Demografia, il doppio gap che lascia l’Italia senza lavoratori
di Filippo SantelliSapevamo che sarebbe successo. La pandemia ha reso tutto più rapido. Ma è solo l’inizio: da qui in avanti, anno dopo anno, andrà sempre peggio. La bomba demografica sta esplodendo in mezzo all’economia italiana, mettendola di fronte a una crisi strutturale che rischia di condannarla a un lungo declino. Trovare lavoratori da assumere non è mai stato così difficile, lamentano le aziende: carpentieri e ingegneri, infermieri e contadini, camerieri e tecnici dei macchinari. L’eccezionalità dello stop and go imposto dal Covid, “grandi dimissioni” comprese, non basta a spiegare questa difficoltà di reperimento ai massimi storici, quasi la metà dei profili cercati, unita a un tasso di occupazione mai così alto. È iniziato uno smottamento più profondo: i figli del Baby boom degli anni ‘50 e ‘60 stanno arrivando alla pensione, e in un Paese che da anni fa pochissimi figli i giovani che entrano nel mercato del lavoro non sono abbastanza per sostituirli.
I numeri implacabili
«I numeri sono implac…
Sapevamo che sarebbe successo. La pandemia ha reso tutto più rapido. Ma è solo l’inizio: da qui in avanti, anno dopo anno, andrà sempre peggio. La bomba demografica sta esplodendo in mezzo all’economia italiana, mettendola di fronte a una crisi strutturale che rischia di condannarla a un lungo declino. Trovare lavoratori da assumere non è mai stato così difficile, lamentano le aziende: carpentieri e ingegneri, infermieri e contadini, camerieri e tecnici dei macchinari. L’eccezionalità dello stop and go imposto dal Covid, “grandi dimissioni” comprese, non basta a spiegare questa difficoltà di reperimento ai massimi storici, quasi la metà dei profili cercati, unita a un tasso di occupazione mai così alto. È iniziato uno smottamento più profondo: i figli del Baby boom degli anni ‘50 e ‘60 stanno arrivando alla pensione, e in un Paese che da anni fa pochissimi figli i giovani che entrano nel mercato del lavoro non sono abbastanza per sostituirli.
I numeri implacabili
«I numeri sono implacabili», dice Gianpiero Dalla Zuanna, professore di Demografia all’Università di Padova. Guardiamoli. L’Ufficio studi di Cassa depositi e prestiti stima che nel 2030 l’Italia perderà circa 1 milione e 300 mila lavoratori rispetto al 2021, il 5%. Mentre Nomisma calcola che da oggi alla fine del decennio andranno in pensione 500 mila persone l’anno, e al massimo ne potranno arrivare al lavoro 400 mila, anche ipotizzando ottimisticamente un tasso di partecipazione in linea con la media europea, cioè molto più alto di quello attuale. Nel decennio successivo poi, tra il 2030 e il 2040, la forbice si allargherà ancora.
Ma la mancata sostituzione è solo metà del problema. L’altra metà sta nella differenza di profilo tra chi esce e chi entra: metà dei Boomers ha solo la licenza media, mentre i nuovi lavoratori sono quasi tutti diplomati o laureati. Significa che a scarseggiare, prima ancora dei lavoratori qualificati, saranno quelli non qualificati: «Sono un quinto della forza lavoro italiana e qui il tasso di sostituzione non arriva a uno a dieci - spiega Dalla Zuanna - Reggere senza un contributo importante e continuo dell’immigrazione è un’illusione».
Vero: l’Italia ha dei serbatoi di lavoro potenziale a cui attingere. Gli inattivi, dai giovani Neet alle donne, sono ben superiori alla media europea. Bene che vada però, anche con politiche di attivazione che funzionino, sarà solo un palliativo: metà degli inattivi sono di sesso femminile, che tende a indirizzarsi verso il settore dei servizi; metà vive al Sud, l’area del Paese meno dinamica, mentre la demografia impatterà soprattutto sulle regioni più industrializzate del Nord.
Si torna al tema migratorio. Non a caso a porlo con forza, insieme ad aziende agricole e del turismo, sono gli imprenditori manifatturieri. Qui la realtà fa a pugni con la retorica sull’emergenza immigrazione. E infatti proprio il governo delle destre ha allargato i decreti flussi prevedendo 452 mila ingressi dal 2023 al 2025. Ma è il criterio stesso della legge Bossi-Fini, con il flusso che si apre e si chiude e i click day “sanatoria” in cui le domande superano sempre le quote, che viene considerato superato.
