Cresce la grande sete dell’intelligenza artificiale
di Rosaria AmatoUn polo strategico di innovazione in Valle di Non, coordinato dall’Università di Trento e finanziato anche dal Pnrr, potrebbe aiutarci a trovare una strada sostenibile per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, mettendo un freno al crescente consumo di acqua nei datacenter dei giganti della tecnologia, da Microsoft ad Apple a Meta. Il legame tra consumo di acqua e ChatGPT potrebbe non apparire immediato: i data center, cioè i luoghi dove operano i server che permettono alle reti di funzionare, processando miliardi di dati, e che con l’intelligenza artificiale hanno visto moltiplicarsi il già complesso lavoro giornaliero e notturno, si surriscaldano.
Come “raffreddare” i data center
Per raffreddare i server ci sono due vie: una è quella usata soprattutto nei computer degli uffici, la ventola interna alle macchine, che però richiede un enorme consumo di energia elettrica oltre a quella già consumata per il funzionamento ordinario, e che ormai ammonta ad almeno il 2% del consumo mon…
Un polo strategico di innovazione in Valle di Non, coordinato dall’Università di Trento e finanziato anche dal Pnrr, potrebbe aiutarci a trovare una strada sostenibile per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, mettendo un freno al crescente consumo di acqua nei datacenter dei giganti della tecnologia, da Microsoft ad Apple a Meta. Il legame tra consumo di acqua e ChatGPT potrebbe non apparire immediato: i data center, cioè i luoghi dove operano i server che permettono alle reti di funzionare, processando miliardi di dati, e che con l’intelligenza artificiale hanno visto moltiplicarsi il già complesso lavoro giornaliero e notturno, si surriscaldano.
Come “raffreddare” i data center
Per raffreddare i server ci sono due vie: una è quella usata soprattutto nei computer degli uffici, la ventola interna alle macchine, che però richiede un enorme consumo di energia elettrica oltre a quella già consumata per il funzionamento ordinario, e che ormai ammonta ad almeno il 2% del consumo mondiale. L’altra è il raffreddamento basato sulle torri di raffreddamento. Il sistema si basa sull’esposizione di un flusso d’acqua ad una corrente d’aria in uno scambiatore di calore, in modo che l’evaporazione raffreddi il circuito. È efficiente, ma consuma moltissima acqua: secondo uno studio dell’Università di California, una torre di raffreddamento consuma solitamente da uno a quattro litri d’acqua (fino a nove in estate) per ogni kWh di energia del server. E va sempre peggio: secondo un’inchiesta del quotidiano El Pais il consumo di acqua di Google è aumentato del 20% nel 2022, e quello di Microsoft del 34%.
I rischi di rimanere senz’acqua
In un pianeta in cui l’acqua sta diventando ogni giorno di più un bene raro e prezioso, questo sistema di raffreddamento è sempre meno sostenibile. Il fabbisogno idrico è aumentato del 40% circa negli ultimi 40 anni, rileva un report della Bank of America, e si stima che aumenterà di un altro 25% entro il 2050, ma l’offerta si è più che dimezzata dal 1970, al punto che, continuando con questi ritmi di consumo, le fonti di acqua dolce potrebbero esaurirsi addirittura a partire dal 2040. I data center, secondo lo stesso report, sono al decimo posto per consumo di acqua negli Stati Uniti, dove si concentra il 30% dei data center del mondo, e la sola ChatGpt “beve” un litro di acqua ogni 40 comandi.
I data center green
Ma nessuno pensa di fermare la corsa dell’intelligenza artificiale. E allora ecco l’importanza di progetti come quello trentino: l’unica strada possibile per sostenere lo sviluppo tecnologico e non far morire di sete intere popolazioni è il “data center green”. Quello della Val di Non è una partnership pubblico-privata, finanziata con 50,2 milioni di euro. Il data center verrà costruito all’interno di una miniera, un ambiente adatto a garantire protezione da inquinamento elettromagnetico, sicurezza dei dati, risparmio energetico e di suolo. Le miniere garantiscono al loro interno una temperatura costante, fresca, se non fredda, fattore che limita le esigenze di refrigerazione dei server. Il Trentino Data Mine potrebbe essere un progetto replicabile dappertutto, soprattutto in Europa, un continente pieno di miniere abbandonate.
Le guerre per l’acqua
Altrimenti i data center saranno sempre di più al centro della guerra per l’acqua. Sono già molte le rivolte scoppiate contro la loro installazione: è successo recentemente a The Dalles, un paesino dell’Oregon, o, più vicino a noi, nei Paesi Bassi, o in Germania. Per molte popolazioni sta diventando questione di vita o di morte: a luglio sui muri di Montevideo, in Uruguay, si vedevano scritte come “Questa non è siccità, è saccheggio”, riferite all’annuncio della costruzione di un centro dati di Google, che avrebbe utilizzato 7,6 milioni di litri di acqua al giorno per raffreddare i suoi server, in un periodo in cui il Paese latino-americano stava vivendo la peggiore siccità in oltre 70 anni. La protesta non ha fermato la multinazionale, che pochi giorni fa ha confermato di aver ottenuto tutti i permessi ambientali, e che la costruzione del data center comincerà nel marzo dell’anno prossimo.
Eppure proprio dall’intelligenza artificiale, già adesso, potrebbe venirci un aiuto per risolvere le crisi sempre più drammatiche legate alla siccità e all’eccessivo consumo di acqua. Va in questa direzione per esempio il progetto “Sensoristica IoT avanzata per un’Irrigazione 4.0”, che tra i vari partner ha l’Anbi (i consorzi di bonifica), l’Università di Bologna e il Cnr, e che ha l’obiettivo di seguire l’evoluzione delle piante per costruire una gestione idrica ad altissima precisione. La sfida è svilupparlo senza che l’alimentazione dei server riduca ulteriormente allo stremo le nostre falde idriche.