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Bonomi: “Sui costi energetici Berlino aiuta le sue imprese, mentre il nostro governo è in ritardo”

Per il presidente di Confindustria «la Germania resta il nostro principale mercato di sbocco. Ma dopo il Covid sta ripensando tutte le sue catene di fornitura”
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BERLINO — Un momento importante del bilaterale Italia-Germania è stato ieri l’incontro tra le confindustrie. E in quest’intervista con Repubblica, il presidente degli industriali italiani, Carlo Bonomi, accoglie con favore il rafforzamento delle relazioni tra Roma e Berlino ma svela anche perché oggi la Germania, quando va male, fa meno paura all’Italia. Quanto alle ultime mosse a tutela delle proprie imprese decise dal cancelliere Scholz, Bonomi è preoccupato: rischiano di spaccare il mercato unico. Sul Patto di stabilità, «l’emergenza è ormai la regola», sostiene. E senza investimenti, nessuno va da nessuna parte: dopo la batosta di Karlsruhe, neanche la Germania.

Presidente, che ne pensa del Piano d’azione firmato ieri tra Italia e Germania?

«Vediamo con favore il rafforzamento delle relazioni politiche tra Italia e Germania. In realtà l’integrazione tra le imprese è avvenuta da anni. La Germania resta il nostro principale mercato di sbocco. Anche se le cose stanno cambiando: prima…

BERLINO — Un momento importante del bilaterale Italia-Germania è stato ieri l’incontro tra le confindustrie. E in quest’intervista con Repubblica, il presidente degli industriali italiani, Carlo Bonomi, accoglie con favore il rafforzamento delle relazioni tra Roma e Berlino ma svela anche perché oggi la Germania, quando va male, fa meno paura all’Italia. Quanto alle ultime mosse a tutela delle proprie imprese decise dal cancelliere Scholz, Bonomi è preoccupato: rischiano di spaccare il mercato unico. Sul Patto di stabilità, «l’emergenza è ormai la regola», sostiene. E senza investimenti, nessuno va da nessuna parte: dopo la batosta di Karlsruhe, neanche la Germania.

Presidente, che ne pensa del Piano d’azione firmato ieri tra Italia e Germania?

«Vediamo con favore il rafforzamento delle relazioni politiche tra Italia e Germania. In realtà l’integrazione tra le imprese è avvenuta da anni. La Germania resta il nostro principale mercato di sbocco. Anche se le cose stanno cambiando: prima beneficiavamo molto di più del suo traino. Ora questa correlazione si è rafforzata anche con la Francia e la Spagna»

Quindi quando va male la Germania ci spaventa di meno?

«Una volta era automatico dire ‘se la Germania va male noi andiamo male’. Adesso meno. Nell’ultimo biennio la crisi della Germania è nei consumi e nei servizi, non tanto nell’industria. E quindi influisce meno su di noi. Inoltre loro hanno avuto un grosso impatto dalla crisi con la Russia e dal riaccentramento della Cina».

Certo, è finita l’era del gas a prezzi stracciati russi. E con la Cina è finita la ‘grande infatuazione’ occidentale: c’è un ripiegamento reciproco sui mercati interni.

«La Germania resta il nostro principale mercato di esportazione: oltre il 12%, soprattutto in semilavorati e componentistica. Però pensiamo al famoso episodio in pandemia quando l’industria tedesca dell’auto andò dalla cancelliera Merkel e disse: se si ferma l’indotto italiano noi non possiamo riaprire. Ecco: è stato l’inizio di un cambiamento. Io lo dissi all’epoca: ‘attenzione che la Germania sta ripensando le sue catene di forniture, non vuole più ritrovarsi impreparata di fronte a un’altra crisi che le interrompa. Per la nostra industria è rischioso’».

Quindi questo distacco dalla Germania è stato un po’ imposto da loro.

«Certo, tutto sta cambiando - anche a causa dell’Inflation Reduction Act americano»

Che spaventa molto i tedeschi: molte imprese si sono già trasferite lì. E perciò che la Germania ha deciso di recente di tagliare le bollette per le imprese ai minimi. Non è pericoloso per voi?

«La Germania non è sola: anche la Francia lo ha fatto e la Spagna aveva deciso subito un price cap. Questi interventi stanno rendendo estremamente competitiva l’industria francese, tedesca e spagnola rispetto a quella italiana. Che sconta decenni di errori sulla politica energetica ma anche la mancanza di spazio fiscale per fare la stessa cosa. O l’Europa lavora a strumenti volti ad assicurare prezzi non troppo divergenti dell’energia per le imprese energivore, oppure, se ogni Paese affronta la questione da solo, rischiamo che si spacchi il mercato unico».

L’Europa deve intervenire?

«Purtroppo mentre altri paesi tagliano il prezzo dell’energia, in Italia è la quarta volta che slitta il decreto su gas ed energy release. Potrebbe farci recuperare un po’ di competitività. Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina avevamo messo in campo misure per uno sviluppo forte delle rinnovabili, ma il più resta fermo per intoppi sui permessi. Una follia. Cosa stiamo aspettando, la prossima crisi? Non possiamo subire troppo a lungo la concorrenza sleale di chi ha spazi fiscali per abbassare i prezzi. L’Europa si mostri solidale e intervenga. Quando lo fa, gli effetti sono enormi. Nel momento in cui l’Europa ha lanciato il Next Generation Eu, la Cina e gli Stati Uniti sono corse ai ripari».

Ora saranno più tranquille visto che l’Italia non riesce a spendere…

«Noi fummo chiari dall’inizio, il Pnrr disperso tra migliaia di soggetti attuatori rischiava di essere un’occasione sprecata».

Il governo Scholz è alle prese con 60 miliardi di bilancio cassati dalla Corte costituzionale. Pensa che ciò influirà sulla discussione sul Patto di stabilità?

«Il tema non riguarda solo i fondi speciali extrabilancio bloccati da Karlsruhe: è un tema europeo. Ci dobbiamo rendere conto in tutta Europa che i fattori esogeni di crisi non sono più eccezionali, sono una componente ormai normale del fare economia e industria. Bisogna avere una maggiore flessibilità nell’utilizzo dei fondi. Se un Paese come la Germania che ha un’enorme spazio fiscale ha questa difficoltà, dobbiamo porci tutti in maniera diversa. La battaglia da fare non è per realizzare maggior deficit e debito, ma poter investire di più. Soprattutto per agganciare le nuove tecnologie necessarie alle transizioni green e digitali. Altrimenti perderemo la sfida della competitività con Stati Uniti e la Cina. In Germania non sono solo scesi i servizi, sono crollati gli investimenti, come in Italia. Ecco perché dobbiamo chiedere che l’Europa sia solidale».

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