”. Sotto, diventano “junk” o “spazzatura”, nel gergo tecnico, a indicare un livello di rischio “speculativo”: per prestare denaro a chi ha questa etichetta si affrontano maggiori pericoli e quindi si chiede in cambio un maggiore rendimento.

Il giudizio più atteso

Moody’s è dunque la prova più critica per il governo Meloni, che ha già passato indenne i precedenti giudizi delle altre agenzie, perché appeso con un filo sopra il livello junk. E anche perché, dall’agosto 2022, Moody’s ha anche peggiorato l’outlook sul Belpaese da “stabile” a “negativo”. Significa che è più probabile che una revisione del rating da lì in avanti avvenga in senso peggiorativo.

I tre fattori di debolezza

Quando peggiorò il giudizio, più di un anno fa, Moody’s indicò tre fattori di debolezza prospettica. I primi due sono, tutto sommato, quelli che fanno meno paura. Riguardano infatti le riforme strutturali e l’approvvigionamento energetico (ricordiamoci che eravamo nel pieno della crisi del gas e si temeva che da un momento all’altro potessero scattare i razionamenti). Sul primo versante, l’Italia è impegnata a tenere il passo del cronoprogramma del Pnrr che in un certo senso – pur con i noti ritardi di spesa – assicura di chiudere le riforme. E il quadro energetico è molto migliorato: le fonti sono diversificate, i pian per i rigassificatori sono partiti, gli stoccaggi sono pieni e, soprattutto, i prezzi internazionali sono molto scesi.

Il "mappamondo" dei giudizi di Moody's: l'Italia è al livello basso degli emittenti giudicati "investment grade", cioè affidabili

 

Il maggior grattacapo viene piuttosto dal terzo fattore, la tenuta delle finanze pubbliche. Come ha ricordato l’agenzia finanziaria Bloomberg, secondo Moody's i rischi consistono nel fatto “che la solidità fiscale dell'Italia sia ulteriormente indebolita da una crescita lenta, da costi di finanziamento più elevati e da una disciplina fiscale potenzialmente più debole". E su questi aspetti, le cose per l’Italia si sono messe al peggio. La crescita sta peggiorando, l’aumento dei tassi Bce ha fatto lievitare i costi di finanziamento e tutte le agenzie di rating che fin qui si sono espresse hanno rimarcato come il consolidamento dei conti abbia rallentato. D’altra parte, come ben sappiamo il governo Meloni non prevede più un avanzo primario il prossimo anno, il debito scenderà lentamente, il 3% di deficit/Pil chiesto dall’Ue non si vedrà prima del 2026.

Cosa pensano i mercati

Alessandro Pellegrino, credit portfolio manager di Arcano Partners, chiarisce in una nota come un downgrade sia “altamente improbabile” e piuttosto sia possibile un miglioramento dell’outlook da “negative” a “neutral”. Anche gli analisti di Unicredit, in un report mattutino, rimarcano l’attenzione con la quale gli investitori aspettano Moody’s sull’Italia e ritengono probabile una conferma del giudizio, con una possibilità non residuale che l’outlook passi da negativo a stabile.

Le conseguenze di un downgrade

Bloomberg notava a inizio settimana che l’Italia potrebbe ricevere per prima nel gruppo dei G7 il marchio di "rischio di credito sostanziale". Ma cosa accadrebbe in caso di bocciatura? “Avrebbe ripercussioni significative in Europa – scrive Pellegrino – La stessa Banca Centrale Europea, infatti, già nel 2020 ha messo al riparo la zona euro dal rischio di ampliamenti degli spread dei diversi paesi con uno strumento specifico, il PEPP, coadiuvato da strumenti di supporto a livello di politiche fiscali della Unione Europea (ESM e Next Generation EU). Ovviamente, un declassamento del rating dell’Italia metterebbe sotto stress il differenziale di rendimento BTP/Bund, spingendolo probabilmente a 250 punti base. Questo livello è tipicamente considerato il livello di guardia degli investitori in Btp, quando si percepisce che la Bce non ha la situazione interamente sotto controllo”.

Quota 250, in caso di downgrade, è la stessa che hanno individuato come probabile gli analisti di Barclays: un livello raggiunto ai tempi delle elezioni anticipate del 2022 che hanno consegnato Palazzo Chigi a Meloni.

La reazione di alcuni fondi potrebbe esser quella di scaricare il debito italiano, giudicato a quel punto “spazzatura”, anche se l’agenzia finanziaria ricorda che si tratterebbe di una singola valutazione negativa, e questo potrebbe limitare i danni. Inoltre c’è stato il tempo di prepararsi a questo giudizio. D’altra parte, si ricorda che fu proprio il primo declassamento a “junk” della Grecia, correva il 2010, a innescare la crisi del debito sovrano in Europa.

A fare le spese della bocciatura sarebbero poi tutte le società italiane, “perché difficilmente le aziende possono avere un merito di credito superiore a quello del proprio paese di origine. Il contagio sarebbe immediato, soprattutto a partire da banche e assicurazioni”, si legge ancora nel commento di Pellegrino. Tra le altre, soffrirebbero principalmente le banche che “hanno un business prevalentemente domestico e hanno a bilancio quote significative di titoli di Stato. Inoltre, il loro costo di finanziamento aumenterebbe rapidamente, impattando i profitti. Proprio le banche, inoltre, sono oggi altamente dipendenti dal mercato per finanziarsi”.

I giudizi delle altre agenzie di rating

L’avvicinamento alla pagella di Moody’s per l’Italia è stato positivo. Nella seduta di attesa del giudizio, lo spread tra Btp e Bund è rimasto calmo in area 175 punti base, con il rendimento del Btp decennale stabile al 4,35 per cento. Qualche settimana fa, era sopra 200 punti. Il movimento dei rendimenti è generalizzato, perché i mercati si aspettano uno stop dei rialzi dei tassi a seguito delle ultime indicazioni giunte sul fronte dell’inflazione: quella americana ha frenato più del previsto, nell’Eurozona è stato appena confermato il calo dal 4,3% di settembre al 2,9% di ottobre. Ora i future indicano addirittura una inversione di marcia sui tassi a partire dalla metà del 2024.

L’11 novembre, Fitch ha confermato il giudizio BBB con outlook stabile. Ha rimarcato che l'economia italiana è sufficientemente ampia e diversificata, pur sottolineando come il debito italiano resti alto, la politica di bilancio mostri segnali di allentamento dopo la pandemia e i rendimenti dei titoli sovrani siano cresciuti negli ultimi mesi. Per Fitch, l'esecutivo deve affrontare "una notevole pressione politica per mantenere gli impegni elettorali", e questo pesa sulle prospettive di un maggiore consolidamento, "come evidenziato dalle misure di riforma delle pensioni respinte dalla coalizione".

Prima, il 20 ottobre, era stata S&P a confermare il giudizio BBB con outlook stabile, lo stesso di Fitch dunque. Anche in questo caso, l’agenzia ha dato credito al Belpaese pur rimarcando i punti deboli: un consolidamento di bilancio più lento del previsto e l’alto debito che espone i conti pubblici a difficoltà in caso di peggioramento delle condizioni di finanziamento. Per S&P “la crescita economica rallenterà nel 2023 e nel 2024 a causa dell'aumento del risparmio del settore privato, dell'inasprimento delle condizioni di credito, del rallentamento del settore manifatturiero e dell'indebolimento del commercio globale”. L’utilizzo dei fondi del Pnrr è fondamentale per riportare la crescita del Pil reale tricolore al di sopra dell'1%, entro il 2025.

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