Siniscalco: “La manovra è debole. L’Italia tratti con la Ue sul Patto di stabilità, ma senza la logica del suk”
di Eugenio OccorsioROMA — «Quando quattro agenzie di rating su quattro dicono che l’Italia è “investment grade” non c’è che da credergli: l’Italia non è un “Paese spazzatura”. Però, senza farsi prendere la mano da troppi trionfalismi, occorre riconoscere che il Paese è a un passo dal “downgrade” fatale, e prendere le dovute accortezze». Domenico Siniscalco, economista con PhD a Cambridge, già ministro dell’Economia nei primi anni Duemila e prima ancora a lungo direttore generale del Tesoro, conosce per esperienza le tensioni e le ansie per far sì che l’Italia resti a galla pur con un debito pubblico disallineato rispetto al resto d’Europa: «Come dice il ministro Giorgetti, non temiamo il giudizio politico, ma quello dei mercati».
I mercati sembrano credere alle agenzie, almeno per ora.
«Lo spread è sotto controllo. L’Italia è un Paese grande e forte, degno di stare in prima fila in Europa malgrado sia gravato di un debito abnorme, ancora a livelli di sostenibilità a meno che i rialzi dei tassi proseguan…
ROMA — «Quando quattro agenzie di rating su quattro dicono che l’Italia è “investment grade” non c’è che da credergli: l’Italia non è un “Paese spazzatura”. Però, senza farsi prendere la mano da troppi trionfalismi, occorre riconoscere che il Paese è a un passo dal “downgrade” fatale, e prendere le dovute accortezze». Domenico Siniscalco, economista con PhD a Cambridge, già ministro dell’Economia nei primi anni Duemila e prima ancora a lungo direttore generale del Tesoro, conosce per esperienza le tensioni e le ansie per far sì che l’Italia resti a galla pur con un debito pubblico disallineato rispetto al resto d’Europa: «Come dice il ministro Giorgetti, non temiamo il giudizio politico, ma quello dei mercati».
I mercati sembrano credere alle agenzie, almeno per ora.
«Lo spread è sotto controllo. L’Italia è un Paese grande e forte, degno di stare in prima fila in Europa malgrado sia gravato di un debito abnorme, ancora a livelli di sostenibilità a meno che i rialzi dei tassi proseguano ancora».
Per ora la Bce, come la Fed, sembrano essersi fermate.
«Sì, del resto l’inflazione è scesa più rapidamente del previsto, né sono in vista impennate dovute a fattori energetici, pericolo scongiurato con la diversificazione delle fonti».
Di questo le agenzie hanno tenuto conto?
«Certo. Però, per amor di verità c’è da fare una puntualizzazione tecnica: se Moody’s avesse per la terza volta consecutiva sancito l’outlook negativo, avrebbe dovuto automaticamente abbinargli un downgrade nella zona “junk”, e questo con le tensioni internazionali in corso avrebbe aperto un ennesimo vulnus all’interno dell’occidente del quale nessuno sente il bisogno».
Ora cosa bisogna fare?
«Restare ben agganciati al carro di chi conta in Europa, senza inseguire suggestioni ungheresi o polacche per intendersi. La maggior parte dei Paesi che sceglie di adeguarsi alle politiche europee più rigorose, ne ricava indubbi vantaggi. Non c’è nulla da guadagnare a fare diversamente».
In pratica, ora che c’è in ballo il rinnovo del Patto di stabilità?
«Continuare a trattare su una base di lucida coerenza, senza pretendere che le nostre posizioni siano subordinate all’accettazione da parte della Commissione di altre istanze che non c’entrano nulla. Se c’è una cosa che da sempre indispettisce le istituzioni europee è presentarsi con una logica “a pacchetto”, quasi da suk: io ti una cosa a te, tipo la ratifica del Mes, e tu mi dai un patto di stabilità più benigno. Quanto di più sbagliato. Ogni problema va visto a sé, nei suoi esatti contorni e non al di là. La Commissione resta disponibilissima per una trattativa da pari a pari. Ciò premesso, è chiaro che un Patto il più possibile flessibile, qual era quello originariamente prospettato dalla stessa Commissione, va a vantaggio dei Paesi più vulnerabili come l’Italia. Il pericolo è un Patto che riproduca antiche rigidità, con l’aggiunta di clausole ancora più penalizzanti per il deficit e non più solo per il debito. Per questo occorre un negoziato con intatta forza politica».
La resistenza sul Mes ha comunque il suo peso nelle trattative?
«Certo che ce l’ha, in negativo. Purtroppo la premier non riesce a sganciarsi dalla pregiudiziale che aveva il suo partito ai tempi dell’opposizione. È una posizione incomprensibile che contribuisce ad offuscare l’immagine dell’Italia in Europa. Ripeto, rifuggiamo dalle logiche di scambio che sono contro lo spirito europeo. E attenzione all’isolamento che esalterebbe la nostra vulnerabilità».
La manovra è un’occasione perduta?
«Certo è debole. Quello che inquieta l’Europa è l’espansione del deficit e il fatto che la manovra, e la Nadef che ne era la base, testimonia la decisione del governo di rinunciare a un taglio del rapporto debito/Pil nei prossimi anni pur nelle condizioni favorevoli che offrirebbe l’opportunità del Pnrr».
La risposta sta nella mancanza di coperture pubbliche?
«Ma la manovra manca di quella spinta agli investimenti privati, se non pubblici vista la carenza di risorse, che era possibile e doverosa. Come diceva Draghi, il problema dell’Italia è la mancanza di crescita. Occorreva uno sforzo, diciamo di fantasia, certo di visione: un nuovo programma Industria 4.0, sgravi fiscali meglio mirati, incentivi burocratici, tutto ciò che può rilanciare la domanda e gli investimenti».