Cartabia: “Sul gender gap il cammino è ancora lungo”
di Rosaria AmatoMarta Cartabia e Maurizio Molinari
Non sono ancora bastati 75 anni per passare da un’eguaglianza «davanti alla legge», al superamento effettivo di tutti «gli ostacoli di ordine economico e sociale» che ne impediscono la realizzazione concreta. Marta Cartabia, primo presidente donna della Corte Costituzionale, ministro della Giustizia nel governo Draghi, ha aperto insieme al direttore di Repubblica Maurizio Molinari l’evento di Affari& Finanza “Closing the Gender Gap” facendo riferimento all’articolo 3 della Costituzione italiana, che a differenza di altre costituzioni non si limita a garantire una eguaglianza di principio, ma impegna la Repubblica a renderla effettiva. Un obiettivo ancora lontano da raggiungere: Cartabia ha ricordato quasi con commozione il primo voto delle donne, reso in modo «straordinario», ha detto, dal film di Paola Cortellesi «C’è ancora domani». «È stato un momento di empowerment per le donne», ha sottolineato, rievocando poi le altre tappe fondamentali del lungo, lento passaggio dal primo al secondo passaggio dell’art.3 della Costituzione per le donne, dall’enunciazione dell’eguaglianza alla sua “messa a terra”: il ricorso di Rosa Oliva al concorso prefettizio del 1960, che permise tre anni dopo l’apertura dei concorsi in magistratura anche alle donne; la grande riforma del diritto di famiglia del 1975, di cui fu promotrice Nilde Iotti.
Leggi di grande peso che hanno rivoluzionato il diritto e il costume italiani, ma che non hanno impedito a una quarantottenne Marta Cartabia, diventata giudice costituzionale nel 2011, di essere «trattata gentilmente», dai suoi colleghi, sentendosi però «per lo più invisibile». «C’è voluto un po’ di tempo - ha raccontato - perché qualcuno si accorgesse che esistevo, e che non dicevo ovvietà». Perché «il cambiamento normativo non basta, va accompagnato da un altissimo lavoro culturale»: Cartabia lo ha detto anche in riferimento alla vicenda di Giulia Cecchettin, espressione di un disagio culturale che va compreso «andando alla radice». Una tragedia che ha mosso le piazze: «il suo sacrificio ha contribuito a far emergere il problema», ha osservato con amarezza l’ex ministro, aggiungendo che sarebbe stato meglio avere prima questa consapevolezza, «risparmiando la vita di una ragazza». Anche se vedere una mobilitazione così ampia fa pensare che davvero «il cambiamento è improcrastinabile».
Un cambiamento che per alcune donne è già avvenuto, grazie a un grande sforzo personale e a circostanze, almeno in parte, favorevoli: sul palco della Fondazione Feltrinelli, dove si è svolto l’evento di A&F, sono salite manager e imprenditrici che hanno rotto il “soffitto di cristallo”. «Negli anni ho capito che che il primo sponsor di me stessa dovevo essere io, - ha affermato Regina Corradini D’Arienzo, una lunga carriera di manager bancaria e, dal luglio 2022, amministratrice delegata di Simest - e che quando le competenze crescevano e il merito c’era, non dovevo vergognarmi di chiedere che venissero riconosciuti». Una strada non facile in un Paese che, ricorda, «nel 2023 ha perso 16 posizioni nella classifica Gender Gap del World Economic Forum». Ma che può essere percorribile a condizione di «essere in un’organizzazione che vede la diversità come un valore». La diversità tra età, tra generi, tra competenze anche: Corradini ha sottolineato anche gli aspetti positivi degli studi umanistici, considerati spesso invece come una scelta sbagliata, che impedisce alle donne di fare carriera.
Carriere positive al femminile anche quelle di Giorgia Favaro, Field Service Director Regione Sud McDonald’s Italia e Cecilia Snichelotto, Franchisee McDonald’s Italia: entrambe hanno sottolineato il valore della diversità in azienda, e della formazione, «una voglia di imparare in continuazione», ha detto Favaro. Mentre Snichelotto ha motivato la scelta di fare impresa nel Mezzogiorno perché «mi dispiace che il Sud venga percepito come una zavorra».