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Gli ingressi qualificati
«Bisognerebbe tenere sempre aperta la possibilità di ingresso di persone qualificate, condizionandola al fatto che l’azienda garantisca un contratto e un alloggio per almeno dodici mesi», dice Rosario Rasizza, amministratore delegato dell’agenzia per il lavoro Openjobmetis e presidente dell’associazione di categoria Assosomm. La sua agenzia lo fa con gli infermieri, in cronico sottonumero, reclutandoli dalla Tunisia al Brasile attraverso accordi con le scuole locali. Ma è possibile solo perché il decreto Cura Italia li ha esentati dai flussi ordinari. «Lo vorrei fare anche con i tornitori, o con i giuntisti di cui abbiamo bisogno per cablare il Paese, ma non si può». A parole anche il governo Meloni sposa questa logica, “formarli a casa loro”. I più ottimisti dicono che se c’è un governo che può riformare la Bossi-Fini senza essere cannoneggiato politicamente, è un governo di destra. I più realisti che Meloni non rischierà di scoperchiare il vaso di Pandora.
Per i lavoratori più qualificati, diplomati e laureati, le proiezioni sono diverse. Qui, almeno fino al 2030, il saldo tra uscite ed entrate resterà leggermente positivo, soprattutto tra le donne. Il grande problema si chiama invece disallineamento. Quello noto ma crescente tra le competenze hi-tech richieste dalle imprese e la scarsa alfabetizzazione digitale dei lavoratori. Ma anche quello tra le aspettative di diplomati e laureati, che cercano occupazione (e stipendio) in linea con i loro studi, e la mentalità di aziende ferme al mondo di prima, quando l’abbondanza di lavoratori permetteva loro di non porsi il problema di come attrarli. Il rischio, lato imprese, è che i posti restino comunque vuoti, lato lavoratori di dover scegliere tra sottoinquadramento ed emigrazione.
I rimedi che non si usano
I rimedi sono noti, ma inattuati. In Italia manca un solido sistema di riqualificazione e ricollocamento dei lavoratori adulti, pubblico, privato o misto. E in assenza di politiche di orientamento mirate, i giovani e soprattutto le giovani continuano a scegliere studi che offrono minori sbocchi professionali, e pagati peggio, ignorando le discipline scientifiche e tecnologiche più richieste e meglio retribuite. «I dati che arrivano dalle università non sono univoci: ad informatica c’è una leggera crescita degli iscritti, ad ingegneria elettronica sono stabili, dopo anni di calo», dice Ilaria Cattaneo, a capo della Talent Acquisition della multinazionale dei microchip StMicroelectronics. Tra i pochi campioni del settore attivi in Italia, oggi St non fa fatica ad assumere: l’anno scorso sono entrate 1.400 figure, di cui 220 ingegneri elettronici. Ma la concorrenza aumenterà, tra aziende - che saranno tutte hi-tech - e tra Paesi. Per formare e reclutare i suoi tecnici, St collabora con diversi Its, gli Istituti tecnici superiori che tutti identificano come parte della soluzione, la grande scuola dei mestieri che in Italia mancava. Nati una decina di anni fa, al momento restano però una nicchia: sono 146 con 25 mila iscritti. Tra gli obiettivi del Pnrr c’è quello di raddoppiarli.
In pensione mai
Serve tutto questo, e anche incoraggiare i lavoratori anziani a ritardare la pensione, per arginare gli effetti economici del declino demografico italiano. Perché ogni posto di lavoro non coperto, come ogni lavoratore sottoinquadrato, significa minore attività, salari più bassi, meno Pil. Qualcuno inizia a quantificarlo: secondo uno studio Censis-Confcooperative i posti rimasti vacanti nel 2023 ci hanno sottratto un punto e mezzo di crescita.
Serve tutto questo perché invertire le tendenze della nostra demografia, tra le peggiori in un Occidente che invecchia, è missione quasi impossibile, che darebbe effetti fra vent’anni o più. Questo governo ha il merito di aver posto il problema della natalità, salvo far seguire ai proclami misure contraddittorie. «Abbiamo sempre meno donne in età fertile e sempre meno coppie», dice Dalla Zuanna. «È assurdo dare soldi in più per il terzo figlio, quando il problema è iniziare la cosiddetta “carriera riproduttiva”. E magari allo stesso tempo azzerare il fondo per gli affitti, che aiutava le giovani coppie a trovare una casa dove vivere».