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Folgiero: “Fincantieri sarà un laboratorio per i nuovi mestieri”

Intervista all’ad dei cantieri navali: l’Italia è a un bivio, deve capire quali sono le produzioni distintive e decidere se continuare ad avere un ruolo nella manifattura o se diventare la Florida d’Europa
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Dottor Folgiero, molti imprenditori italiani lamentano una forte difficoltà nel reperire manodopera adatta alle imprese manifatturiere. È un problema che state riscontrando anche voi in Fincantieri?

«Credo sia un problema che riguarda tutta l’industria manifatturiera italiana e l’industria pesante, le produzioni italiane stanno soffrendo per la difficoltà nel trovare manodopera qualificata e meno qualificata. Nel caso di Fincantieri l’origine del problema è un fatto positivo, in quanto deriva da un grosso carico di lavoro. Gli ordini per le navi da crociera, per le navi militari e per le navi tecniche offshore sono tutti in crescita. E nonostante le difficoltà nel trovare maestranze quest’anno abbiamo consegnato 17 navi che sono state progettate nel periodo del Covid con tutti i problemi di approvvigionamenti che quel periodo ha comportato».

Dunque al momento siete riusciti a tamponare il problema ma in prospettiva come vi state organizzando?

«Vogliamo affrontare il problema in man…

Dottor Folgiero, molti imprenditori italiani lamentano una forte difficoltà nel reperire manodopera adatta alle imprese manifatturiere. È un problema che state riscontrando anche voi in Fincantieri?

«Credo sia un problema che riguarda tutta l’industria manifatturiera italiana e l’industria pesante, le produzioni italiane stanno soffrendo per la difficoltà nel trovare manodopera qualificata e meno qualificata. Nel caso di Fincantieri l’origine del problema è un fatto positivo, in quanto deriva da un grosso carico di lavoro. Gli ordini per le navi da crociera, per le navi militari e per le navi tecniche offshore sono tutti in crescita. E nonostante le difficoltà nel trovare maestranze quest’anno abbiamo consegnato 17 navi che sono state progettate nel periodo del Covid con tutti i problemi di approvvigionamenti che quel periodo ha comportato».

Dunque al momento siete riusciti a tamponare il problema ma in prospettiva come vi state organizzando?

«Vogliamo affrontare il problema in maniera evolutiva, analizzando i macro trend, a partire da quello demografico. E prendere in mano il bandolo della matassa programmando per i prossimi dieci anni. Innanzitutto si può ridurre il fabbisogno puntando di più sulla tecnologia, sull’automazione e robotizzazione dei processi di produzione, rendendoli più flessibili e intelligenti. Non è un desiderio astratto, in Fincantieri lo stiamo già facendo concretamente».

In che modo?

«Abbiamo sviluppato con Comau uno speciale robot per realizzare le saldature, difficile da reperire, permettendo una diminuzione consistente del lavoro manuale. E lo abbiamo portato dentro i cantieri. In questo modo possiamo rendere più attraente e qualificante un lavoro che normalmente non lo è».

In quali altri reparti è possibile una riorganizzazione di questo tipo?

«In tutti i lavori “labour intensive”, come nella molatura, nelle pitturazioni. Se si può molare con un ragno robotizzato impiegando una persona invece che tre il lavoro diventa a valore aggiunto e più attrattivo anche per i giovani».

Quindi pensate di affidare alle vostre maestranze più qualificate i lavori più a valore aggiunto grazie all’introduzione di robot e all’automazione di processi in azienda?

«Stiamo assumendo operai qualificati non solo nell’indotto ma direttamente in Fincantieri e prima li formiamo per i lavori più evoluti. Oggi i nostri capi operai, i sovrintendenti, i capi reparto stanno andando in pensione e abbiamo il dovere di sostituire al meglio le nostre “teste d’opera” con manodopera più qualificata».

Procedendo in questa direzione pensate che non ci sarà più bisogno di manodopera a basso valore aggiunto?

«Non credo, anche utilizzando il massimo della leva tecnologica rimane un fabbisogno strutturale di manodopera non specializzata che può essere reperito solo attingendo dall’estero».

E Fincantieri come si sta organizzando per attingere a questa fascia di lavoratori?

«Stiamo investendo nella creazione di scuole e centri di formazione in vari paesi, come nelle Filippine, in Algeria e in Ghana. Lo scopo è quello di insegnare ai giovani alcuni mestieri di base che siano all’altezza della qualità Fincantieri e che poi possono essere impiegati nei nostri cantieri».

Nel cantiere di Monfalcone voi già impiegate un numero importante di lavoratori del Bangladesh che hanno qualche difficoltà a integrarsi sul territorio.

«Quando la filiera è lunga abbiamo una responsabilità sociale di impresa, anche se non giuridica, e quindi se attingiamo lavoratori da bacini esteri dobbiamo poi anche considerare gli impatti dell’inserimento nel tessuto sociale del territorio».

Perché i giovani italiani non amano più lavorare nelle fabbriche?

«Bisogna affrontare il problema in termini evolutivi e non distruttivi. Se l’Italia vuole avere ancora un futuro industriale è importante costruire un grande progetto per riportare gli italiani a lavorare nei mestieri della manifattura, rendendo questi lavori più attraenti e raccontandoli in maniera nuova. Molto può venire da un rilancio degli Istituti tecnico scientifici che avevano fatto la fortuna dell’Italia negli anni ‘60».

Su quali attività deve puntare l’Italia per avere ancora un futuro industriale?

«Siamo a un bivio, per non diventare la Florida d’Europa in Italia è necessario capire quali sono le produzioni dove ci sono delle distintività che vanno difese e proiettate nel futuro. Nella cantieristica, per esempio, le navi semplici dove è predominante la variabile scafo, si fanno in Oriente. In Europa si fanno invece le navi complesse, dove solo il 20% è rappresentato dagli scafi e dalle lavorazioni in acciaio mentre l’80% è rappresentato da tecnologia, capacità di integrazione di sottosistemi in una struttura d’acciaio. Un po’ come installare delle smart cities galleggianti».

I suoi predecessori alla guida di Fincantieri avevano stretto degli accordi con compagnie cinesi per la costruzione di un polo della cantieristica italiana nel paese asiatico. Non c’è il rischio che i cinesi si impossessino del know how italiano e poi facciano da soli?

«Ogni periodo storico è figlio delle sue geopolitiche, ritengo che occorra preservare i nostri know how e mantenere la nostra distintività. Inoltre per riuscire a copiare quello che facciamo noi è una strada lunga, che richiede anche l’esistenza e il controllo delle filiere. Quello della cantieristica è un sistema stratificato nei decenni».

Se l’Italia non capisce le sue distintività e non le difende dove va a finire?

«Si deindustrializza e si delocalizza, e per evitare tutto ciò la variabile lavoro è determinante percorrendo le direttrici che ho appena descritto. Fincantieri può diventare un grande laboratorio per un ambizioso progetto di ritorno alla manifattura italiana».

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