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Offerte low cost e limiti alle antenne. Dal Governo assist alle grandi Telco, passano gli emendamenti nel decreto Concorrenza

Nel testo approvato al Senato in settimana, un emendamento del Governo ha tolto il blocco alla possibilità di fare offerte super low cost, molto usata da Tim, Vodafone e Wind Tre per competere al meglio contro Iliad e i virtuali. Un altro emendamento del Governo aumenta altri due valori dei limiti elettromagnetici
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Il Governo giunge in soccorso delle grandi telco mobili nel dl Concorrenza, come confermato nel testo approvato al Senato in settimana (nell’attesa della Camera). Con un emendamento, ha tolto il blocco alla possibilità di fare offerte super low cost, molto usata da Tim, Vodafone e Wind Tre per competere al meglio contro Iliad e i virtuali. Un altro emendamento del Governo corregge il tiro sull’aumento dei limiti elettromagnetici. Il testo ha aumentato anche altri due valori, di questi limiti, oltre a quello di base (volt per metro) già elevato nel testo approvato dalla commissione competente in Senato.

Il precedente testo del Concorrenza aveva messo in allarme le big tech sul fronte offerte low cost cosiddette “operator attack”. Costano tra i 5 e i 10 euro al mese, non sono attivabili da tutti gli utenti ma solo da chi ha certi operatori e richiede la portabilità del numero.

Il tipo di operatore dipende dall’offerta specifica; di solito si trovano i nomi di Iliad, Spusu, Poste Mobile,…

Il Governo giunge in soccorso delle grandi telco mobili nel dl Concorrenza, come confermato nel testo approvato al Senato in settimana (nell’attesa della Camera). Con un emendamento, ha tolto il blocco alla possibilità di fare offerte super low cost, molto usata da Tim, Vodafone e Wind Tre per competere al meglio contro Iliad e i virtuali. Un altro emendamento del Governo corregge il tiro sull’aumento dei limiti elettromagnetici. Il testo ha aumentato anche altri due valori, di questi limiti, oltre a quello di base (volt per metro) già elevato nel testo approvato dalla commissione competente in Senato.

Il precedente testo del Concorrenza aveva messo in allarme le big tech sul fronte offerte low cost cosiddette “operator attack”. Costano tra i 5 e i 10 euro al mese, non sono attivabili da tutti gli utenti ma solo da chi ha certi operatori e richiede la portabilità del numero.

Il tipo di operatore dipende dall’offerta specifica; di solito si trovano i nomi di Iliad, Spusu, Poste Mobile, Fastweb (tutti o alcuni di questi), di altri operatori virtuali, ma mai quelli di Kena, Very e Ho, che sono i virtuali di Tim, Wind Tre e Vodafone.

Un emendamento della maggioranza aveva bloccato perché “anticompetitive e discriminatorie” le offerte rivolte a utenti di specifici operatori.

Un’analisi che circola nell’ambiente delle grandi telco ne spiega i motivi di allarme.

In Italia il numero delle sim usate nei cellulari continua a diminuire; in assenza di nuovi segmenti o clienti da conquistare, di fatto quasi tutte le attivazioni ora sono un passaggio dei clienti da un operatore all’altro. La leva principale, quasi assoluta, per la concorrenza è il prezzo. Due dati a conferma di questo quadro (fonte Agcom): il livello di fedeltà dei clienti è molto basso e in contrazione; negli ultimi quattro anni le sim associate a un abbonamento sono passate dal 13,9 al 10,3%, quelle prepagate da 86,1 a 89,7%.

Tra giugno 2019 e giugno 2023, la quota di mercato aggregata dei primi tre operatori ha ceduto 13,1 punti percentuali a Iliad, Poste e altri virtuali (da 84,6 a 71,5%) – 2,2 punti percentuali negli ultimi dodici mesi del periodo.

Senza le offerte selettive (operator attack) gli operatori principali ritengono che avrebbero perduto ancora di più quota di mercato. Pari a 3,2 milioni di clienti in meno. La market share aggregata dei tre operatori principali cadrebbe così intorno al 67,4%, il costo unitario dei clienti schizzerebbe verso l’alto rendendo insostenibile l’attività economica con il perimetro attuale di spese per investimento e spese operative.

Per evitare questo scenario, gli operatori principali dovrebbero ridurre i prezzi in modo generalizzato, ma andrebbero così incontro a un altro problema: la perdita di profitti, già costante. In una spirale viziosa che porterebbe rapidamente i prezzi verso la soglia dei 7-8 euro. I consumatori forse gioirebbero, ma solo per poco, perché la qualità del servizio crollerebbe in Italia. Con un danno anche per il sistema economico, sempre più dipendente dalla bontà delle infrastrutture di rete. Quasi certo, inoltre, il ricorso a cassa integrazione di massa da parte degli operatori, come già più volte paventato.

Il rapporto Asstel 2023 presentato in questi giorni evidenzia una situazione drammatica: nel 2022 in Italia il saldo di cassa degli operatori è per la prima volta negativo e pari a meno 3,8 miliardi di euro (nel 2010 era 10,5 miliardi).

L’emendamento del Governo toglie quindi il blocco e aggiunge un piccolo limite a queste offerte: gli operatori non potranno usare i dati sulla portabilità del numero per decidere a quali concorrenti mirare.

L’aveva del resto già chiesto l’Antitrust, per ridurre gli effetti anticoncorrenziali dell’asimmetria informativa.

Per quanto riguarda i limiti, l’aumento degli altri due valori serve solo a rispettare una coerenza tecnica rispetto al primo valore elevato già in sede di commissione. Di preciso, il dl Concorrenza indica che entro 120 giorni dall’entrata in vigore del Concorrenza (prevista entro fine anno), un decreto dovrà fissare nuovi limiti “alla luce delle più recenti e accreditate evidenze scientifiche”. Il Concorrenza prevede l’ipotesi che questi giorni passeranno senza decreto; in questo caso indica i limiti da applicare: più alti degli attuali ma ancora molto inferiori alla media europea. Gli operatori lo ritengono un primo e utile passo avanti ma ora mirano a dare battaglia in sede di decreto per ottenere un aumento più consistente.

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