Essere imprenditrice significa anche avere il coraggio di rompere gli schemi, di cambiare le cose in un ambiente ostile: Virginia Scirè, Ceo & Founder di Wear Me, si è anche sentita chiedere «dov’è suo marito», quando, giovane mamma di due bambini, stava gettando le basi della sua azienda, ma ha tirato dritto con una organizzazione del lavoro “rivoluzionaria”, che prevede l’uscita alle 16 e il sabato e la domenica liberi. Se si vuole superare davvero il gender gap ognuno deve fare la sua parte: lo hanno ribadito due responsabili delle risorse umane di imprese in cui la presenza di donne è ben sopra la media, Francesca Morichini di Amplifon e Marina Montepilli di Alleanza Assicurazioni. Per la prima è «fondamentale partire da una cultura aziendale inclusiva, che si traduce nell’avere processi di selezione del personale in cui sia garantito un equilibrio di genere tra i candidati. Poi, tanto per le assunzioni che per le promozioni, il criterio-cardine resta il merito. Ma una volta che si è fatto lo sforzo a monte, il risultato di una organizzazione più equa verrà da sé». Per Montepilli, altrettanto determinanti sono gli obiettivi: «Le aziende devono darsi obiettivi ben precisi: nel nostro caso almeno il 50% di assunzioni al femminile». Anche perché i risultati di un simile sforzo sono tangibili: «I giovani sono sempre più attenti a questi impegni, solo aziende aperte e inclusive riescono ad attirare e trattenere talenti».
Esperienze positive, ma i numeri ci riportano a una realtà diversa: in Italia lavora appena il 51% delle donne, ha ricordato Linda Laura Sabbadini, già direttrice del dipartimento metodi e nuove tecnologie Istat. Oltre a essere «il Paese Ue con il più basso tasso di occupazione femminile e un gender gap di 18 punti percentuali», abbiamo anche un enorme divario territoriale: «Alla fine degli anni ‘70 in Italia lavorava un terzo delle donne. È l’attuale tasso di occupazione femminile del Mezzogiorno: il Sud è indietro di 45 anni rispetto al resto dell’Italia». Ma neanche il Nord brilla: «Solo adesso è arrivato a un tasso di occupazione femminile del 60%, l’obiettivo che la Ue si era data per il 2010». Eppure c’è stato un momento in cui l’Italia era allo stesso livello della Norvegia: «Nel 1960 loro stavano al 28%, noi al 26%. Quarant’anni dopo l’Italia era ancora al 38%, la Norvegia già al 73%. Perché? Perché lì da quando le donne sono entrate nel mondo del lavoro si è investito in politiche di sviluppo dei servizi per l’infanzia e per le famiglie». Da noi invece si taglia sui progetti degli asili nido del Pnrr, e la legge sull’assistenza agli anziani non autosufficienti «non viene finanziata».
In Italia, ha ricordato Paola Profeta, Prorettrice per la Diversità, Inclusione e Sostenibilità della Bocconi, «secondo le stime Ocse in Italia le donne passano più di 5 ore al giorno in attività non pagate e gli uomini circa 2», e, secondo i dati della World Value Survey, «più del 50% degli italiani pensa che i bambini soffrono se la mamma lavora. In Svezia sono il 15%». In Italia le donne sono tenute ai margini anche delle scelte d’investimento, ha ricordato Claudia Vacanti, Head of Group Investment & Protection Products Unicredit: «La leadership maschile prevale persino tra i giovani: le donne non si sentono abbastanza competenti, preferiscono delegare agli uomini».
Eppure il raggiungimento della parità di genere farebbe guadagnare alla Ue «il 12% di Pil entro il 2050», ha ricordato Paola Profeta. Non solo: «l’empatia» delle donne, la loro capacità «di leggere gli stati d’animo», ha sottolineato Massimo Ammaniti, professore onorario di psicopatologia dello Sviluppo alla Sapienza, «creerebbe un ambiente di lavoro molto più cooperativo tra uomini e donne, evitando situazioni di sofferenza come il burn out».