Uno sciopero “politico”, oltre a sanità e busta paga il popolo dei diritti urla la sfiducia a questa destra
di Stefano CappelliniROMA - È uno sciopero anche politico, eccome. Non nel senso del pregiudizio salviniano o meloniano, in quello più nobile del termine. In piazza del Popolo a Roma ci sono lavoratrici e lavoratori preoccupati per la busta paga, la stabilità del posto, la sanità negata, la pensione incerta, ma c’è di più, tra le persone si avverte la sfiducia per un governo percepito peggio che nemico: inadeguato e pericoloso. Il carico lo ha messo Matteo Salvini con le sue parole di irrisione dello sciopero, “il week-end lungo”, che hanno motivato tanti a non limitarsi a scioperare e a presentarsi di persona alla manifestazione di Cgil e Uil dove parlano i segretari Maurizio Landini e Pierpaolo Bombardieri.
Sono almeno 20 mila (60 mila dicono i sindacati), solo da Roma e dal Lazio. Ogni volta che il nome del leader della Lega viene citato dal palco parte una salva di fischi che sale fino al Pincio. Non basta lo scudo formale della commissione di garanzia sugli scioperi a togliere dalla testa dei manifes…
ROMA - È uno sciopero anche politico, eccome. Non nel senso del pregiudizio salviniano o meloniano, in quello più nobile del termine. In piazza del Popolo a Roma ci sono lavoratrici e lavoratori preoccupati per la busta paga, la stabilità del posto, la sanità negata, la pensione incerta, ma c’è di più, tra le persone si avverte la sfiducia per un governo percepito peggio che nemico: inadeguato e pericoloso. Il carico lo ha messo Matteo Salvini con le sue parole di irrisione dello sciopero, “il week-end lungo”, che hanno motivato tanti a non limitarsi a scioperare e a presentarsi di persona alla manifestazione di Cgil e Uil dove parlano i segretari Maurizio Landini e Pierpaolo Bombardieri.
Sono almeno 20 mila (60 mila dicono i sindacati), solo da Roma e dal Lazio. Ogni volta che il nome del leader della Lega viene citato dal palco parte una salva di fischi che sale fino al Pincio. Non basta lo scudo formale della commissione di garanzia sugli scioperi a togliere dalla testa dei manifestanti la convinzione che dal governo sia arrivato un attacco al diritto di sciopero. Chi sciopera è un “capriccioso” lavativo, chi va in piazza dalla parte del governo, come Coldiretti, ha facoltà di farlo davanti Palazzo Chigi, spazio da anni negato a chiunque, e approfittarne per aggredire fisicamente i parlamentari dell’opposizione. Nell’Italia del 2023 funziona così.
“Adesso basta”, lo slogan zapatista scelto per la mobilitazione non suona come un’alzata di voce retorica, è il sentimento diffuso di chi ha scelto di perdere un giorno di paga per far sentire la propria voce su una manovra che non piace e contro una maggioranza di governo che gli interessi dei lavoratori sapeva difenderli meglio quando era all’opposizione: a chiacchiere. Le manifestazioni sono decine in ogni parte d’Italia e tutte molto partecipate. «Siamo qui per difendere quelli che nella vita hanno bisogno di lavorare», dice Landini ed è una fotografia onesta della piazza e in fondo pure una definizione di un blocco sociale di centrosinistra che c’è, lavora, produce, soffre, si incazza, anche in assenza o distrazione di chi dovrebbe rappresentarla e, soprattutto, soddisfarne le ambizioni di governo del Paese.
Basta fare un giro tra i manifestanti, divisi nella metà rossa della Cgil e in quella blu della Uil, per rendersi conto che non è un raduno di truppe cammellate o quadri sindacali: ci sono i cassieri e magazzinieri di un supermercato Carrefour, due tecnici radiologi dell’ospedale Pertini, i precari dello Spallanzani, un gruppo di ragazzi che lavorano a Terna e dietro di loro gli edili di Latina, i cassintegrati dello stabilimento Stellantis di Cassino, tecnici e operai di Telespazio, Schindler, Sirti, Kinetics Technology, impiegati delle Poste, autisti, spedizionieri, le ragazze dell’ufficio stile di Gucci che l’azienda vuole chiudere e portare a Milano, i vigili del fuoco della centrale operativa di via Genova e quelli del Viminale che però, dicono, «siamo qui e non siamo qui, se arriva una chiamata d’emergenza dobbiamo andare». Rispetto alla stessa piazza del Pd di pochi giorni fa ci sono più giovani, molti cartelli contro Meloni e tantissimi per la difesa della sanità pubblica, di cui evidentemente si avverte lo sfascio per esperienza diretta e non solo per sentito dire. Un enorme striscione arcobaleno per la pace recinta il lato sinistro di piazza del Popolo.
Uno sciopero politico, dunque, che indica una via e un campo sicuramente largo, a saperlo mettere insieme. Nel retropalco della manifestazione si aggirano alcuni dei politici chiamati a compattare e compattarsi. C’è il leader di Sinistra italiana Nicola Fratoianni, preoccupato per gli scossoni nella sinistra radicale europea, dalla tedesca Linke alla greca Syriza; il leader dei Verdi Angelo Bonelli, convinto che Meloni voglia procedere a tappe forzate nell’approvazione della riforma costituzionale per poi dimettersi e cercare il plebiscito; Per il Pd ci sono, tra gli altri, il membro della segreteria Marco Furfaro e il deputato Arturo Scotto in cravatta, come da vecchia tradizione comunista. Il M5S non si vede, quasi ad accreditare le voci, negate dagli interessati, di un raffreddamento della relazione un tempo speciale tra Conte e Landini. Le veline del Movimento segnalano che in rappresentanza a Roma c’era il capogruppo in Commissione Cultura alla Camera, Antonio Caso. Spunta pure Stefano Fassina, di Patria e Costituzione, oggi – vista la piazza – più Costituzione che Patria.
Non ci sono invece Elly Schlein e Giuseppe Conte, non è del tutto chiaro perché, se c’entri più la volontà di non politicizzare la piazza e non offrire argomenti a chi presenta il sindacato come l’aspirante federatore delle opposizioni, o c’entri un po’ anche la solita marcatura reciproca sugli eventi pubblici, risolta in questo caso con un pareggio di assenze